L’AQUILA – Slitta ancora di qualche ora la definizione delle liste del Popolo della libertà per le elezioni politiche del 24 e del 25 febbraio prossimi che decideranno anche le sorti dei molti pretendenti abruzzesi.

Al tavolo che darà il via libera ci sono il leader del partito, Silvio Berlusconi, il suo fidatissimo braccio destro ed ex sottosegretario, l’abruzzese Gianni Letta, il segretario nazionale, Angelino Alfano, l’ex ministro Altero Matteoli, uno dei pochi ex di Alleanza nazionale rimasti fedeli al Pdl.

Sarebbe prevista pure una puntata dei capigruppo uscenti di Camera e Senato, Fabrizio Cicchitto e Maurizio Gasparri, che, però, non avranno grossa voce in capitolo.

Verdini avrebbe fatto un discorso molto preciso agli ex An: nella ripartizione delle quote pre-scissioni potevano contare sul 30% dei posti sicuri, con l’addio di Gianfranco Fini, che ha fondato Futuro e libertà, e del duo di ex ministri Ignazio La Russa e Giorgia Meloni, oggi entrambi in Fratelli d’Italia, tale riserva scende al 10%.

Questo vuol dire che, su una stima di 150-170 parlamentari dati per eleggibili, gli aennini non potranno arrivare a essere più di 15-20 e poiché i collegi sono 27 per Montecitorio e 20 per il Senato si capisce che, per loro, l’aria che tira è bruttissima: in alcune circoscrizioni rischiano di non essere rappresentati per niente.

Emblematico il caso del Veneto, un tempo roccaforte del centrodestra e luogo di elezioni certe, è stato ricandidato il solo Alberto Giorgetti che, però, è segretario regionale del partito.

Senza contare che, in Abruzzo come altrove, c’è l’incognita dei “mister X” scelti direttamente da Berlusconi, non nuovo a colpi di scena dell’ultimo minuto, il quadro è improntato alla massima incertezza.

Un punto fermo dovrebbe essere la tutela dei coordinatori regionali, di nomina fiduciaria, e quindi potrebbe avere buoni margini di riconferma il senatore uscente Filippo Piccone, che si è ricollocato nell’area che fa riferimento a Verdini dopo aver lasciato il “gruppone” del vice presidente del gruppo pidiellino a palazzo Madama, Gaetano Quagliariello, caduto in disgrazia per essersi avvicinato pericolosamente all’avventura centrista del premier Mario Monti.

Quagliariello non potrà tutelare nessuno della sua corrente ormai in dissoluzione, ma dopo l’iniziale bocciatura anche sul suo nome ce la farà a essere di nuovo della partita, e forse il seggio che gli è stato riservato sarà proprio in Abruzzo, regione che aveva eletto a suo feudo insieme alla Puglia, da dove però è stato cacciato per l’offensiva che gli ha sferrato il ras locale Raffaele Fitto.

Un nome eclatante di cui si è parlato a più riprese è quello di Letta: secondo alcuni ben informati, Berlusconi, che sarà capolista ovunque al Senato, gli avrebbe chiesto di fare il numero uno alla Camera nella sua regione consapevole della considerazione bipartisan di cui può godere, soprattutto per l’impegno mostrato nel post-terremoto.

L’eminenza grigia del Cav ha detto a più riprese che non avrebbe mai avuto un impegno diretto in politica, essendo a disposizione solo per ruoli istituzionali, ma se dovesse servire per tirare la volata a un partito dato in risalita potrebbe ripensarci.

In subordine potrebbe decidere di far scendere in pista la sorella Maria Teresa, ex commissario abruzzese della Croce rossa, gettonatissima nel toto-candidati di cinque anni fa.

Con Piccone lavora in tandem il suo vice e collega senatore Fabrizio Di Stefano: in due è più facile salvarsi che andando da soli, è il ragionamento, e dalla loro ci sarebbe anche la copertura territoriale della regione (uno è della provincia dell’Aquila l’altro è chietino), mentre il Teramano sarebbe garantito da Paolo Tancredi, l’altro senatore uscente insieme ad Andrea Pastore, che si è tirato indietro in tempi non sospetti.

Tancredi, tra l’altro, gode dei buoni uffici romani del governatore Gianni Chiodi, che non ha fatto mancare la sua presenza in via dell’Umiltà per dire la sua sull’Abruzzo.

Questa cosa gli ha attirato addosso le critiche di quattro assessori regionali, Gianfranco Giuliante, Mauro Febbo, Luigi De Fanis e Angelo Di Paolo, che, velatamente, gli hanno fatto capire di esporsi di meno per evitare di farsi qualche nemico di troppo che potrebbe far traballare la maggioranza, che non sarebbe un buon viatico per le elezioni regionali previste tra un anno.

A rimanere scoperta, quindi, solo la provincia di Pescara: da quelle parti si agitano, e molto, il presidente del Consiglio regionale, Nazario Pagano, e Lorenzo Sospiri, anch’egli inquilino dell’Emiciclo. “La prima città d’Abruzzo non può non essere rappresentata”, hanno urlato durante vari vertici con i big cittadini.

L’obiettivo è, intanto, occupare la casella e poi decidere con una lotta intestina il nome.

Anche l’assessore regionale Carlo Masci, leader di Rialzati Abruzzo ma con un piede e mezzo dentro il Pdl, nelle cui segreterie provinciali ha piazzato parecchi adepti, punta a dire la sua: per questo ha depositato il simbolo del movimento al ministero dell’Interno.

La strategia è quella di offrire una sponda al Pdl, aiutandolo nella disperata rincorsa alla vittoria al Senato, dove la ripartizione dei seggi avviene su base regionale, ramo del Parlamento centrale per i futuri equilibri del governo, in cambio di un posto al sole alla Camera.

Si tratta, comunque, di tutti tentativi che si scontrano con il muro eretto dai pezzi da 90 che stanno facendo la spola tra Roma e Arcore: Verdini, Matteoli & co. hanno dato speranze a tutti ma certezze a nessuno, soprattutto per evitare che in queste settimane si verificassero emorragie verso i partiti alleati, con i quali in molti hanno trattato fino all’ultimo.

Quello che decideranno si saprà solo in nottata o domani mattina presto, salvo sorprese dell’ultima ora, che non possono essere escluse quando si tratta del Pdl.

Nel frattempo, quindi, in molti sfogliano la margherita e incrociano le dita, cercando di capire se la strada delle alleanze e dei rapporti scelta sia quella giusta o meno.

L’unica cosa acclarata è che gli eletti saranno quattro, cinque al massimo se si dovessero incastrare una serie di coincidenze fortunate e, soprattutto, se i numeri daranno ragione alla campagna a tutto campo di Berlusconi. Pierluigi Biondi