L’AQUILA – Con una manciata di residenti rientrati nelle proprie abitazioni e una novantina di esercizi commerciali, prevalentemente di somministrazione che animano la movida, quello che manca al centro storico dell’Aquila a dieci anni dal terremoto è essenzialmente la popolazione e “senza un commissario straordinario che faccia partire la ricostruzione pubblica, al palo a causa di procedure lunghe e farraginose, non è possibile riportare gli uffici, che sarebbero i veri attrattori di gente che darebbe respiro anche all’economia, perché a Beirut non credo possano valere le stesse regole di Londra!”.
È duro Celso Cioni, direttore della Confcommercio, mentre illustra gli sconfortanti dati di uno studio nazionale dell’associazione di categoria, “Demografia d’impresa nelle città italiane”, che pone il capoluogo d’Abruzzo “ampiamente in testa” tra quelle in declino commerciale.
Secondo il report, L’Aquila negli ultimi dieci anni ha perduto il 42,9 per cento dei negozi in sede fissa, a fronte del -26% della media nazionale, e il 38 per cento degli ambulanti: all’interno dell’antica cinta muraria, nel 2008 c’erano migliaia di partite Iva di cui il 90 per cento negozi ed esercizi commerciali che mediamente attiravano tra le 30 e le 40 mila persone al giorno.
A loro si aggiungevano 900 botteghe artigiane e 130 ambulanti nello storico mercato di piazza Duomo, oggi delocalizzato a piazza d’Armi.
“La ricostruzione privata tutto sommato è andata discretamente, ma se non riportiamo ‘di forza’ la gente a frequentare il centro storico non riusciamo a farlo rianimare – dice Cioni – , perciò essenziale che dentro le mura tornino degli attrattori”.
La ricostruzione pubblica è il vero cono d’ombra, perché “le norme sono complesse, chi perde le gare fa ricorso al Tar, poi al Consiglio di Stato – fa osservare – tutto ciò ha fatto sì che dieci anni passassero invano” e che, dieci anni dopo, si fosse al 20 per cento dell’opera.
L’appello è ancora una volta al governo, affinché si adottino misure straordinarie come quelle che nella fase della prima emergenza consentirono di realizzare alloggi per quindicimila persone in cinque mesi.
Nel centro storico, in dieci anni, c’è stato chi ha riaperto e con fatiche immani quotidianamente porta avanti la propria attività, ma anche chi ha dovuto desistere.
È il caso di Mario Maccarone, 77 anni di cui 55 trascorsi dietro al bancone del bar Gran Sasso, lungo Corso Vittorio Emanuele II.
“Sabato 10 luglio 2010 ho riaperto – racconta – non pensando che i clienti che mi hanno fatto vivere per mezzo secolo, in centro storico non c’erano più”.
Mario ha chiuso due anni più tardi, ma “senza il benedetto terremoto sarei rimasto aperto nonostante l’età, non era partcolarmente faticoso” dice, facendo osservare come il declino del centro storico fosse tuttavia iniziato già prima del 2009: “Internet ha distrutto il commercio, i giovani si misurano le scarpe nei negozi e poi le acquistano su internet, mio figlio fa lo stesso, ordina e dopo un giorno arriva la merce!”.



