L’AQUILA – “Ho comprato una bara per la mia famiglia”.
È amarissima la consapevolezza di Vincenzo Vittorini, chirurgo aquilano che nel sisma del 6 aprile 2009 ha perso la moglie Claudia, 46 anni, e la figlia Fabrizia, appena 10, nel crollo della sua abitazione in via Luigi Sturzo 33, intervistato da AbruzzoWeb qualche ora dopo la conclusione del processo legato a questo filone della maxi inchiesta della procura della Repubblica.
Un dibattimento che si è chiuso con la condanna a tre anni di reclusione per omicidio colposo per Augusto Angelini, 87 anni, progettista e direttore dei lavori nel 1965, quando quello stabile fu tirato su assieme a quello gemello del civico 39, anch’esso crollato, 27 vittime in totale.
Nel processo sono emerse mancanze di ogni genere: calcestruzzo scadente, pilastri armati con troppe poche staffe, mancati controlli antisismici e tanti altri errori. “Hanno contravvenuto a tutto”, riassume Vittorini.
Che a questo giornale rivela: “Tornerei ad abitare in centro ma non in via Sturzo. Spero che quel palazzo non sia ricostruito ma le macerie restino sotto una teca a ricordare cosa può causare la negligenza dell’uomo”.
Era in aula al momento della sentenza? Che sensazioni ha provato?
Certo che ero in aula, in un angolino. Si prova un angoscia enorme dentro, infinita, a vivere questi processi.
È arrivata una condanna, si sente confortato?
Non confortato. Constato che è stata fatta giustizia, che è stato condotto un processo veloce, che ha portato alla verità. È amaro constatare che quando ho comprato la casa ho comprato una bara per la mia famiglia. Se avessi saputo che era fatta in questa maniera…
Quali differenze tra questa condanna e quella alla commissione Grandi rischi?
Come quello, anche questo processo serve a far sì che cambi la mentalità. Nel caso della Grandi rischi, per quel che riguarda la gestione dell’emergenza; in questo caso, per come vengono costruite le case. Un ingegnere, così come un medico, e fino all’ultimo servitore dello Stato: tutti devono assumersi le proprie responsabilità.
Che cosa prova per il condannato Augusto Angelini?
Quella casa era fatta male e progettata male, chi doveva controllare non ha controllato, hanno contravvenuto a tutto. Non ho odio nei confronti di nessuno. Ha sbagliato e per la legge è chiamato a rispondere. Ha 87 anni, bisogna ragionare in generale perché poi siamo chiamati a rispondere anche in età avanzata: bisogna agire prima per non compromettere la vita degli altri.
Il suo avvocato, Augusto Di Sano, ha già annunciato che ricorrerà in Appello.
Fa parte del contraddittorio delle parti, dei diritti che penso tutti abbiano.
Ha descritto la sua casa crollata in termini molto duri. Ma ha anche ricordi positivi di quell’abitazione?
Quella casa è un ricordo positivo, è la vita della mia famiglia ed è la cosa più bella. Sta tutto là. Oggi ne parlo in questi termini, però lì dentro ci sono state le cose più belle della mia vita. Però sapere che era costruita senza le minime basi significa avere la consapevolezza di aver acquistato una bara per la mia famiglia.
Tornerebbe ad abitare in centro?
In centro sì, ma a via Sturzo no. Vorrei che quel palazzo non venisse nemmeno ricostruito, ma che rimanesse una zona con una parte di quelle macerie sotto una teca, a ricordo di tutto quello che la negligenza dell’uomo può causare, oltre alla natura. In centro ci tornerò, spero. In un centro sicuro che non uccida più, mi batterò per questo.





