ROMA – L’essersi ammalati di Covid non influisce sulle probabilità di successo di un trattamento di fecondazione assistita: lo ha verificato uno studio condotto in 11 cliniche spagnole del gruppo Ivi, presentato al congresso della Società europea di riproduzione umana ed embriologia (Eshre) dal gruppo coordinato da Maria Cruz Palomino.
Nella ricerca sono stati monitorati, tra maggio e giugno 2020, i livelli dell’ormone antimulleriano (Amh, che rileva le dimensioni della riserva di ovociti) delle pazienti delle strutture, un parametro che viene usato per prevedere la risposta delle donne alla stimolazione della fecondazione assistita.
“In generale i dati non hanno mostrato variazioni nei livelli di ormone antimulleriano prima e dopo l’infezione da SarsCov2 – commenta Palomino – e possiamo quindi desumere che le probabilità di successo del trattamento di fecondazione assistita rimangano intatte”.
I risultati hanno mostrato un leggero calo dei livelli di Amh nelle donne che dovrebbero rispondere normalmente al trattamento, ma “niente che possa compromettere la riserva ovarica, né che possiamo attribuire al coronavirus”. Questi risultati riflettono quelli di un altro studio condotto a Wuhan, in Cina, che ha rilevato concentrazioni di ormoni sessuali e di Amh nelle donne malate di Covid non diversi da quelli delle altre del gruppo di controllo.






