L’AQUILA – Tutti i sette imputati presenti in aula nella decima udienza, la prima del 2012, del processo alla commissione Grandi rischi, l’organo della presidenza del Consiglio accusato di aver fornito false rassicurazioni agli aquilani prima del terremoto del 2009, causando la morte di 309 persone.
Agli habitué Bernardo De Bernardinis, Enzo Boschi e Mauro Dolce si sono aggiunti Claudio Eva, che era già stato una volta in aula, Franco Barberi, Giulio Selvaggi e Gian Michele Calvi, questi tre alla prima presenza in tribunale.
Come già anticipato da AbruzzoWeb, non si è fatto vivo il testimone più atteso, l’ex capo della Protezione civile, Guido Bertolaso: il procuratore Roberta D’Avolio ha depositato una raccomandata in cui si informava che Bertolaso non sarebbe stato presente all’udienza (né a quella di domani) perché all’estero e rientrerà in Italia nella seconda metà di gennaio.
La presenza di tutti i testi e dei loro legali ha riempito l’aula fino all’inverosimile e, infatti, ci sono già state alcune proteste. “Quella famosa aula della Corte d’Appello che dovevamo avere a disposizione già da un paio di mesi?”, ha chiesto ironicamente l’avvocato di Stato, Carlo Sica.
“È più piccola di questa”, ha sospirato il giudice Marco Billi, che ha svelato anche che si era pensato di tenere il processo in un’altra struttura diversa da quelle di giustizia, nello specifico la Scuola ispettori e sovrintendenti della Guardia di finanza.
L’avvocato Alessandro Stefano, che assiste Gian Michele Calvi, ha annunciato la presenza in aula di Massimiliano Stucchi, consulente tecnico di parte.
Le testimonianze sono cominciate con quella del rettore dell’Università dell’Aquila, Ferdinando Di Orio. Dopo la seconda del geologo d’ateneo Gianluca Ferrini l’udienza è stata sospesa per far partecipare alcuni legali a un’altra, parallela, di opposizione a richieste di archiviazione da parte del pubblico ministero.
Dopo la contrastata testimonianza del dirigente regionale della Protezione civile, Altero Leone, l’udienza è ripresa nel pomeriggio con altre testimonianze di esperti prima del rompete le righe.
Nel corso della testimonianza del rettore, alcuni studenti hanno cercato di proiettare su un maxi schermo nelle vicinanze del palazzo di giustizia un’intervista che il rettore rilasciò al giornale Abruzzo24ore.tv proprio il 31 marzo 2009 in cui affermava “No a dannosi allarmismi per il sisma”.
L’intervento delle forze dell’ordine, in particolare degli agenti della Digos, ha però bloccato la proiezione, per la quale, da quanto si è appreso, era stata ingaggiata una ditta napoletana.
L’accusa che molti studenti hanno rivolto al rettore è di non aver chiuso l’Ateneo, che nei crolli del 6 aprile 2009 ha subìto la morte di 55 studenti iscritti.
Di questo tema il rettore ha parlato nella sua testimonianza in aula: “L’Università – ha ricordato – si può chiudere solo per l’intervento del prefetto o del senato accademico, neanche del rettore. Ritenemmo che non ci fossero i termini, visto che tutti gli altri servizi erano aperti e anche gli altri ordini di scuole”.
LEONE: “NESSUNO ESCLUSE FORTE SCOSSA”, CHIESTO CONFRONTO CON STATI
Come quella nell’udienza scorsa del sindaco dell’Aquila, Massimo Cialente, anche la testimonianza del dirigente regionale della Protezione civile, Altero Leone, è parsa andare a sfavore delle tesi dell’accusa nel processo alla commissione Grandi rischi.
Nel suo racconto, preciso in alcuni punti e più confuso in altri, Leone non ha dato credito all’idea di un clima di rassicurazioni. “Si parlò dello sciame e nessuno di loro escluse la possibilità di una forte scossa”, ha detto infatti, riferendosi ai sette componenti dell’organo consultivo della presidenza del Consiglio.
Successivamente il dirigente ha aggiunto che “ero un po’ preoccupato prima e un po’ preoccupato pure dopo”, tanto che “volevo programmare, ma il tempo non c’è stato, alcuni interventi sulle scuole”.
Leone ha anche negato che nella riunione del 31 marzo 2009 si sia parlato dei rapporti di Abruzzo Engineering e di quello dell’allora presidente Ingv, Franco Barberi (oggi imputato), due studi sulla vulnerabilità degli edifici pubblici e sul rischio sismico.
Al termine della deposizione l’accusa ha chiesto il confronto tra i testimoni Daniela Stati, ex assessore regionale alla Protezione civile, e lo stesso Leone, motivandola con una serie di “contraddizioni”, come ribadito anche dagli avvocati difensori, che le hanno definite “evidentissime”.
Le difese hanno ravvisato contrasti di testimonianze anche rispetto a quella del primo cittadino Cialente. Il giudice Billi si è riservato di decidere anche se il suo sì sembra scontato. L’ordinanza arriverà nell’udienza di domani.
Durante la testimonianza, mentre si parlava del verbale della riunione, qualcuno del pubblico ha sbottato “O esiste o non esiste!”. Duro lo sfogo dell’avvocato Marcello Melandri, che assiste Enzo Boschi: “C’è il pubblico? Ci trasferiamo allo stadio?”. Serafico ma molto deciso Billi: “La prossima volta che succede un fatto del genere prenderemo provvedimenti”. Non ci sono stati altri sfoghi.
DI ORIO: “PRESI ATTO DELLO ‘SCARICO DI ENERGIA’ E NON CHIUSI L’UNIVERSITÀ”
“L’iniziativa vera e propria sul terremoto da parte dell’università – ha ricordato il rettore – fu presa dopo la scossa del 30 marzo, io ero a casa. Mi attivai con due colleghi del settore geologico, Moretti e Ferrini. Posi la questione di farli collaborare alla commissione Grandi rischi perché avevo saputo che il 31 ci sarebbe stata una riunione”.
Una collaborazione che, però, fu negata. “Dopo la riunione – ha aggiunto Di Orio – sentii parlare di un assestamento, di uno scarico di energia, ne prendemmo atto e continuammo nella nostra normale attività accademica. Lo appresi dalla stampa. Non disposi la chiusura dell’Università, nemmeno nei giorni successivi, anche perché tutti gli altri ordini di scuola erano aperti e mi sembrava strano chiudere noi”.
Interrogato dal pm, il rettore ha ricordato che “prima del sisma c’erano 27 mila studenti, eravamo la terza città d’Italia nel rapporto cittadini-studenti, di cui circa 10 mila fuoriesce. Con il terremoto ne abbiamo persi 55”.
“Il signor Nicola Bianchi, di Sora – ha rievocato, sempre su domanda del pubblico ministero – disse in un’intervista che il figlio deceduto era rimasto all’Aquila perché l’Università era rimasta aperta. Ma l’Università si può chiudere solo per l’intervento del prefetto o del senato accademico, neanche del rettore. Ritenemmo che non ci fossero i termini, visto che tutti gli altri servizi erano aperti”.
Solo l’avvocato di Stato, Carlo Sica, ha rivolto alcune altre domande a Di Orio, chiedendogli se ricordava di aver fatto un’intervista televisiva, circostanza non ricordata dal rettore. Le difese invece non gli hanno rivolto domande.
MARZOCCHI (INGV): ”QUELLO SCIAME NON AVEVA NULLA DI PARTICOLARE”
L’ultima testimonianza della decima udienza del processo alla commissione Grandi rischi è stata quella di Werner Marzocchi, dirigente di ricerca dell’Ingv di Roma, che ha fatto parte della commissione internazionale di esperti nominata da Guido Bertolaso dopo il terremoto dell’Aquila “per capire in futuro qualcosa in più e migliorare la situazione, un anno e mezzo di lavoro”, così l’ha descritta.
Una deposizione molto spigolosa perché l’esperto ha ribadito l’imprevedibilità dei terremoti e l’assenza di precursori ed è stato incalzato in modo anche molto veemente sia dal Pm Fabio Picuti che da alcuni legali, come per esempio quello di parte civile Maria Teresa Di Rocco.
Marzocchi ha spezzato una lancia in favore della Cgr. “Ancora oggi, studiando quella sequenza sismica – ha ammesso – non riesco a vederci niente di differente rispetto a tante altre che ci sono state anche dopo e che non hanno portato a eventi come quelli dell’Aquila”.
Picuti ha obiettato: “Da profano, le scosse sono aumentate via via nel tempo per frequenza e intensità”. “Sì, ma questo non è un precursore sismico. Quel magnitudo 4 (del 30 marzo 2009, ndr) ci stava, ne registriamo una decina all’anno in Italia”, ha ribattuto Marzocchi.
“Purtroppo – ha spiegato Marzocchi – impariamo molto dopo questi tipi di disastri. Un dovere etico è cercare di acquisire il maggior numero di informazioni quando succedono”.
“Che un terremoto di magnitudo 4 può essere innesco di uno più grande l’avrebbe sostenuto prima di quello dell’Aquila?”, ha chiesto il Pm, e alla risposta negativa di Marzocchi ha sibilato: “Mi stupisco di come una persona che fa queste scoperte rappresentasse l’Italia”, alludendo alla commissione internazionale.
“Dopo il terremoto dell’Aquila – ha ribattuto l’esperto – le cose possono essere cambiate. Non ci sono apprezzabili differenze da parecchio tempo. Prima del 2009 e negli ultimi anni, invece, nel Nord Italia qualcosa era cambiato dopo la scossa di Colfiorito, ma nel caso dell’Abruzzo, dov’era molto tempo che non avvenivano terremoti distruttivi, le probabilità erano stazionarie”.
FERRINI: ”SCOSSE DI ASSESTAMENTO? NON ERO D’ACCORDO”
Il secondo teste ascoltato è stato Gianluca Ferrini, geologo dell’Università dell’Aquila.
“La pericolosità dell’Aquila – ha affermato – è conosciuta da tempo. In biblioteca ho preso uno studio del 1996 di quello che poi sarebbe diventato l’Ingv. Alla fine si fanno considerazioni che dicono che questa città è soggetta a sciami sismici. Alcuni periodi finiscono con scosse non superiori a magnitudo 4, altri sfociano con scosse come quella del 6 aprile 2009. Il terremoto non si può prevedere, perciò quando comincia lo sciame non sai di quale tipo di periodo si tratta. Comunque la situazione era nota da tempo”.
“Bisogna essere preparati – ha aggiunto – e questa sequenza sismica poteva evolvere anche in una scossa di una certa entità. Non siamo mai stati interpellati da nessuno, però. La nostra attività di informazione è stata volontaria. L’arma finale è una prevenzione, non c’è nulla da fare”.
“Non ero d’accordo sul fatto di dire che erano scosse di assestamento, di cui si parlava”, ha concluso Ferrini, contestando la Cgr e sottolineando, in un altro passaggio, “al supermercato prima si parlava della Juventus, ora parlano di Richter!”.
COLACITO: ”DISSERO COSE TRANQUILLE, CHE NON SIGNIFICANO NULLA”
E’ stato poi il turno di Gianfranco Colacito, direttore del giornale web Inabruzzo.com, che intervistò il vice capo dipartimento della Protezione civile, Bernardo De Bernardinis, e gli rivolse la domanda “Intanto ci facciamo un buon bicchiere di vino di Ofena?”, ricevendo la risposta “Assolutamente, un Montepulciano di quelli Doc”.
“Andai alla riunione – ha detto il cronista – e scattai alcune fotografie, poi ci fecero uscire. Intervistai anche De Bernardinis, non ricordo se prima o dopo (prima, ndr). La riunione fu brevissima e non ci fu modo di parlare con altri. Non è che ci fosse una grande organizzazione, nessuno aveva pensato a un colloquio chiaro con tutta la stampa”.
Colacito ha contestato la gestione della comunicazione in quella circostanza. “Ho saputo quel poco che si poteva sapere. Niente di scritto, niente di ufficiale, nessun comunicato inequivocabile, almeno per quello che riguarda me e il mio giornale”.
Quanto al verbale, “l’ho letto molto tempo dopo, mi sembra fosse un contenuto molto tranquillizzante. Furono ripetute le solite cose – ha sbottato il teste – il terremoto è imprevedibile, la sequenza sismica è normale e non è detto che porti a un terremoto forte, ma nemmeno il contrario. Cose molto pacate, tranquille, che non significano in pratica nulla”.
I TECNICI
Renata Rotondi, del Consiglio nazionale delle ricerche (Cnr), ha presentato un suo studio probabilistico.
“Nella macroregione 4 – ha detto, citando il lavoro – l’area che aveva una probabilità maggiore di accadimento superiore a 5.5 era la 41, più a Nord della 25, che comprende L’Aquila. Tra le aree sismogenetiche analizzate insieme alla 25, quella in cui cade L’Aquila, la 25 era al secondo livello”.
Testimonianza-lampo per Pasquale De Santis, dell’Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia dipartimento di Roma, che si è limitato a rispondere alla domanda del Pm sul verbale postdatato della riunione della Cgr: “Boschi mi ha detto che il verbale era stato firmato dopo il terremoto”.
L’organo consultivo della presidenza del Consiglio è accusato di aver compiuto analisi superficiali e aver dato false rassicurazioni agli aquilani prima del 6 aprile 2009, causando la morte di 309 persone.
Dopo alcune schermaglie sull’ammissione di prove come i 2 minuti del film Draquila di Sabina Guzzanti, che alla fine sono stati proiettati in aula, nelle prime udienze davanti al giudice Marco Billi sono sfilati i testimoni chiamati dall’accusa, un primo gruppo delle quasi 300 persone chiamate in causa dai pm Fabio Picuti e Roberta D’Avolio.
Fino a oggi i testi, familiari e amici di vittime del sisma, hanno sottolineato che i loro congiunti, spaventati dalle scosse fino al 31 marzo di due anni fa, hanno poi cambiato atteggiamento dopo i tranquillizzanti messaggi diffusi dalla Grandi rischi dopo la riunione del 31 marzo 2009.
Una tesi rifiutata dalle difese, che annoverano principi del foro come gli avvocati Alfredo Biondi, ex ministro della Giustizia, o Marcello Melandri, già impegnato in processi come Fastweb e Gea. Tra gli avvocati di parte civile anche Giulia Bongiorno che, però, nelle prime udienze non ha partecipato di persona.
Gli imputati sono Franco Barberi, presidente vicario della commissione Grandi Rischi, Bernardo De Bernardinis (l’unico che fino a oggi è stato sempre presente in aula), già vice capo del settore tecnico del dipartimento di Protezione civile, Enzo Boschi, all’epoca presidente dell’Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia, Giulio Selvaggi, direttore del Centro nazionale terremoti, Gian Michele Calvi, direttore di Eucentre e responsabile del progetto C.a.s.e., Claudio Eva, ordinario di fisica all’Università di Genova e Mauro Dolce, direttore dell’ufficio rischio sismico di Protezione civile.
I capi di imputazione per tutti sono di omicidio colposo, disastro colposo e lesioni personali colpose. Il giudice Billi ha imposto un ritmo veloce al processo con un’udienza a settimana. Le prossime udienze ci saranno tutti i mercoledì salvo diverse decisioni del giudice.
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<span style=’I PROTAGONISTI DEL PROCESSO GRANDI RISCHI
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