L’AQUILA – Sei ancora il luogo del ricordo, L’Aquila mia. 

Per il futuro, adesso e per un altro po’, non c’è posto.

In compenso, esiste il passato che molti di noi provano a tener vivo nei ricordi, magari ci commuoviamo,   magari pure senza lacrime, con un sorriso che ha preso troppa polvere, dannati e benedetti cantieri, davanti a una vecchia foto che spunta ormai puntuale negli album su internet, di quelli che toccarli non si può e dunque ci diamo giù di mente per “sentirli”, per tornare bambini sul cavallo del barbiere a due passi da una piazzetta e cogliere, con la nitidezza concessa ad ognuno di noi in gradazioni diverse, il costante vociare della folla in centro storico, cioè di tutti gli aquilani.

Di tutti noi aquilani.

Sapete, eravamo tanti.

E prendevamo gli autobus per tornare a casa dall’ombelico ai dintorni, parcheggiavamo le macchine con insolenza davanti al negozio di sabato sera alle otto – le luci tutte accese, ovunque – con nobiliare insolenza pure noi cafoni, figli e nipoti del contado,  delle serve e dei semplici statali, mangiavamo la pizzetta lungo il corso, dribblavamo il mondo per i vicoli, piccole vene nostre, quando l’umore non girava limpido e quindi di incontrare i soliti concittadini non ci andava proprio, tanto un rifugio anonimo si trovava sempre, bastava fare un metro in più e una cantina, un calzolaio, un baretto, una chiesa, un ufficio,  insomma, un pezzettino riparato di città ci avrebbe ospitato senza chiederci la luna, quasi fosse un grembo.

Anzi, era un grembo.

È sempre stato un grembo. 

Materno, no dubbi al riguardo, ma anche ingrato, stantìo, provinciale.

Eppure, che diamine, era pur sempre il nostro, nostro, suona strano, sì, anche se le proprietà e i notai dicevano e dicono altro, in certi punti, anche se il senso di comunità, quando questa pulsava, passava e passa inevitabilmente per il “mé”, mia.

E poi, molto dopo, nostra. 

Alcune abitudini di allora, di prima del disastro e dei morti che ci riguardano, ci guardano e ci giudicano (e fanno bene), sono rimaste intatte.

Ma oggi… 

Oggi non c’è gusto a parcheggiare davanti a un negozio in centro storico.

E sapeste quanto è fiacca la critica dell’intellettualoide che punta il dito contro chi ha parcheggiato davanti al negozio…

O forse c’è un po’ di gusto, per entrambi, ma dura un giretto.

E se non fosse per il fatto che ci lavora più di qualcuno, fortuna loro in epoca di vacche anoressiche, in tanti vorrebbero chiudere questa già troppo lunga parentesi periferica.
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La verità, L’Aquila mé, è che ti guardo e non ho neppure la forza di strillare.

Sei vuota.

Una scatola ancora troppo vuota.

Tu che un giorno sei stata così piena e noi l’abbiamo capito quando la lingua romeno-campana aveva già conquistato questo cazzo di cantiere post-sisma.

Per ora ti dico buonanotte, L’Aquila bella mé.

E ti maledico.

Perché si può maledire per amore.