Quando si parla di squadre abruzzesi in Serie A, la ricostruzione storica porta a un dato netto: il Delfino Pescara 1936 è l’unico club della regione ad aver disputato il campionato italiano di massima serie a girone unico. Chieti, L’Aquila, Teramo, Giulianova e altre piazze importanti del calcio abruzzese hanno scritto pagine significative tra Serie B, Serie C e categorie interregionali, ma non sono mai arrivate nel torneo che, dal 1929, identifica la Serie A moderna. Il Pescara, invece, ci è riuscito sette volte: 1977-78, 1979-80, 1987-88, 1988-89, 1992-93, 2012-13 e 2016-17. Il miglior piazzamento resta il 14º posto del 1987-88, l’unica salvezza conquistata sul campo nella massima categoria.

Il primato regionale: perché l’Abruzzo in Serie A significa Pescara

La geografia calcistica abruzzese ha sempre avuto molte capitali emotive, ma una sola capitale statistica in Serie A: Pescara. Non è un dettaglio marginale, perché racconta anche la difficoltà strutturale di portare stabilmente una società del Centro-Sud adriatico dentro l’élite del calcio italiano. Il Delfino ha rappresentato l’Abruzzo nei confronti con Juventus, Inter, Milan, Roma, Napoli e Torino, alternando imprese memorabili e retrocessioni rapide.

Nelle tabelle storiche dei campionati nazionali, il Pescara risulta accreditato di sette partecipazioni in Serie A, con debutto nel 1977-78 e ultima apparizione nel 2016-17. Esiste anche una presenza nel campionato misto Serie A-B 1945-46, ma va tenuta distinta dalla Serie A a girone unico: fu una competizione eccezionale del dopoguerra, non una stagione ordinaria della Serie A moderna.

1977-78: il primo approdo nella massima serie

La prima promozione del Pescara in Serie A arrivò come un salto storico per l’intera regione. La stagione 1977-78 fu il battesimo assoluto: entusiasmo altissimo, stadio Adriatico carico di aspettative e una squadra chiamata a misurarsi con un livello tecnico mai affrontato prima. Il risultato finale fu però severo: 16º posto, 17 punti, 4 vittorie, 9 pareggi e 17 sconfitte. La retrocessione arrivò all’ultimo posto, ma quel campionato aprì una porta simbolica.

Dentro una stagione complicata, il Pescara seppe comunque concedersi giornate di prestigio. Le vittorie contro Inter e Torino rimasero nella memoria collettiva come prove di orgoglio, più che come punti sufficienti per cambiare il destino della classifica. Fu la dimostrazione che l’Abruzzo poteva entrare nella mappa della Serie A, anche se ancora non aveva gli strumenti per restarci.

1979-80: ritorno immediato, ma salvezza ancora lontana

Dopo la retrocessione, il Pescara riuscì subito a ricostruire la propria corsa verso l’alto. La promozione del 1978-79 riportò i biancazzurri in Serie A, anche grazie allo spareggio vinto a Bologna contro il Monza: un passaggio che resta tra i momenti più popolari della storia del tifo pescarese.

La nuova avventura in massima serie, però, si chiuse ancora con una retrocessione. Nel 1979-80 il Pescara terminò 14º su 16 squadre, con 16 punti, 4 vittorie, 8 pareggi e 18 sconfitte. Fu un piazzamento migliore rispetto al debutto, ma non abbastanza per evitare il ritorno in Serie B. Anche questa volta il club pagò la differenza di profondità tecnica e finanziaria rispetto alle concorrenti più attrezzate.

1987-88: il capolavoro di Galeone e la miglior Serie A della storia pescarese

Il punto più alto della storia abruzzese in Serie A resta la stagione 1987-88. Il Pescara di Giovanni Galeone arrivò in massima serie dopo aver vinto la Serie B 1986-87, in un’annata entrata nel mito per il gioco offensivo, leggero, coraggioso, spesso definito “calcio-champagne”. In Serie A, quella squadra non si limitò a partecipare: riuscì a salvarsi.

Il 14º posto del 1987-88 è ancora il miglior piazzamento mai ottenuto da una squadra abruzzese nel massimo campionato. Il bilancio fu di 24 punti, 8 vittorie, 8 pareggi e 14 sconfitte, con 27 gol segnati e 44 subiti. Numeri non da alta classifica, certo, ma sufficienti per trasformare quella salvezza in un’impresa storica.

La stagione ebbe anche un impatto culturale. Galeone portò un’idea di calcio riconoscibile, con giocatori come Júnior e Blaž Slišković capaci di dare personalità e qualità a una squadra che partiva sfavorita. Il Pescara non fu una provinciale chiusa nella paura: cercò di giocare, spesso rischiando, e proprio per questo quella permanenza è ricordata come il vertice tecnico del club in Serie A.

1988-89: la conferma mancata

La stagione successiva fu il tentativo di consolidare quanto costruito. Il Pescara rimase in Serie A anche nel 1988-89, ancora con Galeone in panchina, ma il secondo anno consecutivo nel massimo torneo fu più duro. Il club chiuse 15º, con 27 punti nella classifica a due punti per vittoria, 5 successi, 17 pareggi e 12 sconfitte. La retrocessione arrivò al termine di un campionato combattuto ma insufficiente.

Il dato più interessante è proprio il numero dei pareggi: 17. Il Pescara fu spesso competitivo, raramente travolto, ma non riuscì a trasformare abbastanza partite equilibrate in vittorie. Dopo il miracolo della salvezza, la Serie A presentò il conto.

1992-93: gol, spettacolo e fragilità

Il ritorno in Serie A del 1992-93 riportò a Pescara entusiasmo e ambizione, ancora sotto il segno di Galeone nella promozione precedente, anche se la stagione in massima serie fu poi guidata da Vincenzo Zucchini. La squadra chiuse 18ª, ultima, con 17 punti: 6 vittorie, 5 pareggi e 23 sconfitte. Il dato dei gol racconta bene l’identità di quel Pescara: 47 reti segnate, tantissime per una retrocessa, ma 75 subite.

Fu un campionato contraddittorio. Da un lato, la classifica fu pesante; dall’altro, il Pescara lasciò immagini forti, compresa la celebre vittoria per 5-1 contro la Juventus all’Adriatico. Una partita che non cambiò il destino della stagione, ma entrò nel patrimonio emotivo del club: la fotografia di una squadra capace di accendersi contro chiunque, anche quando la salvezza era ormai compromessa.

2012-13: l’eredità di Zeman e il trauma del ritorno

Il Pescara tornò in Serie A nel 2012-13 dopo una delle promozioni più spettacolari della storia recente della Serie B. La squadra di Zdeněk Zeman, con talenti come Ciro Immobile, Lorenzo Insigne e Marco Verratti, vinse il campionato cadetto 2011-12 segnando 90 gol e chiudendo al primo posto.

La Serie A, però, fu un’altra storia. Senza diversi protagonisti della promozione e senza Zeman, il Pescara non riuscì a reggere l’impatto. Chiuse 20º, ultimo, con 22 punti, 6 vittorie, 4 pareggi e 28 sconfitte. I gol subiti furono 84, cifra che certificò una stagione di enorme sofferenza difensiva. Quel campionato resta il caso più evidente di frattura tra una promozione brillante e una permanenza mai davvero costruita.

2016-17: l’ultima apparizione in Serie A

L’ultima presenza pescarese in Serie A è quella del 2016-17. Il club arrivò nella massima serie dopo i playoff di Serie B, guidato da Massimo Oddo, ma la stagione si rivelò presto complicata. Il Pescara chiuse ancora al 20º posto, con 18 punti, 3 vittorie, 9 pareggi e 26 sconfitte. Il bilancio dei gol, 37 fatti e 81 subiti, confermò le difficoltà di una squadra generosa ma troppo fragile per sostenere il ritmo della categoria.

Nel corso dell’annata tornò anche Zeman, richiamato per provare a cambiare inerzia e identità. L’effetto emotivo ci fu, ma non bastò. La retrocessione arrivò matematicamente dopo la sconfitta contro la Roma all’Adriatico, in una serata che chiuse l’ultimo capitolo, almeno finora, dell’Abruzzo in Serie A.

Oggi, purtroppo, il Pescara non naviga in acque tranquille: il club abruzzese è retrocesso in Serie C e dovrà ricominciare da capo nel suo viaggio verso le vette del calcio italiano. C’è da dire comunque che, secondo i portali che propongono le quote per le scommesse calcio, viene facile immaginare come il Pescara possa essere una delle prossime favorite per un imminente ritorno in cadetteria.