L’AQUILA – Abruzzo al sesto posto in Italia nella classifica dei bambini anticipatari alla scuola d’infanzia, in riferimento agli ultimi dati dell’Istat (anno scolastico 2017-2018 per 100 bambini di 2 anni).

In particolare nella regione verde d’Europa i bimbi che non anticipano l’ingresso a scuola rappresentano la percentuale minore (1,5%), mentre il 22,3% anticipa l’iscrizione negli istituti scolatici.

L’Istat ha presentato l’edizione 2020 del Rapporto annuale sulla situazione del Paese esamina lo scenario venutosi a creare con l’irrompere dell’emergenza sanitaria e verifica gli effetti sulla società e sull’economia dell’Italia.

Cinque capitoli che fotografano il quadro economico e sociale; Sanità e salute di fronte all’emergenza Covid-19; Mobilità sociale, diseguaglianze e lavoro; Il sistema delle imprese: elementi di crisi e resilienza; Criticità strutturali come possibili leve della ripresa: ambiente, conoscenza, permanente bassa fecondità.

È da notare, si legge nel rapporto, che la scelta di anticipo in questa fase ha effetti sull’intero percorso scolastico successivo, con lo slittamento in avanti di tutte le classi frequentate, indipendentemente dalla reale propensione dei bambini all’apprendimento precoce. 

Infatti, a livelli alti di iscrizioni anticipate alla scuola d’infanzia corrispondono geograficamente livelli elevati di anticipi anche nella scuola primaria: nel Sud ciò interessa mediamente il 16 per cento dei bambini di 5 anni contro il 3,4 per cento del Centro-Nord e potrebbe talvolta creare condizioni di svantaggio per questi bambini dal punto di vista degli stessi esiti scolastici.

La pandemia da Covid-19 si è innestata su una situazione sociale caratterizzata da forti disuguaglianze, più ampie di quelle esistenti al momento della crisi del 2008-2009.

La classe sociale di origine influisce ancora in misura rilevante sulle opportunità degli individui nonostante il livello di ereditarietà complessiva in Italia – seguendo, sia pure con ritardo, l’esperienza di molti altri paesi europei – si sia progressivamente ridotto nel volgere delle generazioni.

Per la generazione – si legge nel Rapporto –  più giovane tale evoluzione non ha, però, portato effetti positivi in quanto è stata accompagnata da un contemporaneo downgrading della loro collocazione e, dunque, da una diminuzione delle probabilità di ascesa sociale. Corrispondentemente, sul fronte del mercato del lavoro – veicolo fondamentale di opportunità e riduzione delle disparità sociali – i principali indicatori riferiti allo scorso anno mostrano un aumento delle diseguaglianze territoriali, generazionali e per titolo di studio rispetto al 2008. Seppure i dati rivelino una riduzione di quelle di genere, ciò è avvenuto anche per effetto del peggioramento della situazione occupazionale degli uomini.

Le donne, insieme ai giovani e ai lavoratori del Mezzogiorno, restano più esposte a una bassa qualità del lavoro: ad essa sono associate retribuzioni inferiori alla media, elevati rischi di perdita del lavoro e alto livello di segregazione occupazionale. Un aspetto particolarmente critico è rappresentato dall’elevato tasso di irregolarità dell’occupazione, più alto tra le donne, nel Mezzogiorno, tra i lavoratori molto giovani e tra quelli più anziani.

È un segmento del mercato del lavoro strutturalmente debole e più esposto, nella particolare situazione seguita al diffondersi dell’epidemia, a causa delle difficoltà di accesso agli ammortizzatori sociali e dell’impossibilità di giustificare formalmente nel lockdown gli spostamenti per motivi di lavoro. Il numero di famiglie coinvolte è elevato: si stima che siano circa 2,1 milioni quelle che hanno almeno un occupato irregolare – oltre 6 milioni di individui, pari al 10 per cento della popolazione – e che ben la metà di esse includa esclusivamente occupati non regolari. 3 Si aggiunge l’ulteriore criticità legata alle difficoltà di conciliare i tempi di vita.

L’offerta di servizi per la prima infanzia, carente e diseguale sul territorio, svantaggia le donne – scoraggiandone la partecipazione – e svantaggia i bambini delle famiglie meno agiate che non usano il nido, perché costoso o non disponibile.

La pandemia e le restrizioni imposte per contenere il contagio, hanno un forte impatto sull’organizzazione familiare con il risultato di aumentare entrambi gli svantaggi: il primo a sfavore delle donne, non supportate dai nonni nella cura dei figli; il secondo a sfavore dei bambini, accentuando le distanze di quelli già penalizzati da situazioni abitative disagiate e in condizioni socio-economiche non adeguate a sopperire gli effetti della chiusura delle scuole. Lo shock organizzativo familiare provocato dal lockdown ha potenzialmente interessato tutti i nuclei con figli minori ed entrambi i genitori, o l’unico genitore, occupati/o.

Si tratta di quasi tre milioni di famiglie. Una simulazione porta a stimare in quasi 900 mila quelle più esposte a tale criticità, a causa della professione dei genitori che ha richiesto la presenza fisica sul luogo di lavoro. Per le altre famiglie il lavoro a distanza potrebbe aver facilitato la gestione familiare, offrendo l’opportunità di testare in che misura lo smart working possa aiutare la conciliazione dei tempi di vita, una volta superata l’emergenza.

L’organizzazione del lavoro nel nostro Paese è ancora molto rigida. Prima dell’epidemia lo smart working interessava un segmento limitatissimo di attività e di lavoratori: solo un milione e 300 mila occupati aveva usato la propria casa come luogo principale o secondario/occasionale di lavoro, pur stimando che fossero almeno sette milioni quelli che esercitavano professioni potenzialmente in grado di consentirlo.

Poi l’emergenza sanitaria ha imposto il passaggio repentino al lavoro da casa in molti settori come strumento indispensabile per contenere i rischi sulla salute pubblica. Anche a emergenza conclusa, il lavoro a distanza potrà rappresentare uno strumento potente per ottimizzare tempi lavorativi, ridurre costi ed effetti ambientali. In questa prospettiva le competenze digitali si accreditano come fattore cruciale per aumentare la velocità di adattamento del nostro mercato del lavoro e ridurre i rischi di disoccupazione e segmentazione.