L’AQUILA – “Con la crisi che ha fatto seguito alla prima guerra mondiale si espanse una ‘corona’ di dittature che falcidiò le democrazie. Venendo all’oggi il tema della crisi del parlamentarismo si poneva già prima dell’arrivo del coronavirus”.
È solo una delle riflessioni, che suona come un sinistro campanello d’allarme, dello storico Umberto Dante, classe 1948, romano di nascita, aquilano per una vita, che nell’intervista ad AbruzzoWeb affronta anche il tema del fallimento dell’ideologia della decrescita felice, visto che il crollo del Pil sarà tutto fuorché che un evento lieto, confronta la pandemia in atto con le grandi pestilenze della storia, invitando a riflettere che quella la peste del ‘300, al confronto, avrebbe oggi ucciso miliardi di persone nel mondo. Del destino prossimo della sua città che ancora porta le ferite del sisma del 2009, Dante si dice certo che “non avrà per futuro un buco nero, ho molta fiducia nella sua capacità di affilare la spada e temperare le punte”.
Umberto Dante è stato docente di Storia contemporanea all’Università dell’Aquila e di Storia delle Comunicazioni di massa alla Sapienza di Roma, tra le altre cose è stato presidente dello Iasric, l’Istituto abruzzese per la storia della resistenza e dell’Italia contemporanea, ed è autore di opere fondamentali come “Insorgenza ed anarchia”, “La seduzione americana”, “Abruzzo”, “Il verosimile nelle arti visive”, “L’utopia del vero nelle arti visive” e il successo nel cinema.
Vive in queste settimane agli “arresti domiciliari sanitari”, in un appartamento di Terni dove, racconta ad Abruzzoweb, “ogni giorno mi invito a pranzo e mi faccio i complimenti per la cucina semplice ma variata. La mattina scrivo, studio, faccio un giro su internet. Il pomeriggio un po’ di sacra pennichella”.
Contava di rientrare a breve, questione di settimane dopo un esilio di 11 anni, nella sua casa di via Cascina numero 20, nel cuore della sua città L’Aquila. Finalmente ricostruita dopo i danni subiti dal sisma del 2009. Poi è arrivata, inatteso lo tsunami immobile e invisibile del coronavirus, che ha bloccato anche i suoi cantieri.
Professor Dante. C’è chi ha paragonato questa pandemia per gli effetti che farà sull’economia alla seconda guerra mondiale, o alla grande depressione. Condivide?
Per il momento è possibile rispondere solo per quel che riguarda le reazioni immediate e le contromosse. Da questo punto di vista non esistono analogie. Mai un morbo nuovo ha provocato tanta mobilitazione. Per capire l’effetto finale bisogna attendere l’esito. Ad oggi la popolazione mondiale ha regredito vistosamente solo nel XIV secolo e, in alcune realtà locali, nel XVII. Si trattava allora di un accumulo di denutrizione e di pestilenze. La spagnola è stata in parte occultata dalla guerra mondiale. Teniamo però presente che oggi la popolazione mondiale è decine di volte superiore. Un arretramento tipo Trecento o Seicento significherebbe miliardi di morti.
Ci sarà poi una vigorosa ripresa, come nel dopo guerra, e per restare in tema, dopo la peste del ‘300?
Esprimermi sul futuro non è mia competenza. Le due crisi “antiche” erano dovute a questioni oggi assenti. Il Trecento aveva ereditato una coltivazione di terre di montagna e di palude che si erano rivelate sempre meno produttive: gli abitanti erano cresciuti e i raccolti si erano impoveriti. Ecco la denutrizione e la maggiore esposizione alle malattie virali. Forse la situazione era più simile alla nostra nel secolo XVII, quando il processo di mondializzazione comportò la fuoriuscita dagli ambiti locali di antiche malattie contagiose. In Europa le guerre aggiunsero di nuovo la denutrizione.
La crisi economica causata dal coronavirus, metterà a rischio i sistemi politici democratici?
In realtà, la crisi del parlamentarismo è ormai ciclica e stagionata. Con la prima guerra mondiale si espanse un “corona” di dittature che falcidiò le democrazie. Italia, Germania, Spagna, Portogallo, Giappone: i primi stati che vengono alla mente. Nel secondo dopoguerra ci fu un recupero delle democrazie in Europa, ma anche una fase di sovietizzazione mondiale (Patto di Varsavia, Cina, Vietnam, molti stati africani). Oggi la questione si stava ponendo prima del virus. Fenomeni come quello dei 5Stelle segnalano la scarsa affidabilità dell’elettorato e la possibilità di una selezione scadente degli eletti. Così come esiste da tempo una crescente difficoltà a fare convergere le indicazione dei poteri forti della comunicazione con gli esiti delle votazioni. L’elezione di Trump è il caso più clamoroso. Ma anche nel mondo islamico da tempo si coglie una incredibile vitalità elettorale dei fondamentalismi. Paradossale ma logica la reazione di certi censori europei che, dinanzi al caso italiano, hanno affermato: gli italiani devono imparare a votare. Ma dire che si deve imparare a votare significa che la democrazia è morta.
C’è chi ironizza: “chi voleva la decrescita l’ha avuta, ma non certo felice”. A crollare assieme alle borse, e alla quantità di soldi in tasca, sono anche i dati sull’inquinamento ambientale….
La decrescita felice è un’ingenuità sconcertante. Come dire a uno che “sta a cavallo di un porco” (tipica espressione abruzzese) che può tirare le redini, servirsi delle staffe, fermare il porco e poi scendere felice. Diceva un mio amico artigiano aquilano: a cavallo di un porco si sta male. La decrescita dovrebbe avvenire in una situazione in cui masse sempre più ampie (Asia, Africa, America latina) vogliono entrare dentro al consumo avanzato. Se decresci, il consumo avanzato decresce. Significa che da porco devono scendere miliardi di persone. E non per godersi l’ambiente, ma per scomparire. La cosa avverrebbe egualmente senza decrescita, per via della devastazione ambientale e della perdita di riserve energetiche. In fondo il Corona, con lo sterminio dei vecchi e dei deboli, offre una soluzione che forse è la meno infelice: una popolazione mondiale più piccola e spolpata della zavorra degli anziani ricomporrebbe, per i tempi brevi, un’economia espansiva. Ma si tratterebbe di una soluzione provvisoria.
La sua città la sua via Cascina e tornata deserta come dopo il 6 aprile…
Via Cascina me la dovevano riconsegnare entro quest’anno. Adesso però i lavori si sono fermati sulla dirittura di arrivo. Mi dispiace relativamente per me, che sono stagionato e circondato dal Corona. Però mi commuove leggere su FB il dolore di una ragazza come Daniela Tommasetti, che si trova fuori della casa e della via in cui ha trascorso la sua adolescenza. Più in generale sono sicuro che tutta la sistemazione del centro aquilano sarà più complessa e lunga. Anche perché vedo che si passa dalla creazione di isole risanate alla cancellazione delle sacche di caseggiati-macerie. Credo che questa cancellazione non avverrà mai completamente. Le piaghe resteranno aperte. In compenso, noto una reazione migliore delle persone. Soprattutto i giovani, quelli che io chiamo “la nuova Aquila” reagiscono con l’entusiasmo di chi conosce la tragedia e il modo di sopravvivere sempre.
Crede che la ricostruzione 2009 perderà centralità, crollando nella classifica delle catastrofi?
Non credo che L’Aquila abbia per futuro un buco nero. A guardare con freddezza le cose, L’Aquila usufruirà di uno di quei casi che io definisco “riccioli della storia”. Casi in cui l’insieme va male ma il singolo va bene. Dentro una situazione di crisi produttiva complessiva, L’Aquila presenta una popolazione piccola con dentro molti enti pubblici, molti stipendi sicuri. Gli aiuti dello stato sono abbastanza assicurati. In fondo di dopo terremoto è stato un rodaggio importante che ha diffuso delle competenze e delle esperienze. Gli aquilani hanno sempre dato il meglio in queste situazioni difficili. Non è un luogo comune per me: quando il ballo si da duro i duri ballano. L’Aquila è strutturalmente una città difficile, per di più nata con grandi ambizioni. Io ho molta fiducia in questa capacità aquilana di affilare la spada e temperare le punte. Il mio collega storico, Raffaele Colapietra mi rimprovera questa condiscendenza anche, sotto sotto, ne è lusingato.
Dove sta trascorrendo queste settimane, come trascorre le giornate casalinghe?
Anche il mio rapporto con il Corona è un “ricciolo”. Sono uscito un paio di volte per fare un paio di scorte. Ogni giorno mi invito a pranzo e mi faccio i complimenti per la cucina semplice ma variata. La mattina scrivo, studio, faccio un giro su internet. Il pomeriggio un po’ di sacra pennichella, prima di tornare a studiare, a scrivere, a internet. Il punto debole è la televisione, per otto decimi in mano ad una campana e per due decimi in mano all’altra. Hai la sensazione del bombardamento. Se sommo televisione e giornali, da tempo ho la sensazione di una distruzione del giornalismo italiano. La decadenza del “Corsera” è emblematica di questa decadenza. I poteri giornalistici-televisivi italiani e non solo italiani ormai sono angosciati dalla loro perdita di predominio sulle elezioni. Hanno inventato il mostro dei social per trovare un colpevole e continuare a campare demonizzando. In realtà i potenti della comunicazione temono di perdere tutti i privilegi e le ricchezze allorquando i loro datori di lavoro si accorgeranno dell’inutilità del vecchio giocattolo. Inutilità sotto il profilo del controllo del voto.
Progetti futuri?
Spero un ritorno a via Cascina 20, con permanenze più lunghe e forse un ritorno della residenza. Insieme a degli amici molto solidi sto preparando per il gennaio del prossimo anno una manifestazione intitolata “L’abito, il monaco”. Sarà articolata in due seminari (“La divisa” e “Dall’abito al monaco attraverso la fiction”). Come è evidente, sarà una riflessione sull’importanza della forma esteriore nello svolgimento di un ruolo pubblico. A queste due riflessioni si aggiungerà un premio storiografico, per ora intitolato “Medaglia al valore storiografico”, dedicato alla storiografia relativa allo studio della storia dell’esercito italiano. Assegnata da storici “laici” e militari, questa onorificenza sarà consegnata nel giorno della bandiera. Credo sia importante aggiungere che i seminari saranno ambientati nella Sala delle Colonne della libreria Colacchi, in omaggio ad una operazione culturale fondamentale nella ricostruzione cittadina: il ritorno al centro di un salotto culturale. Dentro la manifestazione vogliamo valorizzare proprio il ruolo prezioso e decisivo anche culturalmente svolto da privati particolari, come la famiglia Panarelli, lo chef Nello Cozzolino, la ditta Rotilio, in arte Colacchi. Ci saranno momenti di un certo significato, come il ricordo di Luciano Fabiani ed un incontro dopo decenni tra me ed Errico Centofanti. (f.t.)





