L’AQUILA – Per comprendere la mancanza di senso della morte e al tempo stesso la grandezza di Mario Celli, il medico specializzando in Ginecologia di 32 anni dell’Aquila travolto lo scorso 28 gennaio da una slavina a Campo Imperatore, illeso il fratello Paolo, basta cogliere due elementi: le lacrime negli occhi di parenti e amici e l’enorme vuoto che ha preso possesso di quegli occhi a lacrime quasi prosciugate, perché più il pianto è profondo e più le riserve di pioggia che portiamo dentro si esauriscono.
Il bagno di folla era previsto, la chiesa di San Mario, proprio quella, nel quartiere della Torretta, era piena piena, in centinaia hanno scelto di stare per l’ultima volta accanto a questo ragazzo rapito dalla voglia matta di vivere, un giovane medico fresco di specializzazione con la passione per gli sport che danno i brividi, che fanno vivere la vita a mille.
All’arrivo del feretro, tra la gente sopraffatta da un silenzio disperato nel freddo sopportabile di questo gennaio crudele, si intravede Laura, la fidanzata di Mario, che come una nuvola bianca si perde nella rigida struttura delle esequie cui si deve dare una spiegazione razionale. Morire a 32 anni per un fuoripista sugli sci, in montagna, certo rischioso, ma perché? Perché si dovrebbe morire così a questa età?
Impossibile rispondere a una simile domanda, ma chi volesse una riposta che non c’è ha l’obbligo di guardare bene i volti di chi ha perduto una persona speciale. Lì, stampati su quei volti, si può trovare di tutto, dal dolore, all’incredulità, alla rabbia più nera.
E allora, cos’altro fare? Darsi la carica in qualche modo, anche per onorare la spregiudicatezza di Mario nel prendere al collo l’esistenza e la paura di morire. Ecco cosa si può fare.
Intanto non si riesce a entrare in chiesa, un enorme blocco umano, (molti sciatori amici di Mario sono presenti sia dentro che fuori, anche gli ‘angeli’ che lo hanno soccorso sul Gran Sasso), s’è sistemato all’esterno dell’edificio sperando di cogliere le parole del parroco, don Giulio Signora, giovane quasi quanto Mario.
Il senso delle parole del parroco riesce comunque a varcare la soglia della chiesa.
Per don Giulio, questo ragazzo ha dimostrato di saper amare la vita come pochi, sfidandola ovunque e in tanti modi, fin dentro le zone più impervie del Gran Sasso, ma anche coccolandola con il mestiere di ginecologo.
Eppure la morte, tiene a precisare il parroco, non è certo l’ultimo passaggio della vita di Mario, non può essere la morte a sconfiggere un Lazzaro steso sul letto di un ospedale, con i medici intorno, la famiglia, gli amici, i conoscenti e mezza città a provarle tutte per cacciare via quella maledetta strega che se lo vuole portare via.
La verità, se fermiamo la giostra, è che un ragazzo di 32 anni ha voluto osare e gli è andata male.
Certo, poteva finire addirittura peggio, la slavina, la neve fresca su quella vecchia, il fuoripista che non si deve fare, il pericolo di travolgere gli altri. Tutto terribilmente giusto, però c’è anche chi muore seduto su un divano senza fare né dire nulla, c’è pure chi muore per una disattenzione in macchina, col telefonino, con la sigaretta (che ti ammazza addirittura a lungo termine).
Dipende da cosa si intende per “rischio”.
Ma per certi esseri umani l’unica arma a disposizione contro la morte, la banalissima morte, sarà sempre e solo una: colpirla forte con la voglia di vivere.
A Mariolo’, perché all’Aquila Mario è Mariolo’, s’è capito che la vita piaceva per davvero. Per questo per la nuvola bianca rimasta senza il suo prezioso cielo e per le altre nuvole bianche rimaste senza quel grande cielo chiamato Mariolo’, la vita d’ora in poi non può essere lasciata da parte.
Il miglior modo per tenere in vita Mario Celli, lui sarebbe d’accordo, è vivere questa cazzo di vita fino in fondo.



