ROMA – Meno di un mese alla presentazione delle liste, alla ricerca di accordi e candidati in vista delle elezioni politiche del 25 settembre.

“Sarà una sfida tra noi e la Meloni. E il Pd e al lavoro nel solco della serietà e del patriottismo di Mario Draghi e con una agenda democratica e progressista”.

Alle parole del segretario Pd Enrico Letta risponde direttamente la leader di FdI Giorgia Meloni: “Non ho bisogno dei regali di Enrico Letta, né dei loro riconoscimenti. Letta fotografa la realtà quando dice che bisognerà scegliere tra Fratelli d’Italia e il Pd: sono i due principali partiti che si confronteranno in queste elezioni in un sistema che potrebbe tornare bipolare. Considero questa una buona notizia perché nel bipolarismo si confrontano identità: centrodestra contro centrosinistra, progressisti contro conservatori. Questo è lo scontro e gli italiani sceglieranno da che parte stare”.

CENTROSINISTRA

“Primo: vincere le elezioni e offrire al Paese l’alternativa alla destra rappresentata da Salvini e Meloni. I nomi vengono dopo”.

L’invito che arriva dal Nazareno ai dirigenti del Partito Democratico è di rimanere concentrati sulle proposte da fare al Paese. È su quelle che si costruiranno le coalizioni, non su altro. E tantomeno sui nomi.

Un messaggio a Carlo Calenda che, presentando il suo programma in 14 punti, ha chiuso la strada a qualsiasi dialogo con il M5s, ma anche con Luigi Di Maio, liquidato con un “Di Maio chi?” di chiara derivazione renziana, e con Europa Verde e Sinistra Italiana.

Veti, paletti, dikat. Tutto quello che i dem non vogliono in questo momento di costruzione. Ma Calenda si spinge oltre, evocando il nome di Mario Draghi per la premiership. Una fuga in avanti che contrasta con quanto previsto dallo statuto Pd, per il quale il candidato premier naturale è il segretario del partito. In ogni caso è presto per parlare di nomi, viene sottolineato dal Nazareno.

A mettere il punto sulla questione ci pensa in ogni caso il sindaco di Pesaro, Matteo Ricci. “Il candidato premier del Pd è Enrico Letta, non ci sono altri candidati premier”, dice il coordinatore dei sindaci dem interpellato dall’Agi: “Più rafforziamo Letta e il Pd e più saremo competitivi”.

Calenda non ci sta e dice che “il candidato Presidente del Consiglio non può essere Enrico Letta. Cercare di forzare su questo punto chiuderebbe immediatamente la discussione. Il nostro obiettivo è convincere Mario Draghi a rimanere a palazzo Chigi, portando voti su un’agenda coerente con quella portata avanti dal suo governo”.

Il Nazareno non commenta, se non ribadendo che “la costruzione della coalizione viene prima di qualunque nome. Non c’è un esponente Pd che abbia dei dubbi sull’assoluto prestigio nazionale e internazionale di Draghi. Da questo punto di vista, Calenda dice un’ovvietà”.

Al momento, dunque, le strade dei dem e di Carlo Calenda non sembrano destinate ad incontrarsi. Almeno non a breve. Anche perché fra i parlamentari dem si nutre scetticismo sulla reale volontà di Calenda di dialogare.

“È convinto di andare da solo, vuole pesarsi nella convinzione di conquistare tra l’otto e il diaci per cento”. A dire di voler portare Draghi a Palazzo Chigi è anche Matteo Renzi che, tuttavia, consiglia a Letta di puntare su Stefano Bonaccini per Palazzo Chigi: “Letta è segretario del Pd, decida lui. Fossi al suo posto sceglierei uno bravo a vincere le elezioni che sembravano già perse: Stefano Bonaccini. Ha preso il voto dei moderati e quello degli estremisti di sinistra, ha fermato Salvini nel momento in cui sembrava impossibile”. Parole, quelle di Renzi su Bonaccini, che fonti Pd liquidano con una battuta: “Il bacio della morte”. Dal Nazareno si sottolinea invece come “Renzi non perda occasione di seminare zizzania nel Partito Democratico”.

Per due alleati che si allontanano, tuttavia, uno si avvicina ai dem. La lista unitaria Democratici e Progressisti annunciata da Letta nelle scorse ore piace a Roberto Speranza e ad Articolo Uno. Ma nei gruppi parlamentari c’è chi fa appello perché “non si buttino a mare tre anni di lavoro con i Cinque Stelle”.

È la senatrice di Leu, Loredana De Petris, a rivolgersi al segretario del Pd. E come lei fanno anche Stefano Fassina e, nei giorni scorsi, Federico Fornaro, capogruppo alla Camera.

Il segretario Letta, intanto, lavora pancia a terra per cmobilitare i suoi in vista del voto. Domani alle 9 è convocata la direzione nazionale insieme ai gruppi parlamentari, per fare il punto sull’analisi della situazione politica, sulle elezioni e sul regolamento per le candidature. Mercoledì, poi, Letta vedrà i sindaci del Pd. Gli amministratori locali, nei piani di Letta, avranno un ruolo da protagonisti in questa campagna elettorale.

“Vogliamo estrarre il massimo delle potenzialità dei territori e dal partito dei sindaci”, fanno sapere dal Nazareno. In prima fila a guidare questo partito nel partito ci sono Matteo Ricci e Dario Nardella. Il sindaco di Firenze, negli ultimi mesi, ha allacciato con il segretario un rapporto molto stretto che è stato anche alla base della mobilitazione degli amministratori dem a favore del governo Draghi, nelle scorse settimane. Ricci, poi, è attivissimo nel suo ruolo di coordinatori delle fasce tricolori del Pd.

“Tutto il territorio deve essere in campo in questa campagna elettorale”, spiega il sindaco di Pesaro all’Agi. “I sindaci italiani sono molto credibili, abbiamo una classe dirigente nei territori molto forte e maggioritaria. Stiamo discutendo con Enrico Letta sul da farsi, avremo una riunione del coordinamento dei sindaci dem con il segretario mercoledì”.

E assieme ai sindaci, potrebbe essere candidato il presidnete del Lazio, Nicola Zingaretti, che oggi apre a questa possibilità: “Se sarò candidato dopo le elezioni affronteremo il tema di come portare la Regione al voto”. L’ex segretario dem potrebbe correre per un posto in lista nel proporzionale, per trainare la lista del Pd; in uno dei collegi uninominali, dove i nomi di peso del Pd saranno decisivi soprattutto in mancanza di una coalizione larga: oppure in tutti e due.

CENTRODESTRA

Sul fronte del centrodestra, a due giorni dal vertice dei leader del centrodestra, si delineano, nette, le posizioni con cui i tre principali partiti si avvicinano all’appuntamento cruciale in vista del voto del 25 settembre.

Per Fratelli d’Italia, parla Giorgia Meloni e chiarisce che “non avrebbe senso andare a governare insieme”, senza un accordo sulle regole, che comprenda
il metodo di spartizione dei collegi uninominali e le modalità di indicazione del candidato premier. La presidente di FdI aggiunge poi di “confidare che si vorranno confermare, anche per ragioni di tempo, regole che nel centrodestra hanno sempre funzionato” e che il suo partito ha “sempre rispettato e non si
capisce per quale ragione dovrebbero cambiare oggi”. Tradotto: spartizione dei collegi in base ai sondaggi e regola che il partito che prende più voti indica il presidente del Consiglio, in caso di vittoria alle elezioni.

Sul tema della premiership, Matteo Salvini conferma la ‘sponda’ a Meloni, offerta già nei giorni scorsi. Il segretario leghista chiede agli alleati di “lasciare alla sinistra le liti e le divisioni”. E ribadisce: “Chi avrà un voto in più, avrà l’onore e l’onere di indicare il premier”.

Diversa è la posizione di Forza Italia. Il partito di Silvio Berlusconi sta attraversando un periodo difficile, ‘tormentato’ dagli addii dei ministri Mariastella Gelmini e Renato Brunetta e dall’apertura di una riflessione da parte di Mara Carfagna, dopo la mancata fiducia al governo Draghi. Oggi due parlamentari, Annalisa Baroni e Giusy Versace, e un assessore lombardo, Alessandro Mattinzoli, hanno seguito Gelmini. Nei prossimi giorni potrebbero esserci altri addii. Mentre la responsabile per i rapporti con gli alleati Licia Ronzulli si è detta convinta che Carfagna non lascerà FI.

In questo clima di tensione, i vertici azzurri sono contrari, perché lo ritengono divisivo, a ogni ipotesi di anticipo del tema della premiership. Temono che ogni indicazione su Meloni possa creare nuove tensioni o faccia perdere consensi in campagna elettorale. Vogliono prendere tempo e spostare la discussione a più avanti. Silvio Berlusconi lo ha detto espressamente nelle interviste rilasciate in questi giorni.

“Credo sinceramente che questo sia il meno importante dei problemi – ha scandito il Cavaliere – Quello che dobbiamo definire non è un nome, è un progetto
comune da proporre agli italiani, credibile in Europa e nel mondo. Poi, alla fine del percorso, ragioneremo insieme sul nome più appropriato da proporre al presidente Mattarella come nuovo presidente del Consiglio”. “Affronteremo il problema al vertice”, aveva assicurato.