L’AQUILA – Nessuna regione è riuscita a registrare un risultato positivo e l’Abruzzo con il suo 3,5 per cento di attività di ristorazione in meno, rientra ampiamente nella media nazionale.
Dal report del centro studi della Federazione italiana pubblici esercizi (Fipe), relativo all’anno 2018, emergono infatti dati sconfortanti che disegnano una bilancia negativa per il saldo tra imprese iscritte e cessate nei “servizi di ristorazione”, nel quale a livello nazionale si registrano 13.629 iscrizioni, 25.934 cessazioni per un saldo di meno 12.305 unità.
In particolare, in Abruzzo, sono state registrate 313 iscrizioni a fronte delle 595 cessazioni: un totale di 284 attività di ristorazione in meno pari, appunto, al 3,5 per cento.
“Iscrizioni” e “Cessazioni” sono variabili di flusso, e rappresentano il numero delle imprese che si sono iscritte e cancellate dal Registro delle Imprese nel periodo preso in considerazione.
La nati-mortalità per forma giuridica evidenzia una criticità diffusa, con scostamenti poco significativi tra ditte individuali e società di persone. Il tasso di turnover pari a -3,4% indica che il segmento ha perso 3,4 imprese ogni 100 attive. Le regioni a più alto turnover sono Umbria, Marche, Trentino, e Piemonte. Le ditte individuali si attestano a – 4,0%, mentre le società di persone presentano tassi peggiori (-4,6%).
Certo è che effettuare un confronto intertemporale basato sullo stock delle imprese attive ed i flussi delle “iscrizioni” e delle “cancellazioni” può portare ad interpretazioni distorte se non si tiene conto del tasso di “variazioni”. Infatti, nel corso di un anno, si possono verificare situazioni particolari tra le quali cessazione o re-iscrizione di una medesima impresa, mentre possono modificare la consistenza delle imprese con sede nella provincia considerata, a livello di rami di attività economica e/o di forma giuridica.
Ma nonostante questa criticità, la rilevazione della dinamica delle iscrizioni e cessazioni continua ad essere un importante indicatore della vitalità imprenditoriale di un settore di attività economica anche a prescindere, dunque, dagli effetti sulla consistenza delle imprese.
“Provando a spiegarlo con un esempio – si legge nel reporti – potremmo dire che avere 10 imprese iscritte e 10 cessate o, in alternativa, 10mila iscritte e 10mila cessate produce lo stesso risultato in termini di stock ma assume un significato profondamente differente in termini di vivacità o fragilità del tessuto imprenditoriale.
“Per queste ragioni – viene spiegato nel report – Fipe continua ad utilizzare la nati-mortalità delle imprese come indicatore dello “stato di salute” del settore. Per analizzare la demografia delle imprese si ricorre ai tassi di natalità e di mortalità delle imprese ed al tasso di imprenditorialità calcolato come rapporto tra il saldo delle imprese (iscritte – cessate) e lo stock di imprese attive”. (azz.cal.)





