CHIETI – Profughi o equipaggi in difficoltà, non fa differenza, quando si tratta di soccorso in mare, per il personale della Micoperi, azienda specializzata nell’industria petrolifera offshore con base abruzzese.
Salita alla ribalta delle cronache per essersi occupata del raddrizzamento della Costa Concordia incagliata sugli scogli dell’isola del Giglio, l’azienda è quella che ha fatto sbarcare al porto di Ortona (Chieti) i primi cinque profughi in Abruzzo.
Il personale dell’imbarcazione, un posatubi impegnato a largo della Costa d’Avorio nell’installazione di una piattaforma petrolifera per conto di una ditta francese, si è accorto dopo una decina di giorni di navigazione di avere a bordo i cinque africani. I tre ganesi e i due ivoriani, nascosti in un recesso non presidiato, si sono palesati al comandante dopo che avevano esaurito le scorte di acqua e cibo.
“Non è chiaro se si siano imbarcati a largo, raggiungendo il convoglio Micoperi con mezzi di fortuna, o persino a nuoto, durante le ore notturne, o in qualche sosta nei porti africani”, spiega a questo giornale Roberto Tomaini, responsabile della base logistica dell’azienda a Ortona. Non è stata difficile neanche la comunicazione, essendo presente a bordo personale che parla sia l’inglese che il francese.
“È stato un viaggio di circa 45 giorni, con un equipaggio di circa 40 persone”, aggiunge il presidente Micoperi Silvio Bartolotti, raggiunto telefonicamente da AbruzzoWeb nella sede di Ravenna, che con un pizzico di orgoglio racconta altri episodi del genere capitati ai suoi equipaggi nel corso degli anni.
Intanto, la richiesta di asilo politico è stata inoltrata dalla prefettura di Chieti alla commissione di analisi di Ancona che ha competenza per l’Abruzzo, la quale chiamerà i cinque per esaminarne i singoli casi. I giovani hanno nel frattempo diritto all’assistenza, vitto e alloggio e interpretariato.
Oltre ai nuovi 5 arrivi, la struttura di Schiavi d’Abruzzo gestita dalla cooperativa Matrix ospita attualmente 68 profughi di diversa provenienza.
Una volta ottenuto il visto, gli africani potranno lavorare.
“Quella dello sbarco in Abruzzo è senz’altro un’eccezione e non bisogna aspettarsene altri, quantomeno per motivi di carattere geografico” rassicura il capo di Gabinetto della Prefettura Valentina Italiani.
“Abbiamo provveduto a tutto, a offrire loro una cabina con aria condizionata, all’assistenza medica, li abbiamo vestiti di tutto punto, chiaramente avevano limitazioni di spazio essendo contingentati su una determinata parte dell’imbarcazione”, racconta Bartolotti.
E aggiunge: “Siamo già stati oggetto di episodi analoghi nel Mediterraneo, quando per esempio rientravamo dall’assistenza alle piattaforme a largo della Libia in passato abbiamo raccolto una novantina di profughi a bordo di un gommone, bagnati zuppi di benzina che se fosse andato storto qualcosa avrebbero arso come torce umane: in quel caso una nave militare accorse a prelevarli. Li lavammo e li vestimmo. Con tute Micoperi, non avevamo altro!”.
E poi racconta l’episodio a largo delle coste tunisine, quando un suo equipaggio rifocillò due pescherecci carichi di naufraghi. E quello nel Ghana, quando dei clandestini si imbarcarono a bordo di una nave dell’azienda, che in quel caso furono però riportati a terra.
“Siamo cittadini del mondo – dice fieramente Bartolotti – Lo spirito dell’assistenza, quando siamo in mare, per noi è dovuto. Nel Mar Nero una decina di anni fa una nave alla deriva senza neanche più il motore aveva lanciato il may day dopo cinque giorni di maltempo, con il nostro personale abbiamo portato tutto l’equipaggio in un porto turco”.
“C’è chi vive di questo – conclude con rammarico – chi tiene i rimorchiatori pronti ad aspettare le disgrazie per andare in soccorso e riscuotere bei soldi, noi lo facciamo con un altro spirito, non abbiamo mai chiesto una lira di risarcimento”.





