L’AQUILA – Con la citazione a responsabile civile dell’Istituto autonomo case popolari (Iacp) da parte dei familiari delle vittime si è aperto oggi il processo sul crollo del palazzo di via XX Settembre 123, dove la notte del 6 aprile 2009 morirono cinque persone.

Imputato per omicidio colposo plurimo e disastro colposo il collaudatore statico, Leonardo Carulli, 85 anni. Le stesse accuse erano state ipotizzate per altre 2 persone che sono decedute.

Nell’udienza di oggi, le parti civili, rappresentate dagli avvocati Stefano Rossi e Monica Badia, hanno citato come responsabile civile lo Iacp, che dall’Incis ha ereditato il patrimonio immobiliare di residenza residenziale popolare, rappresentato dall’avvocato Paolo Vecchioli, il quale a sua volta nel processo risulta parte offesa.

Lo stesso legale ha infatti citato quale responsabile civile l’imputato Carulli, che non era in aula perché bloccato nel nubifragio che ha interessato anche la Capitale assieme ai legali di fiducia.

Il Comune dell’Aquila, rappresentato dall’avvocato Domenico De Nardis, si è costituito parte civile, chiedendo un risarcimento di un milione di euro come peraltro in tutti i processi sui crolli.

L’udienza e’ stata aggiornata all’8 novembre.

IL CASTELLO ACCUSATORIO

In particolare l’ingegner Carulli, residente a Roma ma pugliese di origine, come collaudatore statico delle strutture portanti dell’edificio “non avrebbe adempiuto correttamente agli obblighi derivanti dall’incarico ricevuto. Non avrebbe accertato il rispetto della distanza minima delle staffe e lo spessore dei copriferri; infatti le strutture avevano una quantità di staffe inferiore al minimo imposto dalla normativa all’epoca vigente e con copriferro insufficiente; non ha rilevato la realizzazione delle strutture in maniera rispondente alle prescrizioni”.

Sempre a Carulli, il pubblico ministero Fabio Picuti contesta di aver rilasciato il certificato di collaudo statico in base a un’unica prova sui materiali, in particolare sui calcestruzzi, eseguita sul quarto piano della struttura.

LE RESPONSABILITA’ DEGLI ALTRI

Ma le colpe non sarebbero solo dell’unico imputato.

Il crollo del palazzo per gli investigatori sarebbe stato causato infatti anche da altri errori, attribuiti ai due tecnici deceduti.

Il direttore dei lavori, negli anni 1957-1960, avrebbe consentito la realizzazione delle strutture portanti dell’edificio con una quantità di staffe inferiore a quanto stabilito dalla normativa e con copriferro generalmente insufficiente.

Inoltre il direttore avrebbe consentito “l’impiego di materiale costruttivo scadente, calcestruzzo di scarsa qualità, fortemente disomogeneo, con resistenza minima particolarmente bassa e in complesso di qualità mediamente inferiore rispetto alle assunzioni progettuali e delle prescrizioni del Capitolato speciale di appalto”.

Ancora, il direttore dei lavori oggi deceduto avrebbe permesso “la realizzazione di strutture portanti dell’edificio in assenza delle prescritte prove sui materiali da parte di laboratori ufficiali: in particolare risulta agli atti una unica prova sui calcestruzzi eseguita sul quarto piano della struttura”.

L’ingegnere titolare dell’impresa esecutrice e redattore dei calcoli strutturali (anche lui deceduto) è accusato invece “di non avere redatto il progetto strutturale esecutivo” e di aver realizzato “strutture portanti dell edificio non rispondenti alle prescrizioni. In particolare una delle travi del piano rialzato non risultava ancorata in alcun modo alla struttura verticale (parete-pilastro)”.

I RISARCIMENTI

Il coinvolgimento delle persone decedute è stato fatto soltanto per chiamare in causa i loro eredi per un eventuale risarcimento danni, se saranno ritenuti responsabili.

Sotto le macerie hanno perso la vita cinque persone: Piervincenzo Gioia, Katia Cialone, Rosina Di Filippo, Claudia Carosi e Anna Cocco.

Altri inquilini sono riusciti a scappare facendosi largo tra i sassi, ma riportando traumi indelebili sotto il profilo psicologico.