L’AQUILA – Cominciamo dalla fine. Dalle 3.32. L’ora maledetta, l’ora che ha segnato per sempre la storia di una città intera e di un territorio che, al termine di quei secondi gonfi di infamia, si sono ritrovati in ginocchio.
Il corteo di ieri sera, nel secondo anniversario del sisma del 6 aprile, è arrivato in piazza Duomo a ridosso dell’ora conosciuta ormai in tutto il mondo, ma una piccola parte di quella fiumana di gente ha preferito staccarsi, proprio all’incrocio con via 6 aprile, la vecchia via XX settembre, per andare a vivere il ricordo di fronte alla casa dello Studente.
Alcuni dei familiari e degli amici delle vittime di quel palazzo terribilmente fragile, simbolo dell’Italia dell’approssimazione assassina, si sono fermati di fronte a uno dei luoghi in cui i crolli hanno ferito a morte i giovani, quindi il futuro. Il domani.
Pochi ‘intimi’, qualche vigile urbano a sorvegliare la strada. E quel silenzio colmo di dignità che da due anni pervade chi periodicamente si ferma a pregare davanti a una struttura sventrata, qualcosa che rimanda a un bombardamento, Belgrado o Beirut non fa differenza.
Mamme e papà depongono un mazzo di fiori gialli lungo la rete di protezione piena di fotografie e messaggi di cordoglio che separa la strada dal ‘cratere’ della casa dove alloggiavano, per costruirsi una vita, per vivere, otto fra studenti e studentesse, rimasti schiacciati insieme ai sogni e alle speranze.
Mentre in piazza del Duomo iniziavano i 309 rintocchi di campana, uno per ogni martire del 6 aprile, tra migliaia di fiaccole accese nella gelida notte aquilana, poche decine di persone rendevano omaggio alle otto vittime: Marco Alviani, Luciana Capuano, Davide Centofanti, Angela Cruciano, Francesco Esposito, Hussein Hamade, Luca Lunari, Alessio Di Simone.
I genitori, anche se non tutti, erano lì, a due anni dal sisma. A tenere in piedi la memoria in solitudine, lontano dal ‘centro’ della manifestazione. Come a voler stabilire un confine tra il dolore condiviso in piazza ed uno ai margini, senza telecamere né microfoni.
I nomi delle vittime e i loro volti sugli striscioni e nelle gigantografie, su quella piazzetta rimediata all’altezza dell’incrocio che porta al ponte di Belvedere.
E un messaggio a caratteri cubitali. “Ci avete tolto il futuro, non toglieteci con il processo breve anche la giustizia”.
Tra le candele degli amici in lacrime e una piccola fiaccola in terra per scaldarsi un po’.
Perché alle 3.32 del 6 aprile 2011, all’Aquila fa un freddo cane.





