ROMA – La benzina italiana è la più cara d’Europa. Il prezzo del carburante è composto, per più di 1 euro, da Iva e accise: gli italiani pagano 25,3 centesimi di imposte in più rispetto alla media europea.
I dati arrivano da Assopetroli, che con la collaborazione di Confcommercio ha misurato lo ‘stacco fiscale’ tra Italia ed Europa.
Lo studio dimostra, una volta di più, come la politica italiana tenda a scaricare i costi della crisi sui beni primari, utilizzati da tutti i cittadini. Le accise sul carburante sono un modo rapido per fare cassa, sfruttato da molti governi italiani, da Benito Mussolini a Silvio Berlusconi a Mario Monti.
La storia insegna che, una volta aumentate, è difficile che diminuiscano di nuovo: quelle risalenti alla guerra d’Abissinia del 1935 o all’alluvione di Firenze del 1966 sono tuttora in vigore, e si prevede che di qui al 2018 ne arriveranno altre.
Il ragionamento è semplice e in apparenza infallibile: visto che moltissimi italiani, per necessità, usano l’automobile per muoversi, allora aumentando le imposte sul carburante si rastrellerà per forza qualcosa. Gli ultimi dati, però, contraddicono questo ‘teorema’: Assopetroli, infatti, denuncia “una perdita di gettito, per effetto del crollo dei consumi, di quasi 500 milioni di Euro”.
In altre parole, gli italiani ormai calcolano al centesimo ogni spostamento: quando finisce il pieno, fermano la macchina e si adattano ai mezzi pubblici, sempre più vecchi e più cari, o inforcano la bicicletta, o, semplicemente, non escono. Troppe tasse, spesso, producono l’effetto contrario: i cittadini, piuttosto che pagarle, rinunciano al bene tassato.
Quello delle accise sui carburanti è un esempio da manuale di questo fenomeno: lo Stato e le regioni tassano, gli italiani tartassati non fanno più il pieno. “Non invertire la rotta” conclude Assopetroli “è pura follia”.



