L’AQUILA – Scrivere un saggio letterario su un autore è un’impresa possibile, ma spesso lo sguardo che ne nasce può essere parziale, il più delle volte ostile, pur se tormentato. Raccogliere poi le tracce d’inchiostro lasciate da un autore come Pasquale Scarpitti vuol dire anche raccontare l’uomo.

E raccontarlo vuol dire capirlo, riscoprirlo. E ridargli nuova e giusta luce.

Gianfranco Giustizieri, saggista letterario aquilano, ci è riuscito. Non è poco. Con la sua ultima pubblicazione “All’Abruzzo… con affetto” – Itinerari di memoria e di speranza nell’opera di Pasquale Scarpitti (Edizioni Carabba, con prefazione di Renato Minore), Giustizieri ha saputo riscoprire questo importante autore abruzzese.

Con un “racconto” che si fa leggere e godere, fino in fondo. Lì dove sapremo di aver scoperto un vero autore. Con l’A maiuscola di una stessa terra.

Ecco l’intervista che Abruzzo Web ha dedicato all’autore del saggio.

Nella prefazione del suo libro il noto saggista e critico letterario Renato Minore non vuole dimenticare la figura di Scarpitti. Chi era quest’uomo dal “multiforme ingegno”?

Pasquale Scarpitti è stato un grande abruzzese e come altri, purtroppo, quasi dimenticato. La sua attività diversificata spaziò dalla narrativa alla poesia, dal giornalismo d’inchiesta alla critica d’arte, dall’impegno civile alla promozione culturale con un occhio sempre attento alla sua terra dalla quale non volle mai staccarsi. Ebbe rapporti con le migliori intelligenze europee e il suo monumentale Discanto ne costituisce la prova inconfutabile insieme ai moltissimi documenti racchiusi, come un tesoro nello scrigno, nell’archivio custodito dalla famiglia.

Perché scrivere un libro su di lui?

La “damnatio memoriae” colpisce in tempi storici abbastanza brevi e nomi illustri spariscono dal ricordo della gente, si pensi all’aquilana Laudomia Bonanni, una delle maggiori scrittrici del Novecento, a Mario Pomilio, a Eraldo Miscia, tanto per citarne alcuni. È necessario aprire varchi, riposizionare personaggi e fatti nella cultura del nostro tempo, per non dimenticare. Pasquale Scarpitti tra i primi.

Quanto era forte il rapporto di Scarpitti con la sua terra d’origine?

Molte sono le “terre d’origine” del nostro autore. Da Castel di Sangro, terra natìa, a Pescara, terra d’adozione, dai paesini abruzzesi, luoghi di esercizio della professione, alle cittadine e ai minuscoli borghi, espressioni di cultura antica. Scarpitti canta l’Abruzzo nella sua storia, nelle sue fonti culturali, nei suoi costumi e tradizioni. Non solo la regione degli antichi padri ma anche la terra di una possibile nuova resurrezione che può donare l’ingegno dei suoi abitanti nella consapevolezza di una civiltà più tecnologica. Fu un rapporto che durò tutta la vita, malinconico e aggressivo, venato sempre dalla memoria per una regione che va cancellando il suo mondo valoriale e dalla speranza di trovare nuovi itinerari di sviluppo.

Nei diversi testi da lui scritti si scorge la tenerezza di un dolce rimpianto, ma senza toni cupi o distruttivi… è solo una mia sensazione?

È vero e proprio questa annotazione giustifica in parte il titolo del libro. Scarpitti scrive una lunga lettera d’affetto alla sua terra dove i puntini indicano tutto il contenuto che il testo sviluppa.

Si sente sempre l’eco in ciò che scrive di un legame indissolubile con la famiglia. La morte del padre lo accomuna al dolore familiare di Giuseppe Ungaretti. Ma in Scarpitti non si avverte quello “schianto”, semmai mestizia, tenera e pacata rassegnazione. Penso a quel “sognare smarrito e come una speranza…”.

La famiglia ha costituito per il nostro autore sempre un forte punto di riferimento ed un legame indissolubile, le sue poesie ne sono una continua conferma. Il libro Lunga storia di Natale riporta nella prima sezione liriche dedicate all’adorata madre, alla moglie Ines, ai figli Gaetano e Adelaide, alla sorella Melania, alle zie Adelaide e Marta. Ma non solo, Terra promessa, Canzone del sud, per citare altre raccolte di sillogi, racchiudono un percorso di vita e di affetti, iniziato dall’infanzia, che diviene sintesi del viaggio umano teso alla liberazione dell’anima.

Cosa intende per “ideazioni femminili” nella poesia di Scarpitti?

Molto spesso nella poesia di Scarpitti la figura femminile è avvolta dalla metafora poetica. I legami affettivi, risorgono dal fondo della memoria, s’innestano con la visione della natura e danno vita ad un tessuto di segreti personali, di ricomporsi di frammenti in un’unità emozionale.

Una cosa colpisce dell’intera produzione poetica dell’autore: ritorna sempre, in questa descrizione macchiaiola e spesso acquerellata, l’immagine del vento. “Spegnermi poi nel vento che m’invola”. Come se il paesaggio fosse sempre accarezzato da questo sollievo, da una placida “corrente”. Anche l’immagine dell’uomo, “che si muove appena, dolente nei mantelli”, di Secinaro e del suo scirocco lo fa sentire.

Ma non solo. Bisogna conoscere bene la poesia e la prosa di Scarpitti, direi “entrare in essa”. Personalmente credo che Castel di Sangro, l’infanzia trascorsa in luoghi mai più dimenticati, abbiano giocato un ruolo predominante nella sua formazione poetica. Scrive giustamente Renato Minore nella sua prefazione” (…) testimone prezioso e pressoché unico per tenacia e varietà di genere (dal poemetto fino al documentario radiofonico) di una piccola patria abruzzese circonfusa dalla luce del ricordo affidato ai paesaggi della sua terra, ai cieli, alle montagne, ai colori (…)”. Ecco, la memoria diviene poesia.

Scarpitti parla del terremoto marsicano, parla del “rischio di disperdere anche la memoria”. Esiste per noi aquilani questo pericolo?

La risposta è data parzialmente all’inizio. La “damnatio memoriae” colpisce uomini ma anche fatti ed avvenimenti e la nostra storia recente lo sta a dimostrare. Credo che una conoscenza ed una riflessione sul nostro passato, sulla nostra terra, un fare tesoro delle esperienze anche traumatiche che i secoli hanno rivelato ci avrebbero resi più consapevoli dei nostri percorsi. Purtroppo la “memoria si disperde” per questo dovremmo avere sempre con noi l’epigrafe “per non dimenticare”.

Ci può parlare di questa avventura polifonica, quasi sperimentale, di Discanto?

Parlare di Discanto, di questo libro monumentale come lo hanno definito alcuni critici, non è semplice. Ho avuto modo di scrivere che Discanto rappresenta il grande fiume della memoria dove 131 personaggi illustri, scrittori, poeti, scienziati, pittori, scultori, economisti, musicisti, hanno fatto confluire i loro ricordi, le loro speranze per costruire insieme un “discorso sull’Abruzzo”, una presa di coscienza sulle condizioni di questa terra per uno sviluppo futuro. È un canto polifonico, un accordo armonioso di diversi canti su un tema fondamentale: l’Abruzzo. E questo canto si offre ai politici per aiutarli a riflettere, ai giovani per conoscere e studiare. Così Scarpitti definì il volume: “Un libro-presa di coscienza; che fosse il momento per stimolare la sensibilità nei partecipanti e nei lettori, all’idea di una Regione che, dai caratteri ben definiti se pur complessi, (…), non si ritrova forse neppure nelle sue pietre, sconvolta com’è anch’essa dalle disumane contraddizioni di una civiltà moderna che ha presupposti di vita totalmente diversi”. Un libro dunque per stimolare e riflettere.

“Il pensiero della solitudine e della precarietà dell’esistenza umana si contrappone alla dolcezza del ritorno”. In questo periodo Scarpitti si sente deluso dalla vita?

Credo che in nessun periodo della sua pur breve vita Scarpitti si sentì deluso dalla stessa nonostante il concetto di precarietà che pervade nei suoi scritti. Anche se nella sua poesia svetta la mancanza di valori generazionali e il continuo richiamo ad un mondo ormai perduto, non perde mai il desiderio di denuncia, la voglia di urlare, la volontà di scuotere le coscienze, la consapevolezza di affidare ai suoi scritti i messaggi per un domani migliore. Pay Toll può costituirne l’esempio.

In Schianti del dolore racconta del suo arrivo all’Aquila e descrive una città appena sfiorata con un “soffio” ma non colpita dalla guerra. Pensa alla sua terra distrutta e ferita. E sente il bisogno di fuggire via: “… ma tu Aquila dormi?”. È un’immagine angosciante, ma vera. Attuale secondo lei?

Schiavi del dolore ci porta a un’altra tematica vissuta intensamente dal nostro autore e mai dimenticata: la guerra. Molti sono gli scritti e i servizi d’inchiesta sul periodo del secondo conflitto mondiale. Tutto l’Alto Sangro ne pagò terribili conseguenze. La visita nella città capoluogo per far conoscere la realtà del suo territorio e cercare quell’aiuto necessario per luoghi che sembravano essere stati dimenticati costituisce la vera trama del racconto indicato. Ma la visita non rispose alle attese. Scarpitti trovò una città fredda, quasi indifferente, “leggera” in un clima di quasi voluta perdita di memoria. Allora scappò via, tornò ai suoi castellani dagli abiti laceri e consunti. È vero, è uno scritto angosciante pubblicato sull’unico giornale che volle ospitarlo, Il Sagittario, 2 dicembre 1945. Ci sarebbe molto da dire sull’immagine, della nostra città dopo il sisma del 2009…

Ma questi “racconti” inediti di questo straordinario autore fino a quando resteranno “dentro” il suo cassetto?

L’augurio è che tutti gli inediti escano fuori al più presto. A Scarpitti la cultura abruzzese, e non solo, lo deve. Onore e merito alla casa editrice Carabba per il coraggio avuto di cimentarsi in questa avventura con la pubblicazione del testo oggetto di questa intervista. La speranza è di aver costituito un apripista per gli sviluppi futuri.

Lasciamoci con pochi versi di Scarpitti poeta. Anche se non facile, ci suggerisca un frammento che possa raccontarci dello scrittore. E dirci tanto di lui.

Scelgo una poesia inedita in cui forte entra l’area della memoria e suggerisce al buon lettore il cammino di formazione del poeta Scarpitti: Natale a Palena.

Quattro case a ridosso del colle/nel fumo dei camini./Pigri gli stolli dormono sull’aia/corrotti dal colore dei pagliai./ Si muove appena l’uomo/dolente nei mantelli./Rosica un cane /ossi di noia.