L’AQUILA – È boom di candidati provenienti dalla polizia penitenziaria alle prossime elezioni comunali in Abruzzo del 20 e 21 settembre.
La pratica, che si ripete puntualmente ad ogni elezione, è diffusa e in auge tra gli esponenti di tutte le forze dell’ordine.
A spingere sempre più agenti a scendere in politica, salvo qualche rara eccezione, non è la passione per l’amministrazione comunale, ma l’articolo 81 della legge 121 del 1981, che garantisce 30 giorni di esenzione dal servizio agli “appartenenti alle forze di polizia candidati ad elezioni politiche o amministrative” che quindi “sono posti in aspettativa speciale con assegni dal momento dell’accettazione della candidatura per la durata della campagna elettorale”.
In parole più semplici: aspettativa elettorale retribuita.
Nel 2016 a Carapelle Calvisio, un piccolo comune in provincia dell’Aquila con 85 abitanti effettivi e 67 elettori, si sono presentati 62 candidati in 7 liste: 4 di queste erano composte in larga maggioranza da poliziotti, carabinieri e agenti carcerari residenti fuori Regione.
Un fenomeno ormai noto ma che, nell’anno dell’emergenza Coronavirus e con la campagna elettorale a cavallo tra agosto e settembre, rischia di mettere in serie difficoltà dei luoghi già duramente colpiti dalla carenza della pianta organca e, nel caso del carcere “Le Costerelle” di Preturo, all’Aquila, potrebbe avere un “effetto bomba”.
Nel carcere aquilano, da quanto appreso da fonti interne, sono 37 su 180 gli agenti che si sono candidati alle prossime amministrative, senza contare le candidature rifiutate, che avrebbero fatto aumentare ancora di più il numero. Qui gli agenti-candidati sono raddoppiati nel giro di pochi anni.
Questi dati non comprendono gli uomini e le donne del Gruppo Operativo Mobile (Gom), personale scelto che risponde con determinazione alle esigenze dell’amministrazione del Corpo e direttamente al capo del dipartimento Amministrazione Penitenziaria.
Tra questi ultimi, noti per l’osservanza a una “deontologia non scritta”, una sorta di codice etico e morale particolarmente rigoroso, non vi è nessun candidato. In sostanza “Le Costarelle”, stando a quanto emerge dall’interno dello stesso carcere, non hanno rischiato mai un “reale collasso” proprio per la presenza di questo Corpo speciale.
Situazione simile anche a Sulmona (L’Aquila), dove sono 40, su un totale di 262, gli agenti che godranno di un mese di aspettativa speciale e retribuita per via delle elezioni; un numero comunque in linea con gli scorsi anni.
Fa eccezione Avezzano, sempre in provincia dell’Aquila, dove nessun uomo della Polizia penitenziaria si è candidato.
Già nel luglio scorso, il segretario generale Uil Pa Abruzzo, Franco Migliarini, in una nota aveva sottolineato: “In pieno periodo feriale e con una possibile ulteriore e forte decurtazione di organici per via delle conseguenti aspettative speciali che saranno ‘imposte’ agli uomini in divisa che decideranno di candidarsi, ci sarà veramente di che preoccuparsi. Tutti, dalle questure ai commissariati; dagli istituti di pena alle varie stazioni, compagnie e comandi delle restanti forze armate potrebbero, atteso il fatto che le tante aspettative da candidatura si andrebbero a sommare a quelle di chi si ritrova a stare in ferie, vivere uno dei periodi più neri che la loro storia recente, si spera di no, annovererebbe. In tali casi ci si chiede chi gestirà la sicurezza pubblica, degli istituti di pena e, non per ultimi, i seggi elettorali”.
Quasi sempre ad essere preferiti sono i piccoli comuni, quelli sotto i mille abitanti, nei quali non vige l’obbligo di raccogliere le firme per presentare le liste.
Negli anni i sindacati hanno chiesto la modifica dell’articolo 81 della legge 121 del 1981, che obbliga gli appartenenti alle forze di polizia, di mettersi in aspettativa speciale in caso di candidatura politica, denunciando la difficoltà di dare un servizio efficace ad ogni tornata elettorale, soprattutto alla luce delle criticità già presenti.
Ma questa pratica è molto diffusa anche in altri Corpi: “Tutti vorrebbero tornare a casa dalla propria famiglia e quindi si cercano tutti gli strumenti per riuscire in questo intento, e spesso, non sempre, candidarsi riavvicina gli agenti. Si tratta di un diritto costituzionalmente protetto e, salvo eventuali modifiche, non si può fare molto”, spiega Sabatino Romano, segretario nazionale del Sindacato autonomo di polizia (Sap).
Come funziona? “In parole semplici: Se un agente che lavora a Roma si presenta in una lista per il Comune dell’Aquila, ma non viene eletto, non può fare domanda di traferimento per tre anni, causa incomptibilità. Al contrario verrebbe trasferito per seguire la vita amministrativa”.
Una prima risposta per l’inversione di questo trend, dunque, potrebbe essere il trasferimento attraverso concorsi regionali. “Normalmente in Polizia ci vogliono circa 20 anni di servizio per essere trasferiti – aggiunge Romano – Il Ministero ha messo in campo dei piani di rinforzo, che funzionano, ma non sono la soluzione”.
Il Ministeri, infatti, attinge il 60 per cento dalle vecchie graduatorie e la percentuale restante dalle scuole, ma – sottolinea Romano – “facendo in questo modo gli anni di attesa per un trasferimento saranno sempre di più, perché la graduatoria si allunga, ma c’è un lato positivo: l’abbassamento dell’età nelle Questure italiane”.






