L’AQUILA – La Camera penale dell’Aquila, con una lettera a firma del presidente Gian Luca Totani, chiede ai candidati a sindaco della prossima tornata elettorale, di firmare, qualora ne condividessero gli intenti, per la raccolta firme che si sta facendo questi giorni, in merito al ddl sulla separazione delle carriere dei magistrati.

Il gazebo, verrà allestito domani, sabato 27 maggio, dalle 16 alle 20, nel Parco del Castello all’Aquila e domenica 28 dalle 9 alle 13 in Piazza Duomo.

“Come probabilmente già saprete – si legge nella lettera – l’Unione delle Camere penali Italiane ha presentato una proposta di legge costituzionale per la separazione delle carriere dei magistrati. La raccolta delle firme, che vede impegnata anche la nostra Camera penale, ha avuto inizio lo scorso 4 maggio ed in  poco più di 2 settimane sono state raccolte oltre 20.000 delle 50.000 firme necessarie”.

“Le ragioni di questa iniziativa, per la prima volta intrapresa direttamente dall’avvocatura penalista, risiedono nella ormai ineluttabile necessità di conferire piena attuazione alla scelta in senso accusatorio del processo penale operata dal Parlamento con la modifica dell’art. 111 della Costituzione, rendendo effettiva la terzietà del giudice che costituisce il presupposto dell’imparzialità delle decisioni”.

“Per fare ciò è necessario intervenire sulle norme del Titolo IV della Costituzione, per separare la magistratura giudicante da quella requirente. Il concetto di separazione non va inteso, nello spirito dell’iniziativa di legge popolare, in senso burocratico ma piuttosto nel consentire che le parti del processo, abbiano le stesse possibilità in concreto di far valere le proprie ragioni. Ciò, che non è certo garantito ,da una contiguità professionale e di categoria del giudice con una delle parti: la pubblica accusa, appunto”.

“La separazione delle carriere – continua la missiva – diventa quindi una tappa fondamentale verso un sistema che maggiormente garantisce i cittadini, ma anche gli stessi magistrati: si avranno organi dell’accusa più capaci e preparati e giudicanti più liberi e legittimati nel loro ruolo”.

“Non sono secondarie altre ragioni, che hanno quale comune denominatore le garanzia di libertà e la dignità del cittadino nell’ambito processuale. I nostri giudici e pubblici ministeri non solo sono reclutati con lo stesso concorso e possono spostarsi da una funzione all’altra, ma svolgono anche le loro funzioni negli stessi palazzi”.

“Hanno una quotidiana dimestichezza di rapporti di lavoro e anche sociali, appartengono alla stessa associazione sindacale e alle stesse correnti associative, eleggono congiuntamente, per il tramite di organizzate campagne elettorali, i loro rappresentanti al Csm. Tutto ciò ha creato, e non poteva non creare, diffuse solidarietà di corpo, innumerevoli, quotidiane occasioni in cui pubblici ministeri e giudici si comunicano le reciproche difficoltà di lavoro e le reciproche aspettative anche riguardo ai singoli casi che stanno trattando. È un fenomeno diffuso che è particolarmente evidente nei rapporti tra pubblico ministero e giudice per le indagini preliminari”.

“È questa, peraltro, una valutazione che è sostenuta autorevolmente dallo stesso Parlamento europeo che in una delibera relativa al rispetto dei diritti umani nell’Unione europea afferma, tra l’altro, che «è anche necessario garantire l’imparzialità dei giudici distinguendo tra la carriera dei magistrati che svolgono attività di indagine (examining magistrates) e quella del giudice al fine di assicurare un processo giusto (fair trial)”. 

“L’imparzialità è concetto che attiene all’indifferenza rispetto agli interessi coinvolti nel processo; la terzietà si traduce invece nell’equidistanza tra le parti e dunque all’estraneità alle funzioni dell’accusa”.

“Due soggetti distinti, due ruoli distinti: in un contesto nel quale l’interscambiabilità delle funzioni (requirente e giudicante) è libera e, spesso, legata a logiche di sede o di carriera, del tutto avulse dalle attitudini, dalle sensibilità e dalle capacità professionali dei singoli, il pregiudizio ultimo cade sulle spalle del cittadino che, a torto o a ragione, si trovi ad affrontare un processo”.

“La tesi dei magistrati secondo cui attualmente il pubblico ministero sarebbe, a somiglianza del giudice, un operatore imparziale e quindi partecipe della cultura della giurisdizione, non è corroborata da nessuna indicazione che la renda credibile. Non viene in alcun modo spiegato perché l’appartenenza allo stesso corpo dei giudici e dei pubblici ministeri porterebbe questi ultimi, che dirigono attività di polizia, ad assumere sui singoli casi orientamenti di imparzialità del tutto simili a quelli dei giudici”.

“Il pubblico ministero deve essere preparato, il giudice deve essere, sentirsi ed apparire equidistante. La separazione delle carriere non è contro la categoria dei magistrati: essa ha, prima di tutto, una funzione di esaltazione della funzione giurisdizionale. In un sistema come il nostro, dove il pubblico ministero svolge le indagini in maniera diretta, con ampi poteri di iniziativa nella ricerca delle prove e con la polizia alle proprie dipendenze, il ruolo del Giudice deve essere visibilmente separato agli occhi degli imputati e dei cittadini tutti. In questo modo egli sarà pienamente legittimato nel suo ruolo e le sue decisioni degne del massimo rispetto”.

“Equidistanza e terzietà – conclude la lettera – si attuano non soltanto con il divieto di osmosi tra le funzioni, ma anche attraverso il superamento dell’attuale forma di autogoverno concentrato in un unico CSM, che decide dello status, del reclutamento, e della disciplina sia dei magistrati requirenti che di quelli giudicanti”.

Un cenno anche a al giudice Giovanni Falcone del quale proprio nei giorni scorsi si è ricordata la figura nel venticinquesimo anniversario della strage di Capaci,  che nel 1989, scrisse: “comincia a farsi strada faticosamente la consapevolezza che la regolamentazione delle funzioni e della stessa carriera dei magistrati del pubblico ministero non può essere identica a quella dei magistrati giudicanti, diverse essendo le funzioni e quindi, le attitudini, l’habitus mentale, le capacità professionali richieste per l’espletamento di compiti così diversi: investigatore a tutti gli effetti il pubblico ministero, arbitro della controversia il giudice”.

“Su questa direttrice bisogna muoversi – spiegava ancora Falcone – accantonando lo spauracchio della dipendenza del pubblico ministero dall’esecutivo e della discrezionalità dell’azione penale, che viene puntualmente sbandierato tutte le volte in cui si parla di differenziazione delle carriere. Disconoscere la specificità delle funzioni requirenti rispetto a quelle giudicanti, nell’anacronistico tentativo di continuare a considerare la magistratura unitariamente, equivale paradossalmente a garantire meno la stessa indipendenza ed autonomia della magistratura”.