L’AQUILA- Confermata dalla Corte di assise di appello dell’Aquila la condanna a 15 anni di carcere per Gianmarco Paolucci il macellaio di 29 anni accusato di aver ucciso Paolo D’Amico operaio di 55 anni trovato morto nella sua villetta alla periferia di Barisciano, paese in provincia dell’Aquila.
La sentenza è stata letta intorno alle 17 di oggi dopo circa 3 ore di camera di consiglio. Le motivazioni saranno rese note tra 90 giorni. Il collegio, dunque, ha respinto sia le richieste della Procura generale che aveva invocato la pena dell’ergastolo che quelle della difesa che ha chiesto l’assoluzione dell’imputato ieri regolarmente in aula ma attualmente detenuto.
Ovviamente si andrà in Cassazione con ricorsi della difesa e probabilmente anche della Procura generale che voleva una pena ben superiore.
“Questa sentenza”, ha commentato l’avvocato Mauro Ceci che insieme alla collega Alessandra Di Tommaso difende l’imputato, “non spiega tante cose anche se poi dovremo leggere le motivazioni, resta non chiarito il movente come pure la risultanza del dna è solo un indizio e non assurge a piena prova e comunque è ipotizzabile anche altri fossero lì al momento del delitto. Inoltre ci sta un dna ancora ignoto con tutto quello che ciò comporta. Anche la prova dell’impronta della scarpa a carico del nostro assistito è molto labile”.
“Paolucci”, ha aggiunto,” ha sempre sostenuto la sua innocenza ed è battagliero. Oggi sperava di essere assolto. Comunque il fatto che non abbiano accolto le richieste dell’accusa è un punto importante per noi”.
L’omicidio sarebbe avvenuto per questioni di spaccio e consumo di droga. L’assassino, secondo i carabinieri, ha inferto 22 colpi contro la vittima sul torace, le mani e il capo, con uno scalpello-cesello per la lavorazione del legno e poi con un martello da lavoro.
Nella precedente udienza il pg Alberto Sgambati aveva chiesto l’ergastolo. Secondo il rappresentante dell’accusa la prova regina è rappresentata dalle tracce del dna dell’accusato trovato sul corpo della vittima. Ma la richiesta di ergastolo poggiava sulla attribuzione delle aggravanti: crudeltà e futili motivi. A suo avviso la crudeltà andava contestata in quanto delle 22 ferite inferte, alcune non avrebbero causato la morte, per cui ci sarebbe stata una sorta di sadismo.
Quanto ai futili motivi essi sarebbero stati riconducibili al fatto che l’imputato avrebbe dovuto versare dei soldi alla vittima per questioni di droga ma si trattava di pochi spiccioli a fronte di un omicidio.
Sgambati, sulla scorta del fatto che il presunto assassino avrebbe portato dei guanti di lattice evitando di lasciare impronte, aveva sostenuto che ci sarebbe potuta essere anche la premeditazione che non può più essere contestata, ma va valutata quanto a una considerazione generale del profilo dell’accusato che avrebbe più volte mentito e rallentato le indagini come per il reperimento del dna poi recuperato dai carabinieri fingendo un alcol test.
Inoltre, a suo avviso, il fatto che il cadavere sia stato occultato e portato via con una sorta di trascinamento, lascia supporre che l’imputato fosse solo e che non ci fossero possibili altri sospettati con lui. Altrimenti il cadavere sarebbe stato sollevato.
Poi le perizie assicurerebbero la presenza del sospettato in un luogo compatibile a quello del delitto, escludendo che egli stesse nella frazione di Bagno. Le stesse perizie non danno peso al fatto che i colpi siano stati inferti usando la mano destra, nonostante l’imputato fosse mancino dato che sul lavoro sapeva ben adoperare anche la destra. Tutte valutazioni contestate oggi dalla difesa in modo energico.
La parte civile è stata rappresentata dagli avvocati Antonio Valentini, Francesco Valentini, Simona Mariani.






