L’AQUILA – I Balcani, Haiti e l’Iran al servizio dell’Aquila terremotata. E viceversa.
L’Europa in crisi ha bisogno di idee per risollevarsi, in attesa che gli Stati tornino a fare il proprio lavoro (investire soldi per il benessere di tutti) e che il privato torni a essere una parte del mondo, non il mondo.
Intanto, un gruppo di lavoro straniero ha cercato il contatto con L’Aquila da ricostruire.
Del gruppo in questione fanno parte Masud Esmaillou, bulgaro di origini iraniane, docente all’Università di Venezia e Varna (Bulgaria), Sonja Radovic, architetto presso lo Studio Synthessys, Branimir Gvozdenovic, segretario del Partito democratico del Montenegro, Alexandar Bogdanocic, sindaco di Cetinje (Montenegro) e Stefan Terziev, preside della facoltà di Architettura all’Università di Varna.
I cinque sono intervenuti alla tre giorni (8-9-10 giugno) di “Fare L’Aquila”, expo sulla ricostruzione post-sisma e occasione per aziende (circa 200), tecnici e politici che volevano confrontarsi su un tema che ha preso in ostaggio il capoluogo abruzzese da ormai tre anni e che dovrà essere ‘liberato’ al più presto. Tutti e cinque conoscono la durezza del terremoto, ma anche le strade migliori da intraprendere per ricostruire ciò che è stato distrutto dal sisma.
Il Montenegro, per esempio, zona sismica come la Bulgaria (un terremoto l’ha colpita a distanza di una manciata di minuti da quello dell’Emilia), ha subìto un sisma devastante nel 1979 che ha straziato Budva e danneggiato seriamente anche la città di cui è sindaco Bogdanonic.
Oggi, Budva ha una città vecchia di una bellezza estenuante e Cetinije si sta preparando al percorso verso la denonimazione di ‘patrimonio dell’umanità’ Unesco.
Il messaggio è chiaro: se c’è bisogno di capire come si vive una malattia, ma anche come se ne esce, le cure migliori potrebbero arrivare da chi, in passato, di quella malattia ha sofferto ma ne è venuto fuori.
Di questo e di molto altro si è discusso a ‘Fare L’Aquila’. Tante buone intenzioni, tante parole, dibattiti.
Ma anche una verità emersa a volte chiaramente, altre volte attraverso concetti meno comprensibili al primo ascolto: l’inevitabilità dell’intervento del privato che deve necessariamente portare a un ridimensionamento del pubblico in ogni settore dell’economia e quindi degli investimenti nel Paese.
A ‘Fare L’Aquila’ di idee innovative sulla ricostruzione se ne sono viste e sentite molte, alcune addirittura di primissimo rilievo, così come si sono visti politici e imprenditori sotto lo stesso tetto a dialogare su ipotesi, modi e strumenti per ricostruire un territorio polverizzato dal sisma del 6 aprile del 2009.
Con i primi a ricordare che i soldi per il futuro dell’Aquila, se ci saranno, dovranno essere richiesti di volta in volta e a seconda della situazione economica nella quale ci si troverà a richiederli, quindi niente programmazione a lungo termine; e con i secondi a battere i pugni sul tavolo per avere meno burocrazia, meno regole laddove non siano necessarie dal punto di vista imprenditoriale, meno incartamenti per poter correre il più velocemente possibile.
Nulla di strano, ma di drammatico sì, certamente. Perché? Perché i vecchi schemi dell’economia vanno visti sotto la luce, opaca, e i dettami dell’Europa unita. Politicamente ed economicamente, L’Aquila è una realtà europea e non più italiana. Ed è per questo che vive una doppia crisi.
La prima è ‘casalinga’ ed è scaturita da un post-sisma disastroso sotto il punto di vista della gestione complessiva, salvo la prima emergenza foriera di spese folli ma, a modo loro, produttive, seppure in assenza di una visione d’insieme, vedi progetti C.a.s.e. e Map sparsi ovunque sul territorio che oggi creano disagi e grattacapi a chi la città dovrebbe ripensarla, come se dalle parti del governo Berlusconi avessero voluto sparare le ultime cartucce da campagna elettorale prima di rischiare di ritrovarsi fuori causa tecnocrati in sostituzione (cosa poi realmente accaduta con l’ingresso del sobrio e fallimentare Mario Monti).
La seconda crisi che affligge il capoluogo d’Abruzzo è quella dell’Eurozona, struttura di una fragilità spaventosa le cui regole troppo spesso inconcepibili, se non si ha un grigio cervello da liquidatore di aziende, stanno spazzando via le classi medie e finendo di impoverire chi è già povero in canna, con conseguenze terribili sotto tutti i profili.
Facciamo chiarezza. Continuare a tenere in coma una città con iniezioni a singhiozzo di denaro improduttivo (la cui erogazione prima o poi cesserà), non farà altro che rimandare l’ufficialità di un decesso che consegnerà una città con una storia e una cultura uniche al mondo a un futuro di impoverimento generale, effetti collaterali compresi.
Come se la immaginano i nostri politici e dirigenti L’Aquila di domani? Non lo sappiamo. Sappiamo, però, come l’hanno ridotta a tre anni dal sisma: un luogo di incertezza e di confusione.
Ci permettiamo di dire la nostra, allora.
L’Aquila è una città dell’Europa, del Sud Europa. Non è più, nella forma governativa e nelle scelte economiche, una città italiana. Essa vive gioie e dolori di una città dell’Europa del Sud, ma i nostri politici presenti a Bruxelles a novembre 2011 per il grottesco Consiglio comunale straordinario, in realtà un tentativo disperato con cui si è cercato di mascherare l’elemosina per ottenere un provvedimento su cui, guarda caso, ha deciso l’Europa, ossia la Zona franca urbana, non se ne sono resi conto. O forse sì?
E perché, in tal caso, continuano a proporre un fazzoletto di carta, se non il nulla assoluto, come cura per un cancro chiamato post-sisma?






