L’AQUILA – “Chi ci governa si è mai chiesto perché in Abruzzo non sono diffuse epidemie che altrove hanno messo in ginocchio il sistema zootecnico? È avvenuto perché c’è chi verifica costantemente la salute e il benessere del bestiame, e lo fa anche se ha sulle spalle 20 mesi di stipendi arretrati non pagati, lavorando, per di più, il doppio delle ore che dovrebbe”.
È lo sfogo di uno dei 63 lavoratori dell’Ara, l’Associazione regionale allevatori, uno degli enti saliti alla ribalta delle cronache politiche non per le importanti attività che svolge, ma per i suoi debiti, per i dipendenti senza compenso e per l’incertezza della sua prossima esistenza in vita.
L’Ara negli ultimi tempi è stata più volte citata in Consiglio regionale assieme al Cotir, Consorzio di ricerca sulle tecniche irrigue, al Crab, Consorzio di ricerche applicate alle biotecnologie, al Crivea, Consorzio per la ricerca vitivinicola ed enologica in Abruzzo, al Ciapi, il Campus Internazionale della Formazione: società partecipate anche loro in profonda crisi, considerate da qualcuno zavorre da cui liberarsi, come reperti archeologici di un’era lontana, in cui la pubblica spesa permetteva a differenza di oggi di mantenere.
Ma parallelamente citate a pie’ sospinto come realtà da risanare, riorganizzare, e rilanciare.
Magari come già avvenuto con Abruzzo Engineering, altra ex partecipata sull’orlo dell’abisso, ora società in house della Regione, salvata con un esborso da 5 milioni di euro, “unica eccezione”, sottolineano malignamente dai banchi dell’opposizione, ma anche della maggioranza, in particolare per voce dei consiglieri di Abruzzo civico Mario Olivieri e Andrea Gerosolimo.
Ma a differenza delle altre, l’Ara, con le sue tre sedi a Onna, frazione dell’Aquila, Teramo e Villanova di Cepagatti (Pescara), non è un consorzio partecipato dalla Regione. È un ente morale privato, di cui sono soci Coldiretti e Confederazione italiana agricoltura (Cia).
Una legge del 2006, approvata dalla Giunta regionale di Giovanni Pace, ha però stabilito che la Regione ha l’obbligo di affidare all’Ara, in compartecipazione con il ministero delle Politiche agricole, servizi come la tenuta dei libri genealogici e dei registri anagrafici dei bovini, ovini, caprini ed equini, il controllo funzionali nelle aziende zootecniche per prevenire epidemie, per verificare la qualità del latte e ottimizzare la produzione.
In aggiunta a questo, l’Ara svolge anche altri servizi, in primis l’assistenza tecnica e di formazione e aggiornamento. Ed è grazie a questo rapporto esclusivo con il pubblico che l’Ara può reggersi e offrire imprescindibili servizi alle aziende a prezzi calmierati e accessibili.
Negli anni, però, i continui tagli dei trasferimenti, ovvero del pagamento a rendicontazione del lavoro svolto, hanno mandato in crisi profonda l’Ara.
Si fa due conti Feliciantonio Maurizi, segretario generale della Faisa Cisl.
“Servirebbero 4 milioni di euro l’anno per far funzionare l’Ara a pieno regime – spiega ad Abruzzoweb – e invece dal 2011 al 2014 i fondi si sono sempre più assottigliati, sia da parte del ministero che da parte della Regione. Nel 2011 erano 2,2 milioni, nel 2015, ancora non versati, si prevedono 1,2 milioni, di cui 550 mila dal ministero e 500-600 mila dalla Regione, a cui si aggiungono i 600 mila euro per i controlli tecnici”.
Da qui la crisi profonda, aggravata anche dal fatto che l’Ara vanta crediti non riscossi dalle aziende in crisi, che non hanno pagato il servizio ricevuto.
“I dipendenti e i servizi svolti – aggiunge Maurizi – hanno un costo fisso, che non è possibile contrarre più di quello che si è fatto. Inevitabile, dunque, che ora l’Ara abbia debiti che superano il milione di euro, e viva una drammatica crisi di liquidità”.
Il personale amministrativo, tengono a sottolineare i lavoratori, ha un costo limitato, non ci sono Cda dagli stipendi sontuosi, ma solo modesti rimborsi spesa e chiedere a loro altri sacrifici lo considerano quasi offensivo. Come detto, infatti, vantano 20 mensilità di stipendi arretrati non pagati.
Per di più sono ora in regime di contratto di solidarietà, con stipendio ridotto del 50 per cento, e orario di lavoro proporzionalmente dimezzato.
Maurizi tiene però a sottolineare il paradosso che “la mole di lavoro è sempre la stessa e di fatto i dipendenti, dando una grande prova di dedizione, alla fine fanno molto di più di un part time”.
Quello che più avvilisce è la mancanza di certezze. Il sospetto dei lavoratori è anzi che la Regione, che fatica non poco a trovare ogni anno le risorse raschiando il fondo del barile, voglia liberarsi dell’Ara come una delle sue partecipate.
Per l’Ara sarebbe anche più semplice: basterebbe cambiare la legge regionale del 2006, eliminando l’obbligo di servirsi di questo ente, e non avrebbe nemmeno il problema di ricollocare il personale, non essendo costituito da suoi dipendenti.
E allora l’Ara di fatto sarebbe cancellata, i dipendenti si ritroverebbero senza lavoro e senza poter recriminare nulla nei confronti della Regione.
Le aziende zootecniche dovrebbero per avere gli stessi servizi ma affidarsi, a costi molto più alti, al mercato privato.
“Il sospetto c’è – ammette il sindacalista – anche se, a cominciare dall’assessore Dino Pepe, tutti assicurano invece l’estremo interesse a voler rilanciare questa realtà, magari utilizzando i fondi comunitari per la tutela biodiversità, e alcune misure nel Piano di sviluppo rurale. Restiamo fiduciosi, ma servono i fatti, le promesse le ascoltiamo da anni”.






