L’AQUILA – Lo aveva preconizzato già prima della crisi, il 20 luglio scorso, all’assemblea regionale del Pd: “Noi dobbiamo andare oltre gli attuali steccati politici, poiché una coalizione va costruita, anche con chi oggi è lontano da noi. Perché non possiamo tentare di gettare il sasso in avanti e trovare punti comuni su ciò che va garantito, conservato e rilanciato?”.
L’analisi, che alla luce del possibile accordo nazionale Pd-M5S, su cui si sta trattando febbrilmente in queste ore, suona quasi come una premonizione, è dell’ex governatore, oggi senatore dem, Luciano D’Alfonso: l’ex democristiano era uscito “malconcio” dal mandato di presidente della Regione lasciato anzitempo – per molti scappando a Roma – tanto da essere ignorato dagli stessi suoi compagni nel corso delle elezioni regionali del 10 febbraio scorso, ma a Roma ha saputo riconquistare rispetto ed autorevolezza nell’ambito dei vertici mantenendo un buon rapporto sia con l’attuale vertice, Nicola Zingaretti, che con il vecchio, Matteo Renzi, con il quale è stato ed è vicinissimo.
“Il nostro compito – spiegava D’Alfonso, due settimane prima della rottura di Salvini come i penstastellati e quindi dell’apertura della crisi – sarà quello di saper coniugare la cittadinanza europea, anche in virtù di un reddito di cittadinanza anch’esso europeo, per condividere ricchezza. Noi del Pd abbiamo tutti gli strumenti per muoverci su questa direzione, in quanto il nostro è il partito del merito tematico. Una strada che ha, tra gli altri, già tracciato Alessandro Natta, quando osservava che bisogna prima studiare e poi coltivare il dubbio”.
D’Alfonso, senza un ruolo operativo dopo l’uscita di scena in Abruzzo, secondo i maligni è stato abile precursore di ciò che si sta materializzando in questi giorni per “astinenza da potere”: comunque, se sarà stato profetico si saprà tra oggi e domani quando è atteso il momento della verità con la decisione del presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, di affidare l’incarico per la formazione del nuovo governo. E chissà che non possa occupare una delle caselle del nascituro esecutivo giallo-rosso.
I rumors assegnano i ministeri a figure di primissimo piano del Pd, vedi Delrio, Minniti, De Micheli, Orlando, ma non sono escluse sorprese.
L’ex governatore, in questo senso, è uno dei “papabili” abruzzesi: non ha mai nascosto di ambire al ministro per le Infrastrutture e Trasporti, forte dei rapporti costruiti a Roma anche durante il suo periodo da governatore regionale.
Prima con l’ex premier, ex segretario ed ora collega in senato, Renzi, ora con il nuovo capo politico del Pd Zingaretti.
Invariato il quadro degli altri aspiranti a una poltrona di governo. Sempre tra i dem ci sono sia Stefania Pezzopane, attuale deputato, ma soprattutto Giovanni Legnini, consigliere regionale ed ex vice presidente del Csm.
La prima ha intessuto una fitta e importante rete di contatti a Roma, con una strategica e mirata operazione di lobbying politica e una comunicazione molto “impattante”.
Quanto a Legnini, sul tavolo c’è ovviamente l’esperienza maturata nella Giustizia che gli ha dato notorietà nazionale e stima da big delle istituzioni. Sottosegretario o addirittura Ministro della Giustizia sarebbero collocazioni naturali.
In questo caso dovrebbe lasciare lo scranno in consiglio regionale, conquistato alle elezioni regionali come candidato alla presidenza per il centrosinistra, con un buon risultato personale e di coalizione, lasciando il posto all’ex consigliere regionale del Pd Pierpaolo Pietrucci, non riconfermato all’Emiciclo nonostante i 4.760 voti.
Stabile anche il “borsino” Cinque Stelle.
Oggi il sottosegretario ai Beni culturali Gianluca Vacca, nonostante il caos della crisi, sarà alla Perdonanza.
Secondo addetti ai lavori e vertici pentastellati, ha ben operato e potrebbe, a ragione, giocarsi una riconferma.
Scalpita anche il giovane deputato, appena 35 enne, Antonio Zennaro, eletto il 4 marzo dello scorso anni con un risultato netto nel collegio uninominale di Teramo. Vanta un’amicizia, si dice solida, con il leader pentastellato e vice premier uscente, Luigi Di Maio, del quale è stato ed è un consigliere ascoltato per temi legati ad economia e finanze.






