L’AQUILA – Continuano a scendere senza sosta le parole in ricordo di Ettore Scola, scomparso pochi giorni fa all’età di 85 anni, uno dei più grandi registi della storia del cinema.
Dopo quello firmato per AbruzzoWeb da Piercesare Stagni, aquilano, musicista e storico del cinema e docente presso l’International Film Academy, che ha avuto modo di conoscere Scola all’Aquila, in una serata al Cinema “Massimo” che finì nei locali dell’Accademia dell’Immagine, serata dedicata proprio al grande regista, diamo spazio al ricordo che ha di lui il giornalista aquilano Erminio Cavalli, che parla proprio di quella serata aquilana di qualche anno fa, con l’altro grande ospite, l’attore e regista Sergio Castellitto, in cui riuscì anche a piazzare un’intervista sul mensile abruzzese L’Indiscreto.
Intervista che vi alleghiamo, insieme alle parole di Cavalli sulla morte del regista nato Trevico, in provincia di Avellino, il 10 maggio del 1931 e scomparso a Roma martedì scorso,19 gennaio.
Che strano chiamarsi Ettore Scola! Se non fosse per il nome, “scola” potrebbe sembrare davvero un semplice refuso. Una lettera mancante che si è persa per strada, scivolata giù sul foglio, magari inghiottita da un furioso ticchettio di scalpitanti zampettine in ferro. Quelle di una vecchia, gloriosa Olivetti, che per più di mezzo secolo ha raccontato, attraverso le parole, il nostro cinema. E non solo.
Eppure, dopo oltre cent’anni di immagini in movimento, quel ticchettio lo sentiamo ancora: le nostre dita sulla tastiera del pc sono tornate da pochi giorni a far rumore, a richiamare quel verso.
A pestare con rabbia e dolore il titolo di una sciagurata notizia: Ettore Scola non è più tra noi.
Alla Casa del Cinema di Roma, mentre in tanti rendono omaggio al grande regista – l’ultimo dei poeti del nostro cinema italiano – ci piacerebbe immaginare al posto del cordoglio un elogio funebre diverso, spudorato, dissacrante, forse come Lui avrebbe scritto, diretto e sognato per un suo ideale The End: una fanfara di maschere, bombette e cotillon, magari condita con un gran finale da rivista.
Ma i tempi non sono più gli stessi. E nessuno capirebbe, tranne quel ragazzino di Trevico, giunto con la famiglia a Roma per scoprire una nuova vita. Ettore Scola e i suoi quindici anni, con tanti sogni di facce e vignette nel cassetto.
Con tutto il mondo e gli anni in tasca. Con gli ideali di un partigiano sognatore, con già quell’arguzia insolente per il lazzo disarmante, la battuta folgorante. E soprattutto con quel gusto sapido per lo scherno e lo sberleffo.
E tanta voglia di deridere l’universo degli umani, per ridere di sé. Dal satirico Marc’Aurelio, testata umoristica dei primi anni trenta, passando per l’avanspettacolo e la radio, il giovane Ettore approda come autore alla tv.
E poi il primo esordio dietro la macchina da presa: “Se permettete parliamo di donne”.
Il cordoglio è sacro. Lo rispettiamo.
Un po’ meno la scontata e noiosa scaletta dei film capolavoro che il regista ci ha lasciato. E che presto troveremo in edicola, nelle migliori raccolte dvd: “C’eravamo tanto amati”, “La terrazza”, “La famiglia”, “Una giornata particolare”.
Titoli immancabili, troppo immancabili per la nostra collezione, che prima d’oggi – nei casi migliori – non ci sognavamo (escluso, ovvio, il sottoscritto) neppure di avere.
Eppure il suo cinema non può mancare del resto. Di tutto quel resto che fa la differenza. Di ogni sguardo, illuminazione, ammiccamento, folgorazione che spunterà (accadrà?) come gemma preziosa solo se scovata tra le memorie più nascoste.
Tra i ricordi di quella “gente di Roma” vissuti in trattoria, tra una “mezza porzione abbondante” e un quarto di vino sfuso, tra quelle chiacchierate notturne in auto a parlare di cinema e vita con l’amico Federico (sarebbe troppo strano oggi chiamarlo col nome di Fellini).
Magari incontrando per strada, via via, uno stuolo di gloriosi eroi del palco, maschere sacre del tempo perduto: Nino, Alberto, Ugo, Vittorio, tanto per fare qualche nome, che hanno raccontato la vita dei nostri padri e nonni, rubandola a se stessi.
Col sacrificio di chi ha fatto un’altra “resistenza”, ma non meno nobile e bella di tant’altre.
Una sera, più di dieci anni fa, Ettore Scola venne all’Aquila, come ospite d’onore. Era ad una mostra di costumi sul cinema. Gli rubai un’intervista.
E lo strappai da lì con l’alibi di una sigaretta liberatoria.
Sapevo che poi un immancabile caffè lo avrebbe conquistato del tutto. Tra i miei ricordi di quella sera, non più quelli di un giovane studioso di cinema; ma quelli di un uomo semplice, persino timido e introverso. Con una voce dimessa e un timbro paterno, caldo e grottoso, che di lì a poco non mi avrebbe più abbandonato.
Tra i giornali del tempo – era il 2004 – ho ritrovato un mio articolo-intervista pubblicato su “L’Indiscreto”.
E ho pensato di pubblicarlo qui nel suo formato originale, su AbruzzoWeb, con il solo scopo di rendere omaggio alla memoria di Ettore Scola.
Dopo quella sera di dicembre a L’Aquila, ebbi l’occasione di rincontrarlo nel 2009 a Gorizia, in occasione del Premio Sergio Amidei. Lo scoprii diverso, forse più schivo e taciturno che mai, ma sempre con quell’aria pensosa e sottilmente malinconica che è propria di chi sente la vita fino in fondo. E in un istante ebbi l’impressione che lui stava già aspettando il momento del suo addio al mondo; per meglio dire lo stava già “girando” con la sua “macchina da presa”.
Camminava solo, distante dagli altri, a passi lenti, picchiettando con la suola su uno spicchio di selciato. Senza mai uscire troppo da quei ristretti confini immaginari che si era creato.
Era curioso osservarlo: come se i suoi piedi fossero le ultime zampette di ferro rimaste ancora in vita. E quell’angolo di cortile un piccolo foglio di carta. Per tornarci a scrivere sopra. Per aggiungervi un’altra battuta divertente. Per poi fare due o tre salti indietro e cancellarla ancora. Divertito e deluso, rabbioso e innamorato, a rileggersi così.




