L’AQUILA – L’ultima volta che l’ho vista si scatenava su un palco, in Salento. Da vera “tarantolata”, appena finiva di suonare attaccava a muovere gambe, braccia e l’archetto del violino al ritmo della pizzica.
Capelli corti stile ‘out of bed’, la matita nera a rimarcare occhi verdissimi, piercing sul labbro inferiore.
Fa strano pensare che Elena Floris, 31 anni aquilana, si sia formata in un ambiente classico come quello del Conservatorio. Tutto le è andato fin da subito stretto e la sua parte ribelle ha iniziato a sfogarsi sui capelli, con forti cambi di forma e colore.
“Devo molto di quello che sono a quel periodo di rivolta, che dopo aver molto sofferto mi ha fatto capire e accettare che non sarei mai stata abbastanza ‘disciplinata’ per l’ambiente classico e mai abbastanza ‘indisciplinata’ per quello rock. Gioco sul bordo”.
Oggi Elena è una violinista poliedrica che gira il mondo, è passata dalla musica classica al tango, alla pizzica salentina fino al rock italiano e al pop. Ora lavora con una band dark/newWave italiana e presto salirà sul palco di una tra le più famose cantanti italiane di cui ancora non può fare il nome.
“Non c’è genere musicale che non affronterei con entusiasmo, vuoi per passione o per professione”, racconta in questa intervista rilasciata appena tornata dal Brasile, dove era in tour con l’Odin Teatret, una famosa compagnia danese, fondata nel 1964 in Norvegia dal regista italiano Eugenio Barba.
Tutto inizia con la musica classica, quando a 6 anni imbracci per la prima volta il violino. Come mai hai scelto proprio questo strumento? La passione della musica è innata o l’hai “ereditata” da qualche parente?
Direi che si tratta di entrambe le cose, innata perché fu una decisione immediata e soltanto mia, e in qualche modo ereditata se di eredità si può parlare tra bimbi. Mio cugino Pierpaolo, di quattro anni più grande di me, suonava in un’orchestra di bambini in un pomeriggio d’agosto. Mia madre mi portò ad assistere al concerto e io, indicando il palco, dissi: “mamma io voglio stare là”.
Mia madre mi disse che se volevo anche io essere sul palco allora avrei dovuto suonare il violino, e così feci. Perciò se da un lato devo a mio cugino l’occasione e a me stessa l’entusiasmo, in realtà è a mia madre che vanno tutte le responsabilità, nonostante lei non avesse idea di cosa si trattasse. Perciò, da brava italiana, tutti gli applausi che prendo li porto alla mia mamma, soprattutto per aver sopportato i successivi 15/20 anni, riuscendo tutte le volte a convincermi a tenere duro nei momenti più difficili che la carriera scolastica musicale presenta.
La tua carriera è costellata di collaborazioni varie, gruppi di musica classica, moderna, teatro. Non hai risparmiato neanche il cinema, con la partecipazione al film L’amore non basta di Stefano Chiantini. Che esperienza è stata?
Beh, divertente. Meno per mia madre visto il caos che ha regnato in casa durante le riprese! Ho fugato ogni velleità, la macchina da presa non fa per me!
Era il 2008 e la location casa tua. Da allora le cose sono un po’ cambiate: c’è stato il 2009 con il terremoto di mezzo. Casa tua come sta? E tu come hai vissuto quell’esperienza? Eri in città?
l 5 aprile l’Orchestra Città Aperta registrava a Fossa, musica per un film francese, un’orchestra di professionisti chiamati da diverse province, insieme, quel giorno, per suonare, e io con la mia amica di Raiano a leggìo, che avevo invitato a dormire da me “sempre se non ti fa paura ballare un po’ “. Erano 3 mesi che si ballava…
Arrivata la sera, Isabella era a casa mia e io a fare le prove in una saletta di Paganica, con un gruppo locale, i Malìa, una collaborazione per un concorso; alla prima scossa tutti i telefoni suonarono contemporaneamente, ma la “politica” ha paura della gente, la vuole serena, le parole d’ordine sono tranquillità e rassicurazione. Perciò si continua, alla seconda scossa giù dagli sgabelli, è ora di andare a casa. Rientrando poggiai il violino elettrico accanto a quello acustico, all’ingresso, lo facevo da un po’, tanto per averli più sotto controllo, Isabella era sul divano, al computer. Chattava, come chattano tutti da quando c’è Facebook, tutti sanno tutto, tutti si avvertivano “…è crollata la volta di Colacchi…non farà niente altro, andiamo a dormire…e chi dorme?”. Risultato fu che erano le tre e noi due sveglie, in bagno, in pigiama.
Erano mesi ormai che la terra tremava e si caricava, si caricava… non scaricava affatto, come continuavano a raccontare.
Il suono è, per un musicista, canale prediletto per la lettura del mondo, così come anche l’assenza di suono, considerata parte essenziale della musica e del suo respiro. L’ho sentito, chiaramente, quel momento di silenzio, brevissimo istante, inspiro della terra prima del boato. Non me lo scorderò mai.
Silenzio, attenzione, boato, reazione.
Io e la mia amica abbracciate sotto l’architrave del bagno, mentre tutto il mondo crolla rapidamente intorno a noi, le mie urla, le sue, quelle della mia famiglia, la mia casa stride, si contorce, come un foglio strappato davanti a un microfono di un gigantesco impianto, e il ruggito della terra, ci inghiotte per 38 secondi…
Quando si ferma, le finestre sono spalancate, ed ecco, ancora, un suono mai sentito, il coro drammatico di una città intera, migliaia di persone che urlano nello stesso momento sopra un’orchestra di antifurto. Poi fuori, i violini salvi con me, li presi al volo, e buio e lacrime, ridotti a puro istinto, fu difficile reagire.
Vivevamo nell’esatto centro della città, trasfigurata da affascinante borgo medievale ad enorme trappola, fatta l’alba corremmo verso piazza del Duomo, trasformata per noi in una distesa di anime stanche.
Il giorno dopo eravamo sulla costa, in un supermercato di un centro commerciale per comprare sapone, mutande e cena, sconvolti, in pigiama e con la calce nei capelli, alieni smorti su un pianeta di colombe e uova di pasqua, sbattuti faccia a faccia con la normalità a 60 chilometri dalla guerra, ogni tanto si incrociavano gli sguardi con altri nella stessa condizione, un lampo di coscienza, poi di nuovo nel silenzio dello shock.
Salvando i violini ho salvato il mio lavoro e me stessa, tanti colleghi non hanno avuto la stessa fortuna, e così ho ricominciato subito, per reagire, per non pensare.
Ora tutto si allontana, il tempo si dilata, quel che rimane sono le luci spente della città in lontananza, e il chiaro sentore che queste storie possono non avere un futuro, spegnendosi in una cupa voglia di dimenticare…
Hai quasi fin da subito dato una dimensione “internazionale” alla tua carriera. È una scelta, quella di andare lontano, oppure solo la conseguenza di buone occasioni?
Riuscire a fare della propria passione il proprio lavoro di questi tempi non è solo una scelta, è un’opportunità. Io ho sempre cercato di non farmi scappare “i treni” che mi si presentavano. I treni sono le occasioni. Quella di andare lontano, e rimanerci, è una scelta. A volte anche molto dura, come tutti gli emigrati per lavoro sanno bene.
Il tuo aspetto è un po’ distante da quello di una violinista “classica”: se non sbaglio anni fa avevi i rasta, hai il piercing sul labbro… ti sei sempre sentita “rock” dentro? Come coniughi quest’anima alla musica classica?
La domanda migliore sarebbe al contrario, come la musica classica sopporta i miei eccessi da rockettara? (ride) Rasta, meglio dire dreadlocks, non ne ho mai avuti ma c’è stato un periodo di folle accanimento sui miei capelli nella forma e nel colore. In realtà l’ambiente musicale rigorosamente classico mi è sempre stato stretto, e non ne ho mai fatto mistero, è dai tempi del liceo che milito in formazioni non esattamente ortodosse, complice il mio maestro di violino di allora che, nonostante non approvasse, mi ha sempre lasciato fare.
Ricordo che un periodo andavo in giro per il conservatorio appendendo fotocopie di una locandina punk con un violinista col passamontagna e la scritta “libera l’arte dalle imposizioni accademiche” …e dietro di me le bidelle che le staccavano, senza mai rimproverarmi, mi conoscevano fin da bambina.
Come ogni adolescente vivevo a modo mio il contrasto tra la disciplina della struttura accademica e la voglia di mettermi in gioco nella vita reale. Devo molto di quello che sono a quel periodo di rivolta, che dopo aver molto sofferto mi ha fatto capire e accettare che non sarei mai stata abbastanza “disciplinata” per l’ambiente classico e mai abbastanza “indisciplinata” per quello rock. Gioco sul bordo.
Riguardo al piercing al labbro, beh, anche quella in realtà è un’eredità della musica classica e delle sue prove da superare, ho un orecchino per ogni esame fatto in conservatorio, iniziai al primo anno con 2 fori alle orecchie, esame d’ ingresso e conferma, da lì è stata tutta una conseguenza, fino al diploma che porto sul labbro.
Attualmente collabori con il teatro danese Odin Teatret. Come sei arrivata a lavorare con loro e che tipo di spettacoli portate in giro per il mondo?
L’Odin Teatret è una famosa compagnia danese, fondata nel 1964 in Norvegia da un regista italiano Eugenio Barba. Cinquant’anni di teatro, e ben portati.
Gli spettacoli dell’Odin sono un marchio di fabbrica ormai, non possono essere descritti (riusciresti a descrivere un quadro astratto?) né catalogati se non con il termine Terzo Teatro, coniato dallo stesso Barba.
Io ho cominciato nel 2005 come violinista di scena per uno spettacolo in Solo dell’attrice Iben Nagel Rasmussen, che è poi diventata la mia maestra e madre putativa in Danimarca.
Lei mi contattò dopo avermi ascoltata mentre suonavo per strada all’Aquila, almeno è quello che sempre racconta, io non lo ricordo (ride). Iben mi ha iniziata al teatro integrandomi nel suo gruppo di allievi “il Ponte dei Venti” gruppo pedagogico di ricerca teatrale e solo nel 2009 ho cominciato a lavorare nella compagnia dell’Odin, come musicista in scena negli spettacoli dell’ensemble.
Quello che portiamo in giro per il mondo non sono solo gli spettacoli, ma un autentico carrozzone fatto di concerti, seminari, dimostrazioni di lavoro, presentazioni di libri e conferenze. Quello dell’Odin non è tanto uno stile teatrale, ma un modo di vivere il teatro, e le arti performative più in generale.
Un modo di lavorare che non lascia scampo, che pretende disciplina, serietà, dedizione e una certa dose di accanimento. Tutto ciò che ho sempre sognato e non ho mai incontrato in una realtà professionale italiana.
Sei stata in tournée anche con i Nidi d’Arac, gruppo di pizzica salentina elettronica. Sul palco non ti limitavi a suonare ma ti scatenavi, da vera tarantolata. C’è un genere musicale che ti piacerebbe suonare e nel quale non hai ancora avuto modo di cimentarti?
I Nidi d’Arac sono stati una grande palestra per lo sviluppo delle mie capacità di performer, ma non è certo l’unico genere musicale alternativo in cui mi sono cimentata. Ho suonato musica tradizionale per anni, sia italiana che straniera, klezmer e gypsy con i Taraf de Gadjo, worldmusic con l’Orchestra TNT e l’Orchestra di Piazza Vittorio, tango con l’Orquestra Lo que Vendrà, rock italiano mainstream e indipendente con Daniele Silvestri, Dente, Roberto Dell’Era, fino al pop di Emma Marrone.
Ora lavoro con una band dark/newWave italiana gli Spiral69, e presto salirò sul palco di una tra le più famose cantanti italiane di cui non posso fare il nome. Non c’è genere musicale che non affronterei con entusiasmo, vuoi per passione o per professione.
Lasciamo da parte la musica per un momento. Sei sempre in giro per il mondo. Fare i conti con la lontananza da casa è difficile o ormai sei abituata? C’è una cosa che ti manca di più della tua città?
La nostalgia è una maledetta, ti prende allo stomaco soprattutto, e non parlo solo del cliché della difficoltà di alimentazione all’estero per un italiano. Ci sono tante cose che mi mancano e a cui non potrò abituarmi mai. Ho lasciato “a casa” la mia famiglia, i miei amici, la mia lingua, il mio adorato caffè… Però, il più grande regalo del mio girovagare è la sicura consapevolezza che il mondo è grande sì, enorme ma come una piccola ciotola… siamo tutti vicini, gli uni agli altri, e nessun posto è troppo lontano per ritornarci.
Quello che mi manca di più della mia città è la luce, l’odore del freddo. La sensazione dell’impatto del gelo sulla pelle al mattino. Il colore del cielo. Ma posso farne a meno.
Quello di cui non posso fare a meno sono le persone che ho lasciato lì, i miei genitori, i miei fratelli, i miei amici. Per quello fortunatamente essere emigranti del 2000 ha il vantaggio di Skype e tutti i socialnetwork disponibili.
Da un punto di vista privilegiato come il tuo, in cui hai la possibilità di osservare le cose dalla giusta distanza, come ti sembra la situazione legata alla ricostruzione dell’Aquila? All’estero, quando dici “L’Aquila”, dicono “earthquake” oppure ormai è tutto dimenticato?
Quando parlo della mia città all’estero difficilmente chiamarla per nome ottiene una qualsiasi reazione. In realtà la parola L’Aquila è molto difficile da pronunciare, quindi immagino che la pronuncia in lingue straniere e la conseguente difficoltà di ricordarne il suono abbiano influito sul ricordarne la sfortuna. Però quando parlo del terremoto del 2009 tutti, chi più chi meno, sanno che qualcosa è successa nel centro Italia qualche anno fa.
Ma questo porta a ben poco, in realtà. Tutti ricordano benissimo che erano gli anni di Berlusconi, e c’è da dire che l’opinione più diffusa all’estero non gli fa onore. Tanto meno agli italiani.
Quello della ricostruzione è un argomento troppo personale per riuscire a dare un’opinione distaccata, la storia legata alla ricostruzione della mia di casa è un lunghissimo avvicendarsi di grandi prove burocratiche da superare e meschinità familiari da affrontare, la versione ridotta di quello che sta succedendo in grande.
Le realtà sociali nel territorio stanno lavorando dal primo momento per riuscire a far arrivare all’esterno la voce di chi vive ogni giorno la lotta per il riscatto nel nostro piccolo amato cratere, il mio è un punto di vista più romantico, di un emigrato che guarda da lontano, e ama follemente senza il peso della quotidianità da dover affrontare.
Hai 31 anni (grande annata l’82!) il tuo futuro lo vedi ancora in giro per il mondo o pensi di “mettere le radici” prima o poi? Se sì, torneresti all’Aquila?
Mi faccio questa domanda a scadenza mensile da alcuni anni ormai. Me lo chiedo soprattutto quando fa tanto caldo in Sudamerica, o fa tanto tanto freddo in Danimarca, mi sento un emigrato da cartolina quando mi ritrovo a dire “non c’è nessun posto bello come casa”, ma è così.
Io vorrei tornare sì, ma la vita che ho scelto mi spinge in un’altra direzione ed è questo in realtà quel che mi piace di più, non saper mai dove mi porterà la corrente. Aspetto che il vento cambi e chissà, forse verrà il giorno in cui le vele mi riporteranno finalmente a casa.



