ROMA – “Non è facile fare una diagnosi” di epatite acuta di origine sconosciuta e “nel caso del bambino curato all’ospedale di Latina abbiamo mandato il siero anche allo Spallanzani di Roma. E ora stanno lavorando all’analisi genomica. Servono tempo e dati. Oggi il bambino sta bene, ha solo una ‘bronchitella’ ma le transaminasi sono tornate nella norma ed è stato già dimesso. Il messaggio che voglio dare agli altri genitori è di stare tranquilli e se ci sono sintomi strani nel bambino, come diarrea e vomito, comunicarlo al proprio pediatra che saprà cosa fare”.
A parlare con l’Adnkronos Salute è Riccardo Lubrano, primario della Pediatria all’ospedale Santa Maria Goretti di Latina e professore associato del Dipartimento di Pediatria dell’Università Sapienza di Roma, che ha curato un bambino di cinque anni colpito da epatite acuta di origine sconosciuta.
L’epatite acuta dei bambini è come un “iceberg” di cui vediamo la punta “di una malattia complessa ma il trapianto di fegato rimane una eventualità rara”, aggiunge Lubrano.
Sui casi analoghi registrati in Italia e nel resto del mondo “sappiamo poco e su questo serve grande onestà, nel nostro caso ad esempio non era presente l’adenovirus – ricorda Lubrano – Si tratta di epatiti che sono sempre state diagnosticate anche prima della pandemia. Per ora per capire l’origine dobbiamo aspettare i dati che arriveranno dal Regno Unito, il paese più colpito. Poi servirà uno studio epidemiologico per stabilire che tipo di fenomeno abbiamo davanti”.






