L’AQUILA – Il suo è un nome che potrebbe non dire nulla specie a chi è più giovane, ma a chi ha una certa età e più in generale a chi si interessa, a prescindere dall’anagrafe, degli anni della lotta armata in Italia passata anche per il sequestro e l’omicidio di Aldo Moro, quel nome dice moltissimo.
E fa discutere moltissimo, soprattutto i parenti delle vittime.
AbruzzoWeb l’ha intervistata.
Lei è Barbara Balzerani, nome di battaglia Sara, la primula rossa, uno dei membri più importanti della colonna romana delle Brigate Rosse.
Talmente importante da aver partecipato alla strage di via Fani e al sequestro e all’uccisione dello statista Aldo Moro, un capitolo tanto drammatico quanto decisivo per le sorti d’Italia e probabilmente per un pezzo di mondo occidentale.
Classe 1949 da Colleferro, ex compagna del pezzo più grosso di quelle Br, Mario Moretti, fu arrestata nel 1985.
Alle sue spalle, anni drammatici fatti attività politica, di omicidi e attentati in una spirale di violenza “figlia” di un periodo che coinvolse, oltre ai brigatisti e alle loro vittime, Stato italiano, servizi segreti anche deviati, fascisti, Stati e altre forze sovranazionali sovente ambigui, con molti personaggi altrettanto ambigui.
Un periodo che ha provocato ovviamente processi a non finire, con alcuni fatti ancora oscuri, a distanza di decenni, su cui l’ex Br non parla.
Tre ergastoli, Balzerani è libera dal 2011 grazie ai benefici della legge Gozzini, la stessa con cui si introdusse l’articolo 41 bis nella legge sull’ordinamento penitenziario italiano, ovvero il regime di carcere duro, ma pure una serie di disposizioni in materia di detenzione per “alleggerire” e diversificare la detenzione.
Oggi vive scrivendo libri. L’ultimo si intitola L’ho sempre saputo.
E nelle uscite pubbliche parla solo dei suoi libri, mantenendo il riserbo sulla sua vita attuale.
Come a voler mettere un freno alle inevitabili domande su quella parte della sua esistenza, tra una privacy da tutelare e degli argomenti complessi e ancora molto delicati per i quali sembra aver esaurito le risposte.
Ma in questa lunga intervista, tra l’altro, Balzerani parla del suo mancato pentimento, delle polemiche con i familiari delle vittime, di 41bis, della ingiusta detenzione dell’aquilano Giulio Petrilli, “Conosco la sua storia”, dei governanti e dei governati attuali; e critica la ricostruzione storica degli anni di piombo.
Sui quali spiega che “Manca l’essenziale: una rigorosa ricostruzione storica basata sull’analisi di quel contesto, fuori dall’uso propagandistico che ne fa la politica dei palazzi per amnistiarsi dalle sue gravi responsabilità e per governare il presente. L’intento della divulgazione su cui insiste da decenni la comunicazione mediatica è molto chiaro: non c’è stato nessun tentativo rivoluzionario, solo una sparuta minoranza senza legami sociali, isolata e eterodiretta”.
Sullo sfondo, in ogni caso, è sempre presente quella guerra, perché forse di guerra più che di lotta si trattò, che la vide, fin da giovanissima, lei come migliaia di coetanei dell’epoca, mettersi dalla parte più rischiosa di tutte.
Per cercare di cambiare, prendendolo di petto – ma finendo per essere fermata, ossia sconfitta insieme all’utopia che inseguiva – il mondo in cui viveva.
Un mondo nel quale, ne è fermamente convinta, su quegli anni lì c’è chi ha lavorato e lavora per produrre una verità alterata, in parole povere propaganda, in sostituzione di quella pura, cioè storica.
Con l’intenzione di soffocarne ogni aspetto rivoluzionario.
Cominciamo dal presente: chi è Barbara Balzerani oggi, a un passo dal compiere settant’anni in una Italia profondamente diversa da quella degli anni di Piombo?
Intanto una precisazione: “anni di piombo” è una dicitura rubata dal titolo di un famoso film della regista von Trotta che stava a indicare il clima di pesante repressione in Germania contro i militanti della Raf (Rote Armee Fraktion, ndr), fino a “suicidarli” in carcere.
In Italia sono poi stati usati per indicare gli anni della lotta armata, come se fossero stati scanditi da atti di cupo e isolato terrore da parte di quattro esaltati, estranei alle dinamiche sociali del Paese.
In realtà si è trattato di un ventennio di conquiste politiche e sociali enormi, di un movimento rivoluzionario nato agli inizi degli anni ’60, a partire dalla rivolta antifascista a Genova, proseguito a piazza Statuto a Torino per esplodere nel ’68/69.
Un movimento a forte centralità operaia, contro le logiche istituzionali, partitiche, sindacali. In questo movimento è nata e si è sviluppata la lotta armata, in un contesto internazionale di rivoluzioni anti-coloniali e anti-capitaliste e di tentativi di realizzazione del socialismo. La sconfitta di tutto questo ha segnato anche la nostra.
Chi sono oggi, mi chiedi? Sono una che ha vissuto l’utopia concreta di lottare per una società senza classi e che si interroga sulle ragioni di quella sconfitta. Senza sconti, senza cercarne le cause all’esterno di quanto si è stati in grado di capire, teorizzare e mettere in pratica.
Cinquant’anni fa cominciò il suo percorso che la portò a lasciare Colleferro per la Capitale. E da lì a vivere da protagonista alcuni dei momenti più drammatici della storia d’Italia e probabilmente non solo di questo Paese, momenti su cui è stato scritto e detto di tutto, ma non tutto. Cosa manca, secondo lei, alla ricostruzione e alla rilettura di quegli anni?
Manca l’essenziale: una rigorosa ricostruzione storica basata sull’analisi di quel contesto, fuori dall’uso propagandistico che ne fa la politica dei palazzi per amnistiarsi dalle sue gravi responsabilità e per governare il presente. L’intento della divulgazione su cui insiste da decenni la comunicazione mediatica è molto chiaro: non c’è stato nessun tentativo rivoluzionario, solo una sparuta minoranza senza legami sociali, isolata e eterodiretta.
Basterebbe andare a leggere alcuni numeri per farsi qualche domanda in più: quindici anni di lotta armata comunista, 269 gruppi armati operanti nel dicembre del 1979 secondo una nota ministeriale, di 36 mila cittadini inquisiti per banda armata di cui 6 mila condannati a molti anni di carcere, di 7.866 attentati compiuti e di 4.290 azioni di violenza ai danni di persone. Per intenderci, il numero dei prigionieri politici in quegli anni è stato più alto di quello del regime fascista.
Una guerriglia urbana, in un Paese a capitalismo avanzato e a democrazia parlamentare, non sarebbe durata tre giorni se non avesse goduto del consenso e dell’appoggio di una parte consistente di quel vasto movimento di classe contro cui si è abbattuto l’abbraccio reazionario del Pci con la Dc e la Confindustria.
Quello che manca serve a negare l’idea stessa della possibilità di cambiamenti radicali. La costruzione mediatica di questo rozzo ma funzionale anticorpo si è dotata di folte bibliografie, produzioni cinematografiche e istituzionali (le varie Commissioni parlamentari) a cui, con pochissime eccezioni, si è inchinata l’intellighenzia nostrana, ansiosa di sanare il nostro impronunciabile reato: quello di aver dimostrato la vulnerabilità del potere ai suoi massimi livelli.
Ed è straordinario come non venga formulato nessun interesse sulle reali cause della nascita e del perdurare della lotta armata in questo Paese e tutto si traduca in reiterati quanto sempre più deformati nessi e particolari torbidi. La menzogna eretta a sistema non ha neanche bisogno di essere dimostrata. Cos’altro può essere più deresponsabilizzante per delle classi dirigenti la rappresentazione di una stagione di aspro e prolungato conflitto come un’operazione di servizi segreti e non come esplosione di contrapposizioni sociali?
Ma c’è un altro elemento importante per cui la nostra esperienza non viene consegnata alla storia e continua a essere trattata come cronaca, cioè funzionare come monito per il presente, come deterrente per chiunque oggi si ponga sul terreno dell’alternativa possibile all’esistente. Gli esempi sono clamorosi: dalla mattanza di Genova 2001, alle accuse di terrorismo per i no Tav.
Recentemente il suo nome è tornato sui media suscitando reazioni anche molto dure, segno che probabilmente certe ferite difficilmente si rimargineranno. In questo contesto, lei ha scelto di non dissociarsi, né di pentirsi. Perché?
Si riferisce alle “giornate dell’indignazione” orchestrate a seguito di una mia frase “Chi mi ospita oltre confine per i fasti del quarantennale?” che ha scatenato una polemica furibonda alla vigilia delle celebrazioni del quarantesimo anniversario del sequestro di Aldo Moro. Inutile il mio tentativo di motivare il senso di quelle parole.
All’obiezione: “Non pensa che la frase possa ferire i figli o i nipoti di chi fu vittima degli anni di piombo?” ho risposto: “Perché dovrebbe? Non crede sia legittimo da parte mia non dover assistere al racconto che ne faranno tv, commentatori politici, dietrologi, componenti di commissioni parlamentari? Insomma tutti coloro che hanno accesso ai mezzi della comunicazione e che altro non hanno prodotto che verità di comodo, mistificazioni e vere e proprie menzogne su quegli avvenimenti, sui comportamenti e le responsabilità di ciascuno. Dove vede in quello che ho scritto un’offesa? Non crede sia interesse anche di quelle persone che lei ritiene io abbia offeso che un simile evento non sia lasciato alla ricostruzione di personaggi che per nulla hanno a cuore il rigore di una ricostruzione storica?”.
In quella occasione i media hanno mostrato la loro anima nera, eludendo il merito della frase incriminata per limitarsi a una sequela di insulti rivolti alla mia persona.
Media che hanno reclamato il silenzio mio e dei miei compagni, mentre, di nascosto, hanno fatto a gara pur di averci nelle loro trasmissioni e sulle loro testate. Tutta la gazzarra altro non è stata che un ribadire chi non ha diritto di parola e, viceversa, chi ne detiene il monopolio.
E a decidere chi ne sia moralmente titolare o escluso è un principio metastorico che contrappone vittime e carnefici, bene e male assoluti. Come se la testimonianza di chi ha agito fosse un insulto a chi ha subito dei lutti. Un ribaltamento di ogni principio storiografico. Tutto in nome di una fittizia “memoria condivisa” che, nell’esaltazione dell’innocenza assoluta di una parte e la colpevolezza assoluta dell’altra, esercita un potere di censura sulla libertà di pensiero e di parola.
Perché ho scelto di non pentirmi, mi chiede. Perché quello che, con un linguaggio da sacrestia, passa sotto la definizione di “pentimento” in realtà è un’operazione politica che ha premiato “i testimoni della corona” in un mercato in cui, in cambio della delazione, dell’abiura e del riconoscimento delle superiori virtù dell’avversario combattuto fino al giorno prima, si ottengono vantaggiosi sconti di pena e la riabilitazione morale.
Agli occhi dei dispensatori di indulgenze il meritevole è chi tradisce i suoi compagni e le ragioni per cui ha combattuto per restituire al potere un’innocenza e una superiorità morale che non è nella sua natura possedere. Tutto questo non avviene in privato, come ci si aspetterebbe in presenza di un travaglio personale, ma nella forma esibita del dolore per il male arrecato.
È così che al posto della ricostruzione storica, trionfa un resoconto ipocrita del trionfo del bene sul male.
In questa rappresentazione confessionale naturalmente non manca il corollario del perdono per i meritevoli che, da concezione intimo-religiosa, travalica nei codici e nella cultura politica dominante. E chi non rientra nella categoria è per sempre escluso dalla libertà di parola e non per titolo di reato, identico ai tanti graziati per ammissione di colpa, ma per indegnità morale, per inestinguibilità della pena se non tramite redenzione e successivo perdono privato.
Quando legge o sente dire che le Brigate Rosse sono state infiltrate e utilizzate da forze esterne per scopi diversi da quelli ‘ufficiali’, qual è la sua reazione?
Quello dell’infiltrazione è il canovaccio con cui si sono spesi fiumi di inchiostro per dimostrare l’indimostrabile. Il racconto è banale quanto efficace come strumento di divulgazione e rimanda tutti gli avvenimenti dello scontro degli anni ’70 a una data e un fatto: il 16 marzo ’78 e il sequestro di Aldo Moro.
In questo modo, decontestualizzando l’evento, è come se non fosse inserito in un percorso intelligibile di un conflitto che qualcuno ha definito “guerra civile a bassa intensità”, ma fosse spuntato dal nulla per mano di oscuri personaggi teleguidati. Nulla conta che tutto si sappia dei brigatisti rossi, uno per uno e che la loro provenienza politica sia “certificata”.
Nulla conta che quella azione facesse parte del programma di attacco allo Stato delle Brigate rosse, a disposizione di chiunque volesse documentarsi. Nulla contano i tentativi di opporre un diverso punto di vista perché in questione non è la critica politica della nostra pratica, ma ricostruzioni di una realtà altra che sfugge all’accertamento dei fatti e alla loro comprensione razionale.
D’altra parte, negli ultimi decenni, di distorsioni semantiche nel linguaggio politico e massmediatico ne abbiamo sentite di tutti i colori, a partire dalla definizione di “guerre umanitarie” a quella di “buonismo”.
Alterare il significato del vocabolario abituale, a fronte della pervasività degli attuali mezzi comunicativi, significa modificare il modo con cui si concettualizzano la realtà e gli insegnamenti dell’esperienza diretta, in un’inversione di significati che genera paura, individualismo, luoghi comuni e delega.
Si tratta di un’operazione di guerra alla legittimità del pensiero critico e della necessità del conflitto che ha avuto un innegabile successo e che ha consolidato la pace sociale degli ultimi decenni. Pace sociale che, con alcune importanti eccezioni, ha consentito in maniera indolore il netto peggioramento delle nostre condizioni di lavoro, di vita e di agibilità politica.
E questo spiega l’insistenza oltre misura della criminalizzazione del più duraturo e incisivo movimento rivoluzionario del dopoguerra, simboleggiata dall’ossessivo screditamento dell’autonomia che ha mosso le Brigate Rosse in quel lontano 16 marzo.
Lei in carcere è finita da colpevole mentre l’aquilano Giulio Petrilli, invece, ha da poco comunicato di aver smesso di lottare per ottenere dallo Stato italiano il risarcimento per una ingiusta detenzione durata sei anni, dopo l’accusa di essere tra gli organizzatori della banda armata Prima Linea. E mentre nel carcere dell’Aquila c’è ancora Nadia Desdemona Lioce, in regime di 41-bis. Storie profondamente diverse tra loro, ma con una parola in comune: carcere.
Sì, la nostra è sempre stata una storia politica trattata come criminale, sia nella sua repressione che nella sua ricostruzione. Nonostante il trattamento “speciale” sempre adottato, non ci è mai stata riconosciuta la natura politica dei nostri “reati”, natura politica che abbiamo sempre rivendicato, non avendo mai accettato di riconoscere il potere delle corti di processarci né la necessità di doverci difendere.
D’altra parte questa non è una novità italiana. Basti pensare alla morte in carcere di Bobby Sands e dei suoi compagni, in sciopero della fame per l’ottenimento dello status di prigionieri politici. La storia di Giulio è emblematica come dimostrazione del livello di repressione raggiunto in quegli anni in cui bastava veramente poco per incorrere negli strali di polizia e magistratura, corroborati da un sistema di spionaggio organizzato dal Pci.
D’altra parte non mi risulta che siano stati “risarciti” compagni che sono stati torturati e la cui tortura è stata accertata da sentenza, come nel caso del compagno Triaca, che ha scontato un’ulteriore condanna per calunnia a seguito della sua denuncia del trattamento subito. E questo nonostante la “confessione” postuma di alcuni tra gli artefici di quei metodi “persuasivi”, sempre negati da chi ne ha nascosto la vergogna dietro la propaganda di una vittoria dello Stato attraverso metodi democratici.
A ben vedere il 41-bis per alcuni militanti delle “Nuove Brigate rosse” è una delle tante nefandezze legislative, visto che, in punta di diritto formale, non sussistono più le condizioni di pericolosità sociale essendo stata distrutta la loro organizzazione. Per non parlare di condanne esorbitanti grazie alle norme che vanno dalla “devastazione e saccheggio” a quelle per il “decoro urbano”.
Più in generale non si può negare l’attitudine al ricorso penale della cultura politica delle forze politiche di questo paese, sia di destra che di sinistra, che ha origini lontane e che ha visto gareggiare in esibizioni muscolari i governi di diverso colore. In ballo il pieno di voti elettorali sotto la bandiera di una “legalità” che ha permesso il varo delle peggiori leggi antiproletarie e anti libertarie.
Persino antiumanitarie, vista il numero dei cadaveri che galleggiano nel Mediterraneo. D’altra parte chi ci governa non fa neanche più tanta fatica visto che, con il fiaccarsi delle fila disperse dei movimenti, il lavorio propagandistico è riuscito a modificare lessico e significati di una lunga tradizione di critica pratica, generando una visione parallela della realtà tutta all’insegna del si salvi chi può, ognuno per sé. Tanto che non c’è neanche più bisogno del bastone del padrone, tanto si sono introiettati il comando e il sistema di valori dominante.
Ritiene che la scrittura le sia stata di aiuto in qualche modo?
Sì, enorme. Mi ha permesso di ripercorrere, cercare risposte e rimesso in comunicazione con i tanti e tante che hanno perso la voce ma non il discernimento su quanto è accaduto e accade.
Il governo in Italia è a guida Lega-5 Stelle, tra flat tax, reddito di cittadinanza, lotta all’immigrazione. Crede che ci possa essere ancora posto per una sinistra forte? Oppure, in un Paese storicamente poco autonomo non ci sono margini di ‘rinascita’ in questo senso?
Mi permetta un’auto citazione dal mio ultimo libro: “Il lungo ’68 era finito e non eravamo riusciti a cancellare dalle nostre bandiere al vento i segni dell’inganno del mito di un inesauribile progresso. Pur negandolo avevamo creduto nello sviluppo tecnico illimitato, nella graziosa concessione da parte del capitale morente dei mezzi per una transizione mai avvenuta, come se non sapessimo quanto tutta la miseria e la morte fuori dai nostri confini dipendesse dalla necessità insaziabile di consumo che lubrificava il suo funzionamento e che ci aveva contaminati. Come se tutta la ricchezza non fosse prodotta da altro che dallo sfruttamento di lavoro e di risorse, impensabile da riprodurre in un sistema non mercantile. Lo sapevamo che il colonialismo prima e dopo era stato il reparto decentrato che ha fornito le fondamenta su cui si è poggiato l’ammasso di profitti del capitalismo. Che le catene ai polsi degli schiavi aveva costituito il prototipo della successiva messa a regime dell’esercito di salariati. Lo sapevamo ma non abbiamo saputo rinunciare alla centralità strategica di quanto accadeva nel cuore dell’occidente bianco e della sua capacità produttiva, né saputo preservare la trama di alleanze con la periferia di un impero che era tale solo geograficamente. Non immaginando che nell’era del virtuale, dell’economia cognitiva a bassa intensità di conflitti, nulla sarebbe stato possibile senza le piccole dita dei ragazzini congolesi ingabbiati nelle miniere di coltan”.
Temo che nulla di meno possa bastare per pensare di attraversare il deserto attuale e uscirne vivi. Pensare oggi di poter “rinascere” va di pari passo con l’elaborazione di un paradigma rivoluzionario adeguato alle condizioni e all’esperienza.
I governi passano. Resta la mentalità diffusa dei governati. Del resto gli attuali governanti sono la versione senza veli del principio capitalistico che vieta il diritto di esistenza a chi non può essere usato né come forza di un lavoro che non c’è più, né come consumatore.
Sono la traduzione più esplicita del vecchio principio liberista della società dei due terzi, abbracciato anche dal defunto Partito comunista e poi perfezionato dai suoi epigoni. Una manifestazione del sistema sociale capitalistico che mostra la sua decrepitezza dopo aver consumato nella sua opera devastatrice ogni occasione di progresso.






