L’AQUILA – Una nota accorata, in cui viene descitta una mattinata di ordinaria follia all’ospedale di Giulianova (Teramo).

Ad inviarla alla nostra redazione un lettore, Vincenzo Chiarizia, che denuncia l’odissea vissuta dalla madre dopo la frattura del polso.

LA NOTA COMPLETA

Ospedale di Giulianova. Ho capito che se ti fai male di notte sono affari tuoi. Non ci è stato detto, ma ci è stato fatto capire con il trattamento.

Mia madre, una donna di 68 anni, è caduta di notte in casa ad Alba Adriatica ed è iniziato il nostro – più il suo a dir la verità – calvario. Si è fatta male al polso. La portiamo in ospedale. Arriviamo alle ore 06.30 circa. Siamo gli unici presenti. Al triage l’unico infermiere gentile (forse perché di lì a poco avrebbe finito il turno), dopo aver chiesto i dati, fa accomodare mia madre. Le viene fatta un’iniezione di antidolorifico e le dicono di attendere le 8.00 per poter fare i raggi.E’ normale che se uno si fa male di notte… non può essere visitato?

Arrivano finalmente le 8.00 e alle 8.05 mia madre viene chiamata per fare la lastra. 5 minuti non sono un problema. Andiamo a fare la lastra. Siamo i primi, ma dobbiamo attendere l’arrivo dei tecnici e dei medici che arrivano con giornale, bicchierini di caffè, e parlando con una naturalezza senza capire che il loro lavoro serve per lenire il dolore di una persona che sta soffrendo in quel preciso momento in sala d’aspetto.

Finalmente intorno alle 9 meno un quarto abbiamo il referto. Frattura di ulna e radio. Andiamo in sala gessi. È normale che in un ospedale pubblico la sala gessi sia a due piani di differenza?

Arriviamo e siamo i terzi. Per una buona mezzora vedo i tecnici infermieri che passeggiano per i corridoi. Entrano ed escono dall’ambulatorio senza degnare di uno sguardo i pazienti in attesa. Finché finalmente cominciano a lavorare. Due prima di noi devono fare delle medicazioni o infiltrazioni. È normale che vengano messi sullo stesso piano chi ha una frattura e con chi deve fare una medicazione?

Quando arriva il nostro turno, chiamano altri pazienti giunti dopo di noi. Senza motivo venivamo sistematicamente ignorati finché, a nostra richiesta di motivazione, ci viene detto che non abbiamo portato il foglio per “richiesta di consulenza ortopedica”. Ma che roba è? E soprattutto… è necessario un foglio? Non basta un braccio rotto? E dove lo devo richiedere? Al Triage?!

Vado a prendere questo foglio lasciando mia madre stanca a fare la fila.

Mentre vado mi chiedo, ma è normale che quel foglio lo debba richiedere io? È normale che fatti i raggi, quel clic per stampare quel foglio dall’infermiere che era al Pronto Soccorso lo devo andare a richiedere? Non è ovvio? Non lo possono richiedere a Radiologia direttamente?

Domande per le quali non ricevero risposte. Me ne faccio una ragione e torno in sala gessi. Lì la gente in attesa si era moltiplicata. Consegno quel maledetto foglio e chiedo di non essere messo in coda. L’infermiere annuisce. Ma continuamente veniamo saltati e chiamano altre persone.

Sono le 10.00 e mia madre ha un polso che è un gommone. Chiedo spiegazioni. Esce fuori un infermiere che urla “chi è che dice che c’era da prima? Non è vero, io l’ho reinserita e verrà chiamata. In questo reparto siamo organizzatissimi. Gestiamo 60 casi al giorno. Siamo precisissimi”. Se la cantano e se la suonano.

Veniamo finalmente chiamati. Accompagno mia madre dentro per darle un po’ di supporto. Il tecnico dentro chiama rinforzi, un “contrappeso” per la precisione. Arriva il “signor contrappeso” che regge mia madre per la spalla, mentre un altro medico prima tira la mano di mia madre, e poi affonda la mano piegandola verso il basso. Mia madre si contorce dal dolore ed io lì a pensare “ma che cosa stanno facendo?!”. Quasi mi sento in colpa a lasciare mia madre in pasto a quei macellai mentre lei, poveretta, si contorce dal dolore.

Le fanno il gesso. Mia madre è esausta. Io penso “è finita” ed invece no. Dobbiamo andare a fare un’altra lastra per capire se la riduzione della frattura sia realmente avvenuta. Scendiamo due piani e torniamo a radiologia. Ci fanno aspettare 20 minuti con solo una persona davanti a noi. Fatta la lastra mia madre esce e aspettiamo ancora. Questa volta il referto. Chiediamo spiegazioni su questa attesa e la spiegazione è che non c’è il medico (!!). “Come?” finche la dott.ssa arriva camminando con un passo svogliato di chi va in giro per vetrine.

Mia madre viene finalmente chiamata. Lei entra per prendere il referto. Una infermiera la vede e le dice: “Signora le ho detto che la chiamiamo noi!” e mia madre un po’ alterata “mi ha chiamato la sua collega!”. Silenzio.

Riceviamo lo stramaledettissimo referto e torniamo in sala gessi. ormai sono le 11.30. Io sono stanchissimo ed immagino mia madre come sta. Fortunatamente in sala gessi chiamano subito mia madre, guardano la seconda lastra e ci consegna le prescrizioni mediche.

Infine dobbiamo ripassare al pronto soccorso per firmare le dimissioni. Mi avvicino al bancone interno del pronto soccorso. La sig.ra infermiera che è di fronte a me non mi degna nemmeno di uno sguardo. Io penso che sta facendo qualcosa e che di lì a poco mi si sarebbe rivolta con un “prego”. Aspetto e continua ad ignorarmi allora io chiedo “Mi scusi, avrei bisogno di un’informazione” e lei “Mi dica”….Mi dica???? sono qui davanti a te da più di 5 minuti, non mi calcoli e mi dici “mi dica” come nulla fosse?!?! Sarei potuto stare lì anche un’ora senza che lei mi calcolasse??

Comunque conto fino a dieci e chiedo che mia madre doveva firmare le dimissioni. La risposta è stata raggelante “si accomodi in sala d’attesa che non c’è il medico che deve firmare.

Io esplodo – “no ok, ce ne andiamo”

L’infermiera – “Non può”

Io – “come??”

Lei – “non può andare via.”

Io – “mia madre è stanca e ha bisogno di riposare. sono sei ore che siamo qui a fare file. La mancanza è vostra non di mia madre. Lei è qui e le dimissioni non può firmarle a causa vostra. Per cui noi andiamo via.”

Usciamo fuori e ritrovo gli altri due fratelli che assieme a me hanno accompagnato mia madre. Hanno aspettato 5 ore senza fare niente!!

C’è un ufficio con un’altra signora in camice bianco che ci dice che “non potete andare via altrimenti risultate irreperibili e da codice verde uscite come codice bianco e dovete pagare il ticket”. Capito il ricatto?

Ma mia madre è stata grandissima. “Sono ultra sessantacinquenne. Sono esente da ticket. Arrivederci”.

L’ultima odissea è l’acquisto di parte dei medicinali che l’abbiamo potuta prendere solo alla farmacia dell’ospedale ed ovviamente non c’è stato detto. Per cui da una farmacia comunale torniamo indietro a quell’ospedale scortese e insensibile. Prendo quello che mi serve. Siamo usciti alle 5.40 e torniamo a casa alle 12.25.

Questa è la sanità abruzzese? Così disorganizzata? Così insensibile verso pazienti così evidentemente doloranti? Così maleducata e così scortese? Non può essere una motivazione il fatto che è un ospedale pubblico perché fortunatamente non sono tutti così in Italia.