L’AQUILA – “Pecore morte lasciate a terra mangiate dai cani paratori scheletrici che, senza alcun microchip, sono costretti a vivere nell’agonia, legati con spago e catene, completamente indifesi. Agnellini legati all’esterno per le zampe, separati dalle loro madri. Cuccioli e incuria ovunque. Questa è la realtà inaccettabile che è emersa dall’ennesimo controllo voluto dai volontari aquilani”,
Lo denuncia in un nota il coordinamento Associazioni volontari Abruzzesi Animali e Ambiente, riferendo di “un’altra incursione congiunta dei volontari di Animali alla Riscossa odv e Oipa dell’Aquila, dei Carabinieri e dell’Asl”, che “ha portato alla luce l’orrenda realtà di un allevamento zootecnico nel Comune dell’Aquila, già segnalato decine di volte in passato. Ma, come accade troppo spesso, l’intervento si è concluso con la compilazione di verbali, e nulla è cambiato. Domani, questi animali saranno ancora sottoposti a inimmaginabili sofferenze, proprio come ieri”.
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Di fronte a tutto ciò ci sono solo montagne di verbali, pieni di promesse vuote e burocrazia inutile. Gli animali, nel frattempo, rimangono in condizioni inimmaginabili e l’azienda continua a lavorare. Come fa la ASL a non prendere provvedimenti in questo caso, dov’è la sanità e il benessere animale? Buttare pecore morte a terra e lasciarle mangiare dai cani, rientra nella normativa del corretto smaltimento delle carcasse per le aziende agricole? O diversamente ci troviamo di fronte a quello che può essere un reato ambientale?
Davanti a cani da guardiania che si cibano di animali morti e che restano liberi di circolare nell’azienda e all’interno del gregge, vengono rispettate le corrette norme di igiene sanitaria degli animali da reddito allevati per il consumo umano, per produrre il famoso “cacio aquilano”? Per i Carabinieri è ancora così impensabile e difficile disporre il sequestro degli animali in questa specifica e ormai nota situazione di maltrattamento?
Le autorità e le amministrazioni sono pienamente consapevoli che il randagismo e il sovraffollamento dei canili nella nostra regione sono alimentati principalmente da aziende zootecniche scorrette, che operano in totale disprezzo della legge, e che sono veramente tante. Si registra quasi come un’eccezione essere in regola e a norma.
È un circolo vizioso: maltrattamento animale, controlli insufficienti, cucciolate indesiderate, canili sovraffollati. È un problema che si ripete ciclicamente, senza fine. Andiamo a guardare i canili in Abruzzo, e vedremo una prevalenza impressionante della razza del pastore abruzzese e dei suoi meticci. Questo è il risultato diretto dell’indifferenza e del maltrattamento nei confronti di questi animali, ma non solo da parte dei “proprietari”, anche e soprattutto di chi non prende provvedimenti.
Nonostante i continui segnali di allarme inviati dai volontari ma anche dai cittadini, questa situazione in particolare produce almeno tre cucciolate all’anno che finiscono nel canile. Se non fosse per il rapido intervento delle associazioni animaliste, oggi avremmo centinaia di cani in più nel canile comunale, ma più in generale in tutto l’Abruzzo dato che ovunque si trovano situazioni così.
È ora di svegliarsi e agire. Abbiamo bisogno delle Associazioni Nazionali che sono già state interessate e delle autorità competenti, a cui chiediamo un confronto, per affrontare questa piaga che non riusciamo ad arrestare, da soli, in Abruzzo.
Sono necessarie azioni immediate e incisive, ad esempio come quelle che abbiamo dettagliato nel “Manifesto per la lotta al randagismo” a cui hanno aderito le associazioni formando il Coordinamento Abruzzese C.A.V.A.A. Aps, ispirato al progetto pugliese già attivo e funzionante. Le autorità possono e devono fare di più per porre fine a questa situazione. Gli occhi del mondo sono su di loro, e l’opinione pubblica non tollererà più la negligenza.





