ROMA – Chiusura dei bar e ristoranti alle 24, divieto di vendere alcolici da asporto dopo le 22 e stop alle soste per i cittadini di fronte ai locali pubblici a partire dalle 21.
Le nuove possibili restrizioni di cui si parla in vista del dpcm in arrivo scatenano le reazioni delle associazioni di categoria che mettono in guardia sui rischi economici per un settore già duramente colpito.
Restrizioni che non troverebbero alcuna spiegazione, a loro avviso, visto che da quando i locali sono stati riaperti il numero dei contagiati è rimasto sostanzialmente invariato, mentre solo nell’ultimo mese si è verificato un aumento.
Per questo motivo il presidente di Fipe – Confcommercio, Lino Enrico Stoppani, definisce nuove restrizioni “inutili” e “dannose”, invitando il governo ad aumentare i controlli sia dentro sia fuori i locali senza però imporre altre limitazioni sugli orari di chiusura.
Dello stesso avviso anche il presidente, di Fiepet – Confesercenti, Giancarlo Banchieri, che parla di mix di regole necessarie ad aiutare le imprese in difficoltà.
“Non è possibile – dice Banchieri – immaginare altre restrizioni senza aiuti sugli affitti, sul costo del lavoro o rinviando la tassa sui rifiuti”.
Ma le nuove restrizioni non dovrebbero riguardare solo bar e ristoranti.
Tra le misure al vaglio del governo, in vista del nuovo dpcm, infatti, c’è anche l’ipotesi di fissare a trenta il numero massimo di partecipanti a ricevimenti per nozze, battesimi ed altri eventi privati.
Una misura che affosserebbe un settore come quello del catering a banqueting, già fortemente in crisi.
E’ la stessa presidente di Federmep (Federazione matrimoni ed eventi privati), Serena Ranieri, a lanciare l’allarme e a chiedere al governo e alle Regioni di rivedere le nuove misure, altrimenti “tutti gli operatori del settore sono pronti a scendere in piazza”.
VERSO QUARANTENA DI 10 GIORNI, UN TAMPONE PER USCIRE DA ISOLAMENTO
La quarantena scende a 10 giorni, con i positivi che dovranno fare un unico tampone per “uscire” dall’isolamento, e arriva il via libera ai test rapidi per i contatti stretti.
Le mascherine vanno utilizzate anche per l’attività motoria all’aperto, dunque per camminare ma non per fare jogging e footing.
E ancora: stop a feste private e più controlli contro la movida, aumento del ricorso allo smart working nella Pubblica amministrazione.
Il governo mette a punto le misure che confluiranno nel nuovo Dpcm confermando la linea più volte ribadita negli ultimi giorni dal premier Giuseppe Conte: non ci sarà un nuovo lockdown nazionale ma una serie di interventi “mirati e progressivi” per fermare la crescita dei contagi.
“Siamo costretti a stringere le maglie – conferma il ministro della Salute Roberto Speranza – con interventi puntuali su alcune aree più a rischio per rimettere la curva sotto controllo e per non assumere misure più dure”.
Il pacchetto da approvare entro il 15 ottobre, data in cui scade l’attuale decreto in vigore, è finito sul tavolo del Comitato tecnico scientifico in una riunione urgente convocata dal ministro della Salute Roberto Speranza proprio per confrontarsi con gli scienziati e gli esperti e per definire meglio gli interventi.
A partire da come potenziare il sistema di testing visto che ormai da giorni si registrano in molte città difficoltà per l’effettuazione dei tamponi.
Si è dunque deciso di abbassare il periodo di quarantena da due settimane a 10 giorni e i positivi, per uscire dall’isolamento, non avranno più bisogno del doppio tampone negativo ma ne basterà uno.
Sarà una circolare del direttore generale della Prevenzione del ministero della Salute Giovanni Rezza a chiarire le modalità.
Il Cts ha individuato 4 diverse tipologie di situazioni: i positivi asintomatici, i positivi sintomatici, i positivi asintomatici che non riescono a negativizzarsi e i contatti stretti.
I primi dovranno osservare 10 giorni di quarantena, dalla diagnosi di positività, e poi sottoporsi ad un tampone molecolare; anche i sintomatici dovranno fare 10 giorni di isolamento, ma prima di sottoporsi all’unico tampone molecolare previsto dovranno aver passato almeno 3 giorni senza sintomi.
Per i contatti stretti, dopo 10 giorni di quarantena, sarà invece possibile effettuare il test rapido dai medici di base.
Lo ha confermato anche il commissario per l’emergenza Domenico Arcuri: entro una settimana saranno disponibili 5 milioni di test antigenici, “un certo numero dei quali sarà a disposizione dei medici di base” per questo tipo di diagnosi.
L’ultima categoria sono i positivi che non riescono a negativizzarsi.
Anche per loro, dieci giorni di quarantena e tampone molecolare, ma l’isolamento finirà in ogni caso dopo 21 giorni poiché dopo quel lasso di tempo la carica virale è molto bassa.
Ma sul tavolo del governo ci sono però ancora diversi nodi, come dimostra la smentita del ministro della Salute Speranza ad un documento che è circolato e che contiene una serie di “proposte di nuove misure urgenti il contenimento del contagio sull’intero territorio nazionale”.
“E’ un fake” dice Speranza ma altri ministri confermano, parlando di “bozza di lavoro” che solo in parte verrà recepita nel Dpcm.
Nel documento ci sono comunque una serie di interventi già annunciati nei giorni scorsi da diverse fonti di governo, di cui si è discusso anche nel corso della riunione e che saranno illustrati dal ministro degli Affari regionali Francesco Boccia alle regioni: da quelli per frenare la movida – la chiusura di bar, pub e ristoranti alle 24 e lo stop della vendita delle bevande da asporto alle 21 per evitare che si consumi cibo in piedi fuori dai locali – allo stop agli eventi di massa e agli sport amatoriali di contatto come il calcetto.
“Agiremo su assembramenti e orari dei locali e sugli sport dove non è possibile usare le mascherine e mantenere le distanze” conferma il ministro che ribadisce il divieto alle feste private nonostante nel governo non tutti sembrerebbero essere su questa linea.
Il provvedimento dovrebbe inoltre prevedere l’ampliamento dello smart working al 60-70%, per ridurre non solo le occasioni di contatto ma anche gli spostamenti, mentre non ci sarebbe ancora la quadra su una possibile ulteriore limitazione della partecipazione del pubblico agli eventi sportivi e agli spettacoli aperti al pubblico in teatri, cinema e sale da concerto.
La norma attualmente in vigore consente la presenza di mille persone all’aperto e di 200 al chiuso e l’idea era quella di dimezzare questi numeri.
La questione delle mascherine è stata invece al centro di una circolare del capo di gabinetto del Viminale Bruno Frattasi.
Il ministero ha infatti precisato che sono esentati dall’obbligo di utilizzo all’aperto “solo coloro che abbiano in corso l’attività sportiva e non quella motoria, non esonerata, invece, dall’obbligo in questione”.
Una precisazione che ha scatenato per tutto il giorno una serie di domande su cosa si intendesse per attività motoria, fin quando il Viminale non ha ulteriormente chiarito: “jogging e footing potranno continuare a svolgersi senza obbligo di mascherina”, anche svolti a livello amatoriale, perché sono “riconducibili all’attività sportiva”.
L’obbligo scatta invece per chi fa una passeggiata.
COME CAMBIA LA QUARANTENA, LA CIRCOLARE DEL MINISTERO
Nuova Circolare del ministero della Salute che aggiorna le indicazioni sulla durata e il termine dell’isolamento e della quarantena, tenendo conto della situazione epidemiologica, delle evidenze scientifiche, delle indicazioni di organismi internazionali come OMS ed ECDC e del parere del Comitato Tecnico Scientifico che si è riunito ieri.
ASINTOMATICI
“Le persone asintomatiche risultate positive alla ricerca di SARS-CoV-2 possono rientrare in comunità dopo un periodo di isolamento di almeno 10 giorni dalla comparsa della positività, al termine del quale va eseguito un test molecolare con risultato negativo (10 giorni + test)”.
SINTOMATICI
“Le persone sintomatiche risultate positive possono rientrare in comunità dopo un periodo di isolamento di almeno 10 giorni dalla comparsa dei sintomi accompagnato da un test molecolare con riscontro negativo eseguito dopo almeno 3 giorni senza sintomi (10 giorni, di cui almeno 3 giorni senza sintomi + test).
CONTATTI STRETTI
“I contatti stretti di casi con infezione confermati e identificati dalle autorità sanitarie, devono osservare un periodo di quarantena di 14 giorni dall’ultima esposizione al caso; oppure un periodo di quarantena di 10 giorni dall’ultima esposizione con un test antigenico o molecolare negativo effettuato il decimo giorno”.
Viene inoltre raccomandato di: eseguire il test molecolare a fine quarantena a tutte le persone che vivono o entrano in contatto regolarmente con soggetti fragili e/o a rischio di complicanze.
E ancora: prevedere accessi al test differenziati per i bambini; di non prevedere quarantena né l’esecuzione di test diagnostici nei contatti stretti di contatti stretti di caso (ovvero non vi sia stato nessun contatto diretto con il caso confermato), a meno che il contatto stretto del caso non risulti successivamente positivo ad eventuali test diagnostici o nel caso in cui, in base al giudizio delle autorità sanitarie, si renda opportuno uno screening di comunità; promuovere l’uso della App Immuni per supportare le attività di contact tracing.
CASI POSITIVI A LUNGO TERMINE
“Le persone che, pur non presentando più sintomi, continuano a risultare positive al test molecolare per SARS-CoV-2, in caso di assenza di sintomatologia da almeno una settimana, potranno interrompere l’isolamento dopo 21 giorni dalla comparsa dei sintomi.
Questo criterio potrà essere modulato dalle autorità sanitarie d’intesa con esperti clinici e microbiologi/virologi, tenendo conto dello stato immunitario delle persone interessate (nei pazienti immunodepressi il periodo di contagiosità può essere prolungato)”.
La Circolare chiarisce infine che : l’isolamento dei casi di documentata infezione da SARS-CoV-2 si riferisce alla separazione delle persone infette dal resto della comunità per la durata del periodo di contagiosità, in ambiente e condizioni tali da prevenire la trasmissione dell’infezione.
La quarantena, invece, si riferisce alla restrizione dei movimenti di persone sane per la durata del periodo di incubazione, ma che potrebbero essere state esposte ad un agente infettivo o ad una malattia contagiosa, con l’obiettivo di monitorare l’eventuale comparsa di sintomi e identificare tempestivamente nuovi casi.
PIU’ SMART WORKING NELLA PUBBLICA AMMINISTRAZIONE, IN 500MILA A LAVORO DA CASA
Il Governo punta ad alzare l’asticella per la percentuale dei lavoratori della pubblica amministrazione con attività realizzabili da remoto dal 50% al 70%, un livello che potrebbe significare, secondo stime sindacali, mettere in smart working al massimo 500.000 persone.
I sindacati continuano a chiedere di contrattualizzare il lavoro da remoto e di chiarire amministrazione per amministrazione, quali sono le attività che si possono fare da remoto e quelle che necessitano la presenza in ufficio.
Ci sono comunque moltissime attività che non possono essere fatte da casa a partire da quelle che riguardano la scuola dato che la didattica a settembre è ripresa in presenza (salvo rotazioni al liceo con la didattica a distanza e i casi di alunni o professori positivi) e la sanità ma anche tutto il comparto della sicurezza.
“Il Governo – afferma il numero uno della Uil, Pierpaolo Bombardieri – contrattualizzi lo smart working e favorisca il rientro dei lavoratori della Pubblica amministrazione al lavoro garantendo la sicurezza negli uffici”: Il Governo su questo tema, aggiunge, “è superficiale” perché non affronta il vero tema che è quello di contrattualizzare lo smart working amministrazione per amministrazione.
“Noi siamo perché i lavoratori rientrino tutti al lavoro, in piena sicurezza. I criteri della sicurezza devono essere quelli previsti per il lavoro privato”.
Su 3,2 milioni di lavoratori pubblici ci sono 1,2 milioni nell’istruzione e nella ricerca, mentre 648.000 sono impegnati nella sanità e oltre 500.000 sono le forze armate e gli altri dipendenti con un contratto di diritto pubblico, settori nei quali è difficile immaginare lo smart working se non in minima parte.
In pratica possono essere messi in smart working i lavoratori delle funzioni centrali come quelli dei ministeri (circa 234.000) e una parte di quelli degli enti locali (circa 512.000 nel complesso) oltre a una parte residuale degli altri comparti.
“Non si può fare una stima precisa – spiega il segretario nazionale della Fp-Cgil Florindo Oliviero – ma credo che non oltre 400-500.000 possano essere messi in smart. Chiediamo comunque un’interlocuzione per decidere quali sono le attività che si possono ricondurre allo smart working”.
Poi dobbiamo chiarirci se parliamo di teste o di attività perché ci può essere il caso del lavoratore che può fare una parte del lavoro in ufficio e un’altra a casa, andando sul posto di lavoro solo alcuni giorni alla settimana”.
“Bisogna passare dallo smart working dell’emergenza -dice il segretario confederale Cisl, Ignazio Ganga – ad una disciplina del lavoro agile che rientri a pieno titolo tra le materie di contrattazione”.
“Il mondo sta cambiando rapidamente – afferma la ministra della Funzione Pubblica, Fabiana Dadone commentando le dichiarazioni della presidente della Bce, Christine Lagarde sul fatto che solo il 10% dei lavoratori in smart working ha bisogno di tornare in ufficio – e noi dobbiamo farci interpreti e saper governare la rivoluzione, non subirla. Ci riusciremo se agiremo senza paraocchi, valutando opportunità e problemi con attenzione, sfruttando le prime e risolvendo i secondi. Il futuro è nelle nostre mani”.






