L’AQUILA – Un giro di quasi un’ora nel centro storico buio come la notte e freddo come il polo Nord, per rendersi conto che “altro che ricostruita, L’Aquila si trova ancora al 6 aprile 2009”, e poi la firma alla legge per la ricostruzione, “un provvedimento utile, cui bisognava pensare prima”.

Questi i cardini della giornata aquilana di Massimo D’Alema, presidente del Copasir e pezzo da novanta del Partito democratico, in città per fare da guest star alla prima delle quattro giornate della scuola di formazione dei Giovani democratici: lezioni e dibattiti sotto il titolo “La classe non è acqua” che, oltre al presidente del Copasir, porteranno in città anche la presidente del Pd, Rosy Bindi, e il segretario generale della Cgil, Susanna Camusso.

Mentre camminava da piazza Duomo a piazza Palazzo, a via Paganica e gli altri luoghi simbolo, D’Alema ha ascoltato il sindaco Massimo Cialente raccontargli con passione le difficoltà intorno alle quali porta avanti il difficile compito della ricostruzione.

Giunto di fronte al Teatro, ha ricordato, su imbeccata del deputato Gianni Lolli di aver tenuto in quella stessa piazza nel 1998 un comizio in contemporanea a quello di Silvio Berlusconi a piazza Duomo per sostenere i rispettivi candidati sindaci, Antonio Centi e Biagio Tempesta.

Poi, prima di cominciare l’intervista assieme allo scrittore Antonio Pennacchi con il direttore del Riformista, Antonio Polito, dopo aver firmato la legge popolare sulla ricostruzione, ha rilasciato quest’intervista ad AbruzzoWeb.

Alla presentazione del nuovo libro di Bruno Vespa, il presidente del Consiglio ha spiegato che ci sono svariati miliardi pronti per ricostruire i Comuni del “cratere”, che devono fare i piani di ricostruzione. Anche per lei è così semplice?

No, non è così, non è vero. Le risorse non sono sufficienti, e poi la sensazione vera è che, passata l’emergenza, che è stata parzialmente affrontata, perché anche le abitazioni fatte rapidamente tuttavia non erano sufficienti per tutti, fatto lo spot, il governo non c’è più. E qui invece è evidente che la ricostruzione dell’Aquila è un’impresa gigantesca, non soltanto dal punto di vista delle risorse finanziarie ma anche per l’impegno intellettuale e culturale.

Quali impressioni ha avuto dalla sua passeggiata in “zona rossa”?

La città è stata abbandonata a se stessa, è veramente impressionante: ho fatto un lungo giro per il centro storico, la sensazione è quella di essere all’indomani del terremoto. Altro che ‘abbiamo ricostruito’!

Ha firmato la proposta di legge popolare sulla ricostruzione. Forse non sarà mai un testo normativo, ma può dare un input al Parlamento?

Senza dubbio. È un’iniziativa importante, credo che bisognasse fare dall’inizio una legge per la ricostruzione, e introdurre una tassa di scopo e di solidarietà che avrebbe dato una certezza anche finanziaria. Non lo si è voluto fare per ragioni propagandistiche.

Ma gli italiani accetterebbero di pagare una tassa per gli aquilani?

Oggi sarebbe più difficile, allora sì. Se lo si fosse fatto dopo il sisma, quest’iniziativa sarebbe stata la risposta giusta.

Aumentano le contestazioni alla gestione della ricostruzione con le ordinanze. Secondo lei questo sistema è valido?

No, non funziona. L’idea di sostituire le leggi con le ordinanze è un’idea sbagliata, oltre che antidemocratica. Soprattutto non offre certezze ai cittadini, quelle di lungo periodo che sono necessarie per un’opera impegnativa come questa.

Il sindaco come lo ha visto? Che le ha chiesto?

L’ho trovato provato, ma combattivo. Il sindaco è un punto di riferimento sicuro per la città. A me non ha chiesto nulla, anche perché sa che il nostro gruppo parlamentare è impegnato su questo tema.

È solo, Cialente?

Solo non è. Io sono qui non per una visita, ma per un’iniziativa politica dei Giovani democratici. Per noi L’Aquila è un punto di riferimento, sono venuti qui i nostri parlamentari e i nostri giovani. La consideriamo nella sua tragedia una città normale, dove si può venire a fare iniziative nazionali del partito, perché vogliamo dare il senso che noi non ce ne siamo dimenticati, a differenza del governo.

Oggi comincia la scuola politica dei Giovani democratici, ma per i giovani c’è posto nella politica italiana? Un Renzi potrebbe mai essere presidente del Consiglio o dovrà avere 75 anni?

Io ho fatto il presidente del Consiglio quando avevo meno di cinquant’anni. Il problema è essere capaci di farlo, non è proibito. Quando Veltroni e io ci siamo disputati la guida di quello che era il maggior partito italiano avevamo esattamente l’età che hanno Ed Miliband e David Miliband (i due fratelli quarantenni che in Inghilterra si sono contesi la segreteria del Partito laburista n.d.r.). Non è proibito ai giovani affermarsi, il problema è essere capaci di farlo. D’altra parte Renzi è sindaco di Firenze, che non è proprio come fare l’usciere comunale!

Il Pd dovrà decidere in via definitiva se guardare a sinistra o al centro?

No. Il Pd deve fare una proposta per il futuro del Paese. Poi saranno il centro o la sinistra a guardare al Pd, se vogliono un’alternativa a Berlusconi, perché senza di noi non si può fare.

Fini e Casini sono come De Mita e Forlani?

Ma no! Penso che Casini e Fini sono interlocutori importanti perché hanno un grande vantaggio: loro Berlusconi lo hanno provato, e hanno constatato che non funziona.