BUSSI SUL TIRINO – Quattro imputati assolti “per non aver commesso il fatto” e 6 posizioni cadute in prescrizione relative al reato di disastro ambientale colposo aggravato.
Questa la decisione presa stasera dalla quarta sezione penale della Cassazione nel processo sulla mega discarica di rifiuti tossici di Bussi sul Tirino, in provincia di Pescara.
Un verdetto che ribalta la sentenza d’appello, in cui erano state inflitte 10 condanne a pene – coperte interamente da indulto – comprese tra 2 e 3 anni.
Strada in salita per i risarcimenti alle parti civili. La Cassazione infatti, oltre ad annullare gli effetti penali della sentenza emessa dalla Corte d’Assise d’Appello dell’Aquila, ha anche revocato le statuizioni civili, ossia le provvisionali sulla base delle quali le parti, tra cui presidenza del Consiglio, ministero dell’Ambiente, Regione e Provincia, oltre ad associazioni ambientaliste e due privati, potrebbero basare la causa in sede civile.
Il sostituto pg della Cassazione Simone Perelli aveva invece chiesto di confermare le 10 condanne. Per il pg era da confermare la sentenza della corte d’Assise d’appello riconoscendo anche l’avvelenamento, ma dichiarando il reato prescritto. Le condanne, che andavano dai 2 ai 3 anni, nella maggior parte dei casi a ex manager della Montedison, sono tutte coperte da indulto.
Una decisione, quella dell’appello, che era stata opposta rispetto a quella presa alla fine del processo di primo grado il 19 dicembre 2014, quando i 19 imputati furono assolti dalla corte d’Assise di Chieti dall’accusa di aver avvelenato le falde acquifere. Il reato di disastro ambientale, invece, era stato derubricato in colposo e, quindi, prescritto.
Per l’accusa il polo industriale chimico di Bussi fino a tutti gli anni ’60 avrebbe sversato una tonnellata al giorno di veleni residui della produzione nel fiume Tirino, affluente del Pescara. Per gli inquirenti a conoscere i rischi era la Montedison: l’accusa nella requisitoria del processo di primo grado aveva mostrato un documento agli atti datato 1992, che per i pm si riferiva alla conclusione di una riunione tra alcuni degli imputati: un vero e proprio schema ‘confessione’ in cui si citavano problemi di clorurati nell’acquedotto Giardino.
Così come, secondo l’accusa, la Montedison conosceva i rischi derivanti dai materiali sotterrati. In un altro documento interno, anch’esso mostrato nella requisitoria del processo di primo grado, la stessa azienda segnalava che l’acidità delle scorie avrebbe potuto sciogliere i cassoni di cemento che, a fine anni ’70, venivano utilizzati per seppellire i rifiuti industriali nella discarica Tre Monti.
E non solo l’azienda, ma sapeva anche il Comune di Pescara, che nel 1972 inviò una lettera a Montedison chiedendo di rimuovere i rifiuti tossici interrati perché costituivano un pericolo di inquinamento concreto per le falde acquifere dell’acquedotto.





