L’AQUILA – Chi credeva che catene di Sant’Antonio via sms, messaggi broadcast ossia di massa di Whatsapp e pagine Facebook che si moltiplicano potesse essere il massimo di una campagna elettorale invasiva e senza pudore, rimarrà deluso nel sapere che persino i candidati per le prossime amministrative di giugno, all’Aquila, si reclutano tramite chat.
È la campagna elettorale 3.0, in cui i post sui social sostituiscono i manifesti 6×3, oltretutto gratis, i messaggini sul cellulare rimpiazzano il porta a porta e la chat dell’ormai diffusissimo servizio di messaggeria viene utilizzata come i vecchi strilloni.
E nell’agone elettorale, appunto, alcuni procacciano candidati per riempire la propria lista sondando la disponibilità tramite i pratici social network: “L’altra volta ti sei candidata, stavolta ti andrebbe di riprovarci?”, suona più o meno così uno dei messaggi inviati da un giovane politico emergente alle prese con la composizione di una delle innumerevoli liste.
Strumenti che hanno il potere di illudere molti candidati che il numero di like possa corrispondere a quello dei voti di preferenza, o che un “carissimo” abbinato al saluto possa moltiplicare il consenso.
Una mobilitazione invasiva che non fa sconti, con cui i candidati, o i propri supporter, raggiungono fino agli ultimi numeri della rubrica, spesso rivolgendosi al potenziale elettore con smancerie senza precedenti.
Campagna a colpi di retorica dove il pudore è messo da parte e dove non esistono scrupoli, come chi chiede il voto per interposta persona e chi si sostituisce al candidato, “tanto faccio tutto io”, come ha scritto una sostenitrice in un messaggio che esordiva con l’immancabile “Ciao, carissima”.
Ad andare per la maggiore sono i messaggi broadcast di Whatsapp, comunicazioni urbi et orbi, per diffondere in modo unidirezionale il proprio messaggio, senza dare ai destinatari neppure la possibilità di rispondere. Messaggi elettorali come fossero bollettini meteo o aggiornamenti sul traffico, dai quali, tra l’altro, per chi li invia è impossibile avere un reale riscontro.
Strumenti all’avanguardia ormai di uso comune, ma che rischiano di far percepire una realtà distorta a gran parte dell’esercito di candidati consiglieri, che verosimilmente non saranno meno di 700.
L’imprimatur è stato dato dai contendenti alle primarie del centrosinistra: è durante quella campagna che sono nati i primi gruppi Whatsapp, composti, oltre che dai fedelissimi, anche da una lunga, forse troppo, persino incontrollabile, schiera di sostenitori. O presunti tali, visto che, anche a causa dell’evoluzione dello scenario politico, alcuni si sono visti persino defenestrare quando il quadro è apparso più nitido.
È il caso, per esempio, di alcuni professionisti che erano stati considerati riconducibili ad Americo Di Benedetto, che sono stati eliminati dal suo gruppo di messaggeria quando si è più o meno palesato il loro apporto al candidato sindaco del centrodestra, Pierluigi Biondi.
Strumenti, quelli come Whatsapp, che finiscono insomma per rappresentare armi a doppio taglio, visto che qualsiasi comunicazione effettuata su gruppi troppo ampi, corre spesso il rischio di finire sotto gli occhi sbagliati.
Anche a causa dell’ormai diffusissima funzione dello screenshot, che consente in qualsiasi momento di fotografare e archiviare ciò che appare sullo schermo dello smartphone, che i più maliziosi utilizzano per inoltrare i messaggi scambiati tra una cerchia di persone ad altre che non ne fanno parte.
È proprio grazie a uno screenshot, ad esempio, che un big della politica aquilana ha fatto una figuraccia con un giornalista, che per un articolo veniva criticato su una chat di partito che, evidentemente, non era composta da soli fedelissimi.
Chissà, comunque, se anche davanti alle richieste di voto formulate coi nuovi mezzi di comunicazione, si può adottare la formula coniata dal compianto Fausto Capulli: “Il voto? L’ho promesso a tutti, figurati se non lo prometto anche a te!”. Il messaggio, ovviamente, non deve essere un broadcast!





