L’AQUILA – Non è una Pasqua ‘normale’ quella degli aquilani, perché, in fondo, la ‘normalità’, almeno quella che al mondo tutti chiamano così, in questo territorio è un concetto non proprio rintracciabile.

Si rivedrà nel giro di non si sa quanti anni e si dovrà tenere ben salda nella memoria questa esperienza e lavorare per cambiare al meglio le cose, perché, se non ‘insegna’ un terremoto, allora il verbo imparare non ha alcun senso.

La pensa così Vincenzo Vittorini, che la notte del 6 aprile 2009 ha perso Claudia e Fabrizia, moglie e figlia, restando solo insieme a Federico, il figlio maschio.

“Trascorrerò la Pasqua in famiglia – dice al telefono ad AbruzzoWeb – e al lavoro, visto che sono di turno in ospedale. È l’unico modo, il modo giusto, per vivere nella maniera più umana possibile la vita del dopo terremoto. Per noi le cose non cambiano, porteremo per sempre dentro il dolore per quanto accaduto, ma siamo qui per vivere, non per sopravvivere”.

Due anni possono essere lunghissimi, oppure no, ma al di là delle storie personali e di come ognuno le viva dentro di sé, al di là di tutti i maledetti guai che vanno affrontati, c’è qualcosa per Vittorini che è fin troppo chiaro e fa male dover vedere.

“I battibecchi e le battaglie cui ogni giorno dobbiamo assistere. Si mettono in secondo piano aspetti fondamentali per questa città, come la ricostruzione e la prevenzione. A volte sembra che davvero non sia successo nulla.  Quand’è che si affronta senza divisioni di sorta il tema della prevenzione?”, si chiede.

“C’è da ricostruire una città – aggiunge Vittorini – che va ‘rivista’ anche sul piano culturale. Il terremoto è un problema italiano, per questo, laddove possibile, si deve lavorare per far sì che domani, o fra un’ora, o tra cent’anni si mettano in salvo le persone. Se rifacciamo una città fragile, che alla prossima scossa cade come è caduta nel 2009, non abbiamo capito nulla”.

Vittorini, da chirurgo, ha davanti ai suoi occhi ogni giorno la gente dell’Aquila. Una domanda che continuiamo a farci e a cui spesso si risponde senza accendere prima il cervello, riguarda lo stato di salute di chi abita il capoluogo del post-sisma. Come stanno davvero gli aquilani?

“Credo che siamo un po’ tutti ancora confusi – risponde – perché mancano tante certezze, anche le più piccole che a volte fanno la differenza. Io credo all’importanza della sicurezza e della prevenzione soprattutto in chiave futura. Se si pone l’accento su questi due temi, se si investe in una direzione precisa, L’Aquila potrà finalmente guardare al domani con più serenità. Una città che vuole cambiare raccoglie lavoro, benessere sociale, buona economia. In una parola, certezze”.

“Perché se pensiamo ai giovani, che per noi tutti sono il futuro, si è obbligati a fare della sicurezza un punto centrale dell’Aquila e dell’Italia di domani. Un genitore che vorrebbe mandare suo figlio a studiare qui, va messo nella condizione di poterlo fare”, sostiene.

 Sulla stessa lunghezza d’onda Antonietta Centofanti, la zia di Davide, uno dei 309 martiri.

“Sicurezza e ricostruzione – ricorda – devono procedere insieme, ma la gestione fino a oggi non ha portato ciò che davvero conta. Manca la socialità, mancano le relazioni. Manca una legge organica che dia delle garanzie sui fondi necessari alla ricostruzione, da due anni siamo senza alcuna legge precisa. Continuiamo a pensare di muoverci a colpi di ordinanza, ma non è così che funziona. Non si fa altro che interrompere il difficile percorso della ricostruzione”.

La Centofanti punta il dito anche contro i vertici del governo e della Protezione civile.

“Grazie a un’ordinanza di Guido Bertolaso, il suo ultimo gesto da capo dipartimento, del 17 ottobre scorso – accusa – è possibile far slittare sine die l’obbligatorietà della messa in sicurezza degli edifici pubblici. Un ennesimo schiaffo a questa città già martoriata. D’altra parte, la Protezione civile, una Spa, si occupa di grandi eventi, tutta un’altra cosa. Qui, però, c’è stato un terremoto. Se tra un anno crollano altri edifici, come una scuola, che ci raccontiamo? Dobbiamo sperare che non accada nulla per puro caso, come alla facoltà di Ingegneria, che tra l’altro non è neanche una struttura vecchia?”.

“In realtà – continua la Centofanti – se a questo Comune fosse data l’opportunità di lavorare con i mezzi e i fondi che spettano a una città in emergenza, si potrebbero fare molte più cose. Serve una sorta di corsia preferenziale, per essere chiari. Se invece si continua a impostare un lavoro su soldi virtuali e su ordinanze poco chiare che nell’arco di un mese annullano la precedente, si fa poca strada. Ribadisco, c’è bisogno di una legge organica su misura per questa tragedia. L’Aquila non è ancora un luogo sicuro dove vivere e non lo sarà se non si cambia radicalmente il modo di affrontare il post-terremoto”.

Attende la fine delle festività pasquali, la Centofanti, perché Davide non è più qui. “Non c’è alcun motivo di celebrare – conclude – Da non credente, spero che passi tutto in fretta. A tavola Davide non siederà, il suo posto è vuoto. Meglio tornare in fretta a un giorno come tanti”.

Il collega e caposervizio del quotidiano Il Centro, Giustino Parisse continua a tenere in piedi la memoria. Il duro esercizio che il dolore costringe a compiere, lo sforzo immane che non lascia troppo spazio alle distrazioni. Lavorare, sorridere, discutere.

Tutta la vita da vivere con un cane nero davanti agli occhi, “l’orrendo scossone”, come lo chiama lui.

Il terremoto del 2009 gli ha portato via suo padre Domenico e due figli Maria Paola e Domenico, volati via insieme a Onna.

Oggi, per la Santa Pasqua, Giustino sarà a Onna. Perché è lì che tutto è successo, vita e morte, dolore e speranza, seppur ferita.

“Sarò nel mio piccolo paese per la messa – spiega – poi andrò a trovare mio padre e i miei figli, al cimitero. Pranzerò con i miei parenti a Pizzoli, da mio cognato, nella casa in cui ho vissuto per sei mesi dopo il 6 aprile 2009. Mi faccio forza, ma porto dentro un dolore che cresce ogni giorno di più. È impossibile fare finta che non sia successo nulla”.

Onna, L’Aquila, i martiri, il presente cancellato in 23 secondi. Il futuro che non si vede.

“La situazione è difficile – spiega Parisse  – ma sono convinto che questa città verrà ricostruita, però ora la ‘prima necessità’ è il lavoro, con cui si può davvero ricostruire il tessuto sociale. L’Aquila ha bisogno di un’idea di futuro, che in questo momento non esiste. La politica fa fatica a raccogliere e imporre idee concrete. Dov’è, ad esempio, l’idea organica di città? Dove sono le iniziative mirate a rimettere in piedi il sistema economico?”.

“Questa è una citta che verrà ricostruita nell’arco di venti anni, se tutto andrà come spero che vada – continua – ma nel mondo lo sviluppo economico corre. Non dobbiamo preoccuparci dei soldi, che questo e gli altri governi che verranno dovranno garantirci, bensì degli intoppi di tipo burocratico a livello locale, della ‘zona franca’ su cui non possiamo ancora contare e su tanti altri tasselli di cui c’è la necessità”.

“L’economia che mandava avanti, anche a singhiozzo, questa città – conclude – è stata distrutta il 6 aprile 2009. Rendite, terziario e polo elettronico fanno parte della storia passata, ora vanno fatti degli sforzi per adattare una nuova economia a un territorio da ricostruire, per dare ai nostri giovani non chissà quali grandi certezze, ma almeno la sensazione di poter restare all’Aquila”.

“Altrimenti non resta che chiuderci in casa e lasciare il futuro al caso. Noi, però, non vogliamo questa fine”, conclude.