CHIETI – In aumento separazioni e convivenze in Abruzzo come anche l’età dei fidanzati che nel 55 % dei casi supera i 30 anni: un innalzamento dell’età che significa anche più anni trascorsi lontani dalla Chiesa e dalla pratica religiosa.
Le separazioni toccano quota 40% anche se solo nel 2% dei casi ci si rivolge al Tribunale Ecclesiastico per chiedere la nullità.
“Un panorama complessivo non edificante ma angosciante”, ha rimarcato monsignor Angelo Bizzarri, presidente del Tribunale Ecclesiastico abruzzese-molisano inaugurando questo pomeriggio a Chieti l’anno giudiziario 2011. Dati davanti ai quali la chiesa, ha aggiunto Bizzarri, non puo’ far finta di non vedere ma ha il dovere di lanciare una sfida e di coinvolgere tutte le istituzioni per recuperare tanto terreno perso. Convivenze e separazioni hanno una radice comune in un’epoca di relativismo diffuso.
“Non esiste piu’ progetto di vita: tutto è uguale, nulla vale più di un’altra cosa. L’indifferenza di molti è la diretta conseguenza del fatto che la cultura in cui siamo sommersi non fa differenza”, ha detto Bizzarri.
“La vita viene ridotta a pura esistenza, per cui matrimoni e famiglia non hanno piu’ valore. Una nuova forma di pensiero che serpeggia anche nella comunita’ cristiana: il fedele contagiato, preferisce la convivenza, con facilita’ riesce a separarsi e senza scrupoli di coscienza si unisce di nuovo a un’altra persona facendo a meno di ricorrere al Tribunale Ecclesiastico”.
Lo stile di vita delle coppie conviventi non si discosta per nulla da quello delle altre coppie di fidanzati e quindi bisognerà domandarsi in che situazione, rispetto all’etica sessuale proposta dalla Chiesa, sono praticamente tutte, o quasi, le coppie che si presentano a chiedere il sacramento. Come presentare, quindi, oggi in modo credibile la visione cristiana della sessualità e dei suoi presupposti antropologici.
Infine, conclude Bizzarri, è del tutto probabile che proprio il fatto che le coppie conviventi vengano ormai con molta naturalezza a chiedere il matrimonio religioso possa essere visto dai parroci e dagli operatori di pastorale come una sorta di chiusura della questione, cioè come se la decisione di celebrare il sacramento del matrimonio fosse la conclusione di una storia.






