PESCARA – “La violenza è universale, in molti casi le donne sono le carnefici e gli uomini le vittime. E i dati sulla morte per femminicidio in Italia non sono reali”.
A 24 anni, Glenda Mancini, abruzzese, il problema su come venga interpretata la violenza e la direzione che prende, se l’è posto e si pone contro l’idea del femminicidio, sul cui contrasto c’è una legge, un’aggravante del reato di omicidio, approvata di recente che prevede l’inasprimento delle pene relative alla violenza su persone di sesso femminile, quindi non solo per l’omicidio, con in più delle novità in termini di tutele sociali.
Su questo, la Mancini ha scritto una tesi di laurea in Criminologia che è stata pubblicata dalla casa editrice Booksprint di Buccino (Salerno).
“Non volevo scrivere una tesi già sentita, volevo farne una più originale e perciò ho cominciato a fare attenzione a un aspetto della violenza che viene trascurato, ovvero delle donne carnefici”.
A quanto pare, gli studi di Glenda hanno portato a mettere in evidenza un fatto che in Italia non emerge. Studiando delle ricerche inglesi, svizzere e americane ho appreso che la violenza della donna sull’uomo avviene in percentuale maggiore rispetto a quella dell’uomo sulla donna”, spiega la giovane laureata.
Analisi che porteranno di sicuro alcune donne e non solo a storcere il muso.
“La violenza della donna sull’uomo è più frequente e si caratterizza in lanci di oggetti, schiaffi, morsi e graffi – questa è comunque violenza e come tale deve essere denunciata. Ciò che cambia è la gravità della ferita inferta. E il gesto non deve essere tollerato, perché fatto da quelle che di norma sono le vittime. In Italia il fenomeno è assolutamente esistente ma non ho trovato studi in proposito”.
Per far emergere questo dato, la neo laureata ha messo a punto un test per soli uomini, che ha pubblicato online in un’area dedicata nel motore di ricerca più conosciuto al mondo, Google.
“L’uomo è molto restio, per sua natura, a chiedere aiuto o a etichettarsi come vittima, per questo ho immaginato che un colloquio vis à vis non avrebbe portato a nulla, proprio per l’imbarazzo che si sarebbe innescato; allora ho optato per questo test anonimo in cui ho inserito domande specifiche per analizzare il campione”.
Le risposte al sondaggio sono state sorprendenti. Circa 700 uomini nella privacy dieteo uno schermo hanno confessato di essere stati oggetto di violenze da parte di donne, quasi sempre loro compagne nella vita.
“Dai risultati emersi – dice la Mancini – ho capito che era necessario parlare di questo fenomeno molto diffuso e che la violenza fisica esiste anche al contrario. Proprio per questa ragione bisogna fare attenzione all’uso che si fa dell’etichetta ‘violenza di genere’, altrimenti si innesca una guerra contro gli uomini”.
Nell’immaginario collettivo parlare di violenza significa parlare di donne vittime di uomini violenti, orchi che abusano di loro fisicamente, psicologicamente e sessualmente.
“In un test un uomo ha dichiarato di aver avuto la guancia strappata a morsi da una donna: la sua”, racconta.
“Ma i dati Istat in Italia vengono usati male – ammonisce – anche le pubblicità per il sociale trasmettono un messaggio talvolta fuorviante, come quella che vede una donna sola camminare in una metropolitana di sera e la scritta dice qualcosa tipo ‘questo è un posto pericoloso per lei? Il pericolo l’aspetta a casa’. Non si può dare per scontato che a casa c’è un uomo violento, perché potrebbe benissimo esserci una donna”.
In Italia viene spiegato che il femminicidio è la prima causa di morte delle donne, considerando che nei primi sei mesi del 2012 sono state uccise 81 donne, di cui più della metà in un contesto intimo e familiare; e a pochi giorni dall’approvazione della legge, proprio un episodio del genere è avvenuto a Pescina (L’Aquila), causando la morte di due donne, madre e figlia, per mano del marito-padre ‘orco’.
“Credo che sia giusto avere un’etichetta più precisa per descrivere un fenomeno che esiste e che si verifica sempre con le stesse caratteristiche, ma credo anche che se ne faccia un uso sbagliato, un uso propagandistico, perché l’omicidio è uguale sia per gli uomini che per le donne. E la pena non deve essere più grave se si uccide una donna”, il pensiero della Mancini.
“E poi, sul femminicidio i dati non sono veri, perché rappresenta lo 0,06 per cento dei decessi, mentre le cause principali sono problematiche cardio vascolari. In Europa, il Paese che registra il femminicidio al primo posto è la Finlandia, non l’Italia”.
Ovviamente le critiche allo studio della Mancini non sono mancate e sono state fatte da donne a sostegno del femminicidio che hanno argomentato dicendo, Sostalzialmente, che “la donna soffre di più, quindi è giusto”.



