L’AQUILA – AbruzzoWeb non ha diffamato l’Azienda sanitaria locale numero 1 Avezzano-Sulmona-L’Aquila in una serie di articoli risalenti al 2017 sul fumo e altre gravi  anomalie nel blocco operatorio dell’ospedale “San Salvatore” dell’Aquila, denunciate con una serie di dettagliati esposti inviate ai vertici aziendali da una infermiera, “testimone oculare” perché impegnata nelle stesse sale chirurgiche.

Per questo, Rossella Nardecchia,  ritenuta dalla Asl una gola profonda molto scomoda, è stata rimossa dall’incarico dopo la pubblicazione del caso da parte del nostro giornale che ha destato interesse e preoccupazione sia in seno all’azienda, sia tra gli utenti.  

A discolpare AbruzzoWeb il giudice per le indagini preliminari del tribunale dell’Aquila, Guendalina Buccella, per la quale i giornalisti hanno esercitato il diritto di cronaca su un fatto potenzialmente esplosivo per la collettività: il magistrato ha archiviato con formula piena “perché il fatto non sussiste” il procedimento nato dopo la denuncia penale per diffamazione inoltrata dall’allora direttore generale della Asl, Rinaldo Tordera, nei confronti del direttore di questa testata, Berardo Santilli, e dell’allora caporedattore, Alberto Orsini, entrambi firmatari dell’articolo preso in esame e dei successivi. In tal senso, secondo i giudici non ha responsabilità rispetto alla diffamazione neppure la dottoressa Nardecchia.

Gli articoli hanno portato alla luce una situazione molto preoccupante: presunti casi di fumo, riutilizzo di materiale operatorio monouso, mancati controlli delle sostanze stupefacenti e vie di fuga ostruite da armadi, gravi anomalie denunciate in precisi esposti correlati di foto firmati e notificati dalla stessa Nardecchia a varie strutture dirigenziali, tra cui la direzione generale.

Rilievi che, tuttavia, secondo la Asl, sarebbero stati smentiti successivamente da una visita programmata da parte dei carabinieri del Nucleo anti sofisticazioni (Nas), ai quali si era rivolta l’azienda. Criticità, invece, poi confermate in parte, come nel caso del fumo, dall’allora caposala del blocco operatorio, Antonella Liberatore.

Il primo articolo, del 15 settembre 2017, era intitolato “Ospedale dell’Aquila: dipendente denuncia fumo in sala operatoria e altri orrori” e parlava, appunto, oltre alle sigarette, anche di vie di fuga ingombre, strumenti monouso risterilizzati e riusati, mancanza di puntuali conteggi di stupefacenti a uso terapeutico e indennità illegittime a detta della “gola profonda”.

Dopo questa e altre uscite, la Asl ha incaricato tre noti avvocati del capoluogo, Antonio e Francesco Valentini e Silvia Catalucci, di valutare se fosse o meno il caso di querelare AbruzzoWeb e poi ha proceduto alla denuncia, chiedendo anche un risarcimento danni per 300 mila euro.

Ma la diffamazione non c’è stata. Nella sua ordinanza di archiviazione del 17 luglio 2018, il gip Buccella scrive infatti che “il fatto per Santilli e Orsini risulta scriminato dall’esercizio del diritto di cronaca, stante l’oggettivo interesse dei fatti, la correttezza nella narrazione e la verità degli stessi”.

Un esito che nasce dalle indagini svolte dalla sezione di polizia giudiziaria della Guardia di finanza aquilana su delega del sostituto procuratore titolare del fascicolo Fabio Picuti, approdate alla sostanziale insussistenza delle accuse.

In particolare, infatti, come si legge nella richiesta di archiviazione depositata il 15 maggio precedente, il pm ha riscontrato che “le indagini preliminari non hanno evidenziato elementi sufficienti e idonei alla formulazione di sostenibili capi di imputazione”.

Secondo il rappresentante dell’accusa, infatti, “la lettura degli esposti di Nardecchia Rossella e dell’articolo pubblicato sul quotidiano online AbruzzoWeb, alla luce della complessiva attività investigativa, non evidenzia profili di penale rilievo”.

Per il pubblico ministero, “la condotta dei giornalisti Santilli Berardo e Orsini Alberto appare scriminata dall’esimente esercizio del diritto di cronaca”.

Secondo Picuti, “nel caso in questione i limiti appaiono rispettati poiché l’oggettivo interesse che i fatti narrati rivestono per l’opinione pubblica (principio della pertinenza) risiede nell’oggetto della narrazione (possibili criticità organizzative dell’ospedale); la correttezza con cui i fatti narrati vengono esposti, in modo da evitare gratuite aggressioni all’altrui onorabilità (principio della continenza) risulta dalle modalità espressive utilizzate, prive di frasi o aggettivi denigratori”.

In ultimo, conclude il pubblico ministero, “la corrispondenza tra i fatti accaduti e quelli narrati (principio della verità) deriva dal fatto che effettivamente al momento della pubblicazione della notizia vi erano state plurime segnalazioni della Nardecchia, il cui contenuto era in corso di verifica da parte dei Carabinieri del Nas”.

Rilievi su cui si è allineato in pieno anche il decisivo parere del gip Buccella.

Assolta dall’accusa di diffamazione, tra l’altro, anche la stessa Nardecchia, assistita dall’avvocato Marco Castellani: in questo caso, la formula utilizzata dal Gip è “per non aver commesso il fatto”, dal momento che, scrive sempre il pm Picuti, appare “estranea al reato in questione, avendo la medesima evidenziato possibili criticità organizzative dell’ospedale aquilano con segnalazione ai superiori gerarchici e oggetto di verifica da parte dei Carabinieri del Nas”.

Dopo l’uscita degli articoli di questo giornale, per mezzo dello stesso pool di avvocati Valentini-Catalucci, la Asl ha chiesto in sede di conciliazione ad AbruzzoWeb un risarcimento danni di “almeno 300 mila euro”, per poi procedere con la querela all’autorità giudiziaria.

Dopodiché, una cortina di silenzio è scesa sull’ospedale. E dopo qualche settimana di riunioni e conciliaboli, 11 chirurghi allora in servizio presso la struttura sanitaria sono usciti allo scoperto, prendendosela solo con la dipendente accusatrice, e difendendo a spada tratta l’eccellenza del blocco operatorio che, a loro parere, avrebbe garantito al “San Salvatore” anche mobilità attiva, ovvero l’afflusso di pazienti da altre Asl provinciali e di altre regioni e, quindi, quattrini dal sistema sanitario nazionale.

I firmatari della lettera, nomi importanti della sanità aquilana e regionale, erano Gianfranco Amicucci (Chirurgia generale), Alberto Bafile (Senologia), Gaspare Carta (Ostetricia e ginecologia), Tommaso Cutilli (Maxillo facciale), Luigi Di Clemente (Urologia), Gian Piero Di Marco (Otorinolaringoiatria), Filippo Fiori (Ortopedia), Renato Galzio (Neurochirurgia, ex coordinatore delle sale operatorie), Franco Pisani (Centro regionale trapianti), Marco Ventura (Chirurgia vascolare) e Roberto Vicentini (Chirurgia epato-bilio-pancreatica).

La loro richiesta, allontanamento immediato della dipendente “gola profonda” che aveva denunciato, creando “un effetto pericolosamente destabilizzante” e “lesivo dell’immagine dell’azienda nonché della dignità e della professionalità degli operatori” e in generale “un clima di tensione e di sospetto che rischia di ostacolare il sereno svolgimento delle attività”.

La Nardecchia è stata di conseguenza trasferita al reparto di Day surgery dove, tra l’altro, passano gli stessi operatori della sala e dove ha continuato comunque a stare a contatto con gli stessi chirurghi che l’avevano osteggiata.

Un trasferimento nella cui lettera di servizio veniva anche lodata per la sua esperienza lavorativa trentennele, eppure a fronte di questo era prevista una decurtazione di stipendio mensile di 500 euro.

Uno dei motivi, questa sforbiciata, che hanno portato la Nardecchia a proporre al giudice del lavoro, ricorso in via d’urgenza (ex art. 700 codice procedura civile) che è stato tuttavia respinto, confermando la correttezza dell’operato della Asl che ne ha dato notizia in una nota stampa diffusa dall’ufficio stampa aziendale.

Un solerte comunicato, tra l’altro, da molti ritenuto insolito, in relazione ad accadimenti del genere, legati al personale e al funzionamento interno.

Ora è arrivata la parola fine alle recriminazioni. Oltre alla conferma della bontà dell’operato di questa testata, che si è limitata a informare i lettori e gli utenti del “San Salvatore” di criticità di rilievo e in buona parte mai smentite, la consolazione è che, almeno in parte, le svariate denunce avrebbero generato benefici effetti concreti.

Da allora, difatti, nel blocco operatorio si sarebbero rinforzate le misure antifumo e altri presìdi, come tra le altre cose l’apposizione di cartelli di divieto.