L’AQUILA – “Inflamada por la danza, se quemó todo su cuerpo” recita una poesia dedicata a una ‘bailaora’ di flamenco.

Una descrizione che calza a pennello a Ester Bucci, ballerina e insegnante ‘infiammata’ dalla danza flamenca, nata a Bussi (Pescara) ma aquilana di adozione, che, se non fosse per l’italianissimo cognome, potrebbe benissimo essere scambiata per una spagnola, una gitana pura.

Non è solo il suo nome spagnoleggiante, Ester, a trarre in inganno, ma è lo sguardo appassionato, sono le mani che si muovono leggere, sono i piedi che scandiscono ritmi concitati e ardenti. È il fuoco del flamenco, una fiamma che si è accesa in lei qualche anno fa e che continua a bruciarle dentro. Un’arte che lei definisce una “magia” talmente travolgente che “ti può portare alle lacrime”.

Il centro della sua vita e della sua arte è L’Aquila, “nonostante tutto”. Nonostante questa città l’abbia un po’ tradita, con un terremoto piombato all’improvviso a sconvolgere tutto, a rendere inagibile la scuola di danza e a costringere molte delle sue allieve ad andare via dalla città. Ma tutto questo non l’ha fermata. Si è rimboccata le maniche e ha ripreso le lezioni qualche mese dopo quel tragico 6 aprile 2009.

Appena tornata da Siviglia, dove va ogni anno per un mese intero a perfezionare la tecnica con i più grandi maestri, la bellissima Ester racconta come si vive con l’eterna “fame” per il flamenco.

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Com’è nata la passione per il flamenco?

Se penso al passato mi rendo conto che la danza c’è sempre stata nella mia vita. Ho iniziato a sei anni con la classica e ancora prima giocavo a fare la ballerina o la maestra di danza, ballavo a casa e davanti la televisione o quando suonava la banda del paese.

La passione per il flamenco è nata molto più tardi, tra i 24 e i 25 anni sbirciando,nella scuola di danza che frequentavo, una lezione di flamenco con Carmen Meloni…anche se non è stata lei la mia prima maestra.

Quando e perché hai deciso che fare la ballerina di flamenco sarebbe stata la professione della tua vita?

Non è stata una decisione presa a tavolino ovviamente. Ho iniziato a studiare flamenco, senza tra l’altro abbandonare lo studio della classica e della contemporanea.

Mi sono innamorata di questo mondo così vasto e complesso e mi sono appassionata sempre di più. Ho avuto la fortuna di lavorare dopo poco tempo in una compagnia di flamenco di Roma e questo mi ha dato una forte spinta a intraprendere questo percorso.

Qual è l’aspetto del flamenco che ti affascina di più?

Sono ballerina… È ovvio che ho un occhio di riguardo per il ‘baile’ (il ballo, ndr), ma il baile fine a se stesso a volte non mi trasmette nulla. È l’espressività del bailaor che ti arriva fino nell’anima e nel flamenco questa espressività non può prescindere dall’intensità del ‘cante’ (il canto, ndr) e del ‘toque’ (la chitarra, ndr).

È un mix perfetto di energie che, se ben dosate, coinvolgono lo spettatore al punto da fargli vivere la stessa passione e gli stessi sentimenti. Questa è magia e può portare alle lacrime!

Prendiamo una tua settimana “tipo”: quanto tempo dedichi al flamenco?

Molto. Insegno quasi tutti i giorni e mi reco settimanalmente a Roma per approfondire gli studi e per le prove con la compagnia. La mattina è ascolto, studio personale… Ovviamente mi prendo il tempo per fare anche altro!

Cosa viene prima per te, la tecnica o l’espressività?

Personalmente credo che debbano andare di pari passo. Prese singolarmente mancherebbero di forza e di senso.

C’è una “bailaora” a cui ti ispiri in modo particolare?

Una bailaora a cui mi ispiro?! Alla ragazzina con le infradito e la minigonna che per strada in una festa improvvisata si mette a ballare una ‘pataita por buleria’ (la Bulería è un palos del flamenco, cioè uno dei generi di cui è formato il flamenco. Si chiama pataita un piccolo brano di danza che di solito gli artisti improvvisano a fine spettacolo, ndr). Così, come se fosse la cosa più scontata del mondo. Ecco, mi piacerebbe avere la sua ‘faccia tosta!

Il “duende”, quella magia difficile da definire e da raggiungere. Cosa è per te?

Appunto è difficilissimo da spiegare o da circoscrivere in una definizione. È un sentimento forte, di rapimento spirituale che credo si riveli nella sua natura più profonda soprattutto nelle performances meno spettacolari e formali, a volte più in un ‘tablao’ (un locale nel quale si tengono spettacoli di flamenco, ndr) che in un super spettacolo in teatro e questo parchè la vicinanza con lo spettatore o per lo spettatore con l’artista è maggiore e quindi più intima e magica.

Il flamenco è caratterizzato da una sorta di malinconia unita a una nobile fierezza. In che modo metti in pratica questi aspetti del flamenco nella vita di tutti i giorni?

Se lo faccio non me ne rendo conto. Malinconica lo ero già di mio, nobile e fiera…lo lascio dire agli altri!

Ricordi uno spettacolo o un momento durante la tua carriera da ballerina particolarmente emozionante?

Sicuramente il primo spettacolo con la compagnia Flamenco Lunares è un’emozione che non dimenticherò, ma devo dire che riesco ancora a emozionarmi ogni volta e spero di non perdere questa sensibilità.

Oltre a essere ballerina, sei anche un’insegnante di flamenco. In quale dei due ruoli ti senti più a tuo agio?

Diventare ballerina era il mio sogno nel cassetto, adoro ballare e non potrei farne a meno. L’insegnamento è un’altra cosa, bisogna avere un approccio intelligente e delicato con le persone e certo non puoi riversare sugli allievi le tue ansie o i tuoi sentimenti più disparati.

Devi imparare oltre alla didattica anche a saper controllare il tuo stato d’animo, devi imparare ad avere pazienza e saper trasmettere l’amore per l’arte.

Ma mi piace e mi ci sento a mio agio. Anche per l’insegnamento, così come nel ballo, non si finisce mai di imparare e di perfezionarsi.

Insegni da tanti anni all’Aquila e dopo lo stop dovuto al terremoto hai ripreso, non senza difficoltà, a dare lezioni. Come hai vissuto il terremoto e cosa ha significato per te ricominciare a insegnare?

Insegno da tanti anni all’Aquila e non me lo sarei proprio aspettato. Come ho vissuto il terremoto? Malissimo, come tutti! Per questo non vedevo l’ora di ricominciare e devo ringraziare tutte le persone che mi hanno aiutato e mi hanno sostenuto sia all’Aquila sia a Roma.

Ricominciare a insegnare qui per me prima di tutto è significato rivedere persone che non avevo più incontrato, parlare con loro e condividere la passione per il flamenco. Riappropriarmi di una socialità che per mesi avevo visto lacerata e che purtroppo non è ancora ricostruita. Ricominciare a insegnare è stato un po’ cercare di tornare alla normalità…ma ancora adesso, causa terremoto, mi sento un po’ ‘marziana’.

Vivi all’Aquila ma ogni anno, a settembre, vai a Siviglia per studiare con i grandi del flamenco. Cosa ti lega all’Aquila e cosa a Siviglia? Cosa porteresti a Siviglia dell’Aquila, e cosa di quest’ultima nella capitale andalusa?

L’Aquila è la città che ho scelto per l’università e dove poi ho deciso di rimanere e costruire la mia vita, nonostante tutto. Siviglia è la mia città per un mese all’anno e mi ci rifugio spesso con la mente durante il lungo inverno aquilano. A essere sincera preferisco che restino ognuna con la propria identità perché solo in questo modo possono continuare ad avere il loro fascino. È ovvio che per L’Aquila preferirei che tornasse quella di prima.

Che progetti hai per il futuro?

Segreto!

Tra pochissimo inizierai di nuovo a dare lezioni di flamenco. Dove potrà trovarti chi desidera iniziare?

All’Aquila le lezioni si svolgono ad Art Nouveau, in via Rocco Carabba, e nella palestra Zerogravity, in piazza San Bernardino. A Pescara presso il LaboratorioDanza, in via Tiburtina 149. Quest’anno terrò un corso anche a Perugia in collaborazione con il maestro Claudio Javarone.

Per finire, in una parola, cosa è per te il flamenco?

Desiderio, fame.