L’AQUILA – “L’Aquila sarà pure il cantiere più grande d’Europa, ma è in atto una desertificazione, si rischia di ricostruire una città in buona parte vuota. Perché non c’è una vera politica del lavoro, e da questo punto di vista L’Aquila è l’emblema di un modello economico che non funziona, che non ricostruisce la vita, ma la distrugge”.
Così Giorgio Cremaschi, oramai ex (storico) sindacalista della Cgil, componente Fiom, che entra nel dibattito sullo stato dell’arte della ricostruzione post sisma dell’Aquila e del cratere.
Una città, L’Aquila, che Cremaschi ha frequentato assiduamente negli anni della vertenza del polo elettronico, il cuore pulsante fino agli anni ’80 dell’economia di un intero territorio, di cui ora restano solo gli ultimi cassintegrati capannoni vuoti, in mezzo a promesse di rilancio.
A settembre del 2015, Cremaschi ha stracciato la tessera della Cgil, sindacato che lui stesso ha accusato di “sudditanza nei confronti del Partito democratico”, di essere “corresponsabile del disastro del mondo del lavoro, con la disoccupazione di massa che si aggiunge all’arretramento dei diritti”, causato dall’appiattimento sulle fallimentari politiche neoliberiste.
E il disastro del lavoro è anche la causa, chiude il cerchio Cremaschi, delle contraddizioni della ricostruzione aquilana, una “vicenda edilizia che arricchisce chi è già ricco”, e “costringe tanti giovani ad emigrare per mancanza di prospettive”, citando come modello alternativo e occasione mancata il Tennessee Valley Authority, il massiccio progetto di investimenti pubblici in dighe e risanamento ambientale voluto dal presidente Franklin Delano Roosevelt nel 1931, dopo la grande depressione economica e le devastanti alluvioni che martoriarono lo stato americano del Tennesse, che diede priorità alla creazione massiccia di posti di lavoro, e solo dopo alla ricostruzione materiale.
Cremaschi, come vede relativamente da lontano?
Vado spesso all’Aquila, l’ultima volta in autunno, dove ho parlato con molte persone. Ritengo che, nonostante i cantieri, quel che accade nel capoluogo abruzzese sia vergognoso. Parliamo di un’importante città italiana, dove da sette anni perdura una desertificazione.
Eppure i soldi da Roma adesso arrivano, sopra la città svettano decine e decine di gru…
Si ricostruiscono edifici, è vero, ma molti restano vuoti o sono messi in vendita, non si sta ricostruendo la vita. Non vedo un piano di riorganizzazione sociale ed economica, temo che si stia ricostruendo una città mezza vuota, una sorta di museo. L’Aquila aveva una grande popolazione studentesca che oggi va scemando, oltre a un importante nucleo industriale, per cui mi sono battuto, ora scomparso. Anche per questo non bastano i cantieri edili, il terremoto è precipitato su una città con gravi problemi di vocazione industrial e non possono essere solo le mere logiche privatistiche del mercato edilizio a risollevare le sue sorti.
A proposito di politiche del lavoro, cosa l’ha portata ad abbandonare il sindacato?
Il totale dissenso con la sua azione. Oramai la Cgil è immodificabile. l lavoratori italiani sono in una condizione intollerabile, in termini di diritti si è tornati indietro di ottant’anni e non vedo voglia di reazione, né uno straccio di autocritica, anche se non amo questo termine. Anzi, il sindacato cerca solo di salvare se stesso, dopo una ritirata consensuale dal suo compito di difendere i diritti dei lavoratori.
Agli occhi delle partite Iva e di altre figure precarie, i sindacati sono un oggetto misterioso, che più che altro si occupano con i Caf di offrire consulenze fiscali a basso costo. Condivide questo giudizio?
Bisogna stare attenti, è un’accusa pericolosa dire che i sindacati tutelano solo i lavoratori con contratto a tempo indeterminato. Anche quest’ultimi stanno subendo una distruzione dei diritti e i diritti non si sono estesi ai precari, perché anche chi lòi ha aveva li ha persi o li sta perdendo.
Tanti giovani talenti stanno abbandonando l’Italia e anche L’Aquila, emigrando altrove. Come si può frenare questo impoverimento di energie e talenti?
È il dato più grave di tutti, che riguarda tutto il Paese. E dimostra come sia imbrogliona la cultura, anzi la propaganda del ‘merito’. Un laureato su due non trova lavoro. È nell’ironia di tutti i giorni dire che ‘ho conseguito un master, ora posso andare a fare panini al fast food’. La verità è che si vogliono lavori di basso profilo. E la disoccupazione di massa è voluta, serve a tenere bassi i salari, serve a far tenere la testa bassa e a far rinunciare a molti diritti, a far prevalere la logica riassumibile con il detto ‘o mangi questa minestra o salti dalla finestra’. Per frenare questo esodo, insomma, bisogna per prima cosa smettere di pensare che il lavoro lo crea il mercato, questo è il vero pensiero reazionario. La grande crisi del 1929 negli Stati Uniti è stata superata solo grazie a massicci investimenti pubblici. E, a proposito di ricostruzioni post catastrofe: il presidente Roosvelt, protagonista di quella virtuosa politica anti-crisi, dopo le tremende alluvioni che colpirono lo stato del Tennesse mise in atto un grandioso piano di investimenti di ricostruzione e risanamento ambientale, che al primo posto aveva però la creazione di lavoro, l’occupazione di massa.
L’Europa è davvero una gabbia, o un’altra Europa è possibile?
È naturale pensare che un’altra Europa sia possibile, ma politicamente non condivido che dentro queste istituzioni europee si possa fare un’altra politica. L’Europa è l’istituzionalizzazione dell’ideologia liberista, del mercato e del profitto prima di ogni cosa. C’è una totale incompatibilità tra la Costituzione italiana fondata sul lavoro e un potere burocratico e autoritario che ha nel dna, ossia scritto chiaro e tondo nei Trattati, la tutela della finanza, mentre gli investimenti pubblici di una certa dimensione sono solo a favore delle banche.
Davanti ai poteri sovranazionali, burocratici, anonimi e lontani, c’è chi ora si rifugia nel “locale”, nel potere vicino ai territori e ai cittadini, come le Regioni e i Comuni. Condivide questa strategia difensiva?
Le Regioni sono istituzioni fallite, anche loro sono meri centri burocratici. In Italia non siamo mai diventati stato federale, ma uno Stato che ha decentrato la burocrazia e i centri di potere. Le Regioni, dal canto loro, hanno ridotto e non aumentato le partecipazione. Schiacciando anche il ruolo positivo che potevano avere i Comuni.






