L’AQUILA – Non è facile per i devoti aquilani di San Massimo di Aveja poter venerare il Santo Protettore della città di L’Aquila. 

Le sue spoglie mortali, traslate nel Duomo cittadino nel 1414 dalla distrutta cattedrale di Forcona,  anche  detta Civitate Sancti Maximi ( l’attuale Civita di Bagno), erano custodite in una cripta sotto l’altare maggiore. 

Sono andate perse a causa dei crolli dovuti ai terremoti ,in ultimo il tremendo sisma del 6 aprile 2009, che hanno completamente cancellato la struttura originaria del Duomo, fatta eccezione per qualche residuo di muro laterale.

Che la loro posizione fosse proprio sotto l’altare maggiore è riportato in una memoria dell’allora Vescovo Jacopo Donadei di Roio il quale annotava ogni avvenimento in un Diario. Affidò egli stesso all’artigiano Domenico Agnelli sempre di Roio l’incarico di realizzare una tela dipinta per decorare l’altare.

Dopo il terremoto del 1703, il Duomo era completamente distrutto: delle spoglie del Santo martire non si seppe più nulla.

L’ultimo vano tentativo di ritrovarle è stato dell’arcivescovo Mario Peressin negli anni ’90 conclusosi con un nulla di fatto.

Si trattava in realtà di pochi resti, l’osso di un braccio e una costola. In aggiunta c’era un ciondolo di cristallo che San Massimo aveva al collo quando fu fatto precipitare dal Monte Circolo, l’aspra montagnola a semicerchio  sulla cui sommità sorgeva, e ce ne sono tuttora i resti,  il castello medievale di Ocre.

Correva l’anno 250 d.c.  in piena persecuzione cristiana da parte dell’imperatore romano Decio.  Il Santo rifiutò di rinnegare la fede cristiana, non si fece corrompere dall’offerta di ricevere in sposa una giovane fanciulla e fu torturato lungamente prima di essere ucciso.

Alcuni suoi seguaci, di notte, andarono a raccogliere i resti martoriati e li portarono nella cattedrale di Forcona.

La fama di santità e miracolosità delle reliquie raggiunse anche l’imperatore Ottone I che durante uno dei suoi viaggi, nel 956 d.c.,  sostò presso Forcona e con un diploma, sottoscritto in presenza di un notaio, si impegno’ a concedere larghi possedimenti alla diocesi  in cambio di un pezzo delle spoglie da portare con sé. 

La grande venerazione sempre dimostrata dagli Aquilani nei confronti del Santo Protettore spinse il vescovo, nel 1360, a spostare la festa del patrono dal 19 ottobre al 10 di giugno, perché la gente non fosse distratta dalle occupazioni lavorative ( lavorare il giorno della festa patronale era proibito pena la scomunica immediata).

Ce lo racconta Buccio Di Ranallo in un suo Poema citato da Ludovico Muratori

Il mistero rimane ancora oggi irrisolto, le reliquie scomparse nel nulla.

Purtroppo, anche del Duomo cittadino non resta che una facciata neoclassica a nascondere un profondo squarcio e i ciuffi di erba cresciuti tra le fessure del pavimento. Eleonora Marchini