L’AQUILA – “Quanto siamo liberi quando andiamo su Facebook? Siamo noi che ci colleghiamo al nostro profilo o è Facebook che si collega di continuo al nostro cervello?”.
È una delle tante domande, molto pesanti, che si è posto Federico Mello, classe 1977, giornalista e blogger con firme sul Fatto quotidiano, Quotidiano, Huffington post e che ha lavorato per trasmissioni come Servizio pubblico su La7 e Ballarò su Rai3, per arrivare a scrivere un libro, Il lato oscuro di Facebook (Imprimatur), nel quale è finito dentro uno degli argomenti che riguarda la vita di tutti i giorni di miliardi di persone.
Con risvolti di varia natura che per Mello (e non solo) pericolosissimi e ancora molto sottovalutati che riguardano (anche) la democrazia, tra rischi di guerre combattute via internet fino all’esplosione di patologie legate all’utilizzo senza freni di Facebook e affini.
Il libro è uscito mentre era ancora alto il fuoco dello scandalo Cambrige Analytica sull’uso di un’enorme quantità di dati prelevata dell’azienda del potentissimo Mark Zuckerberg che controlla il servizio di rete sociale più utilizzato al mondo.
“Mi sono reso conto che a un certo punto Facebook mi spingeva a fare delle cose che non controllavo e che non riuscivo a capire – spiega il giornalista ad AbruzzoWeb – Così ho deciso di studiare questo mezzo. E l’ho fatto per anni. Ho messo alla prova le teorie che avevo elaborato e alla fine ho prodotto il libro, dopo aver fatto un percorso mio. Poi mi sono rivolto a dei miei amici psicologi per avere conferma che il mio percorso fosse giusto. E mi hanno dato una specie di conferma accademica, professionale”.
“Sono dell’idea – continua Mello – che la soluzione di cancellarsi o di non usarlo sia sbagliata, ma si deve intervenire perché si tratta di uno strapotere del privato sul pubblico con una immensa zona grigia. E quando ci sono di mezzo miliardi di persone… Penso alle sette sorelle del petrolio, penso alla rete telefonica, alle autostrade, al settore farmaceutico, sulle quali c’è stato l’intervento del settore pubblico. Ci vogliono comitati, trasparenza”.
Insomma, per l’esperto “una piattaforma così potente va regolata, dunque serve un intervento normativo ‘plurinazionale’. Ogni Stato, ad esempio, potrebbe imporre dei paletti. Proposta semplice e provocatoria: un numero verde da associare al social network che si occupi di tutto ciò che riguarda i pericoli su quel pezzo di internet, dal cyberbullismo alla violazione della privacy”.
Anche perché “tutti noi abbiamo una selezione di contenuti personalizzata. Che però influisce so come vediamo il mondo singolarmente. Ecco, Facebook può decidere quale parte del mondo mostrarci. Ed è uesta è la cosa che mi spaventa di più, in un contesto di tecnologia che non è affatto neutra. Dobbiamo regolare il potere del ‘rubinetto a monte’, quello che distribuisce senza alcun controllo pubblico cosa la gente vede o non vede e che influisce pesantemente sulla vita delle persone e sul mondo che ci circonda”.
“Non si può lasciare in una zona grigia, senza regole condivise, pubbliche, chiare, chi controlla e sceglie per miliardi di persone”, conclude Mello.






