L’AQUILA – Dopo tre settimane di emergenza coronavirus mancano ancora, anche in Abruzzo come accade nel resto d’Italia, i numeri sufficienti di dispositivi personali di contenimento e sicurezza per gli operatori sanitari per limitare il rischio di contagio da Coronavirus.
Anzi, peggiora con il passare del tempo la disponibilità di mascherine, tute, guanti e occhiali, sulla quale le istituzioni fanno annunci che non stanno cambiando la situazione.
Questo sia negli ospedali dove non tutti i medici e gli infermieri ne sono dotati. Così come tra pediatri e medici di famiglia che sono stati i primi a fare un quadro negativo. In piena emergenza sanitaria, proprio nel giorno in cui si alza la richiesta d’aiuto da parte dei volontari della Croce Rossa Italiana (Cri) in diverse città abruzzesi, in particolare L’Aquila e Pescara, anche gli specializzandi, chiamati in massa a colmare le pesanti carenze di personale venute a galla con il covid-19, denunciano una “grave carenza di mascherine e protezioni”.
Secondo quanto si è appreso, le maggiori difficoltà si stanno riscontrando in particolare negli ospedali di Chieti e Pescara, dove lasituazione appare più critica: ma anche nelle altre Asl della regione si riscontrano gli stessi problemi Addirittura, secondo quanto denunciato anche sulla rete da alcuni operatori sanitari, “le protezioni non possono essere date agli specializzandi, proprio per la loro scarsa quantità”.
Anche se gli stessi sono in prima linea con i titolari con i medici strutturati. Bisogna considerare la importanza di questi giovani medici visto che la Asl dell’Aquila ha lanciato un bando per reperirne il maggior numero possibile. Una denuncia che appare ancora più forte in un momento di assoluta emergenza per l’incontrollabilità dei contagi, in cui su tutto il territorio italiano si è resa necessaria un’ulteriore stretta del Governo Conte che ha chiuso nei giorni scorsi, dopo lo stop, fino al 3 aprile, delle scuole e delle Università, uffici e strutture “non strettamente necessarie”, come negozi, palestre e centri di aggregazione, proprio per evitare che il virus si propaghi a macchia d’olio, con la gente obbligata a rimanere a casa e ad uscire solo per ragioni non rinviabili.
Secondo quanto appreso da fonti interne alla Asl, gli specializzandi, centinaia nelle due università abruzzesi dell’Aquila e di Chieti-Pescara, non godono di alcuna assicurazione sanitaria, a differenza dei medici effettivi, sono obbligati ad essere presenti sul campo al fine di completare il loro percorso formativo, ma la loro sicurezza non varrebbe come quella di un “medico a tutti gli effetti”. Inoltre, “ci sono stati ingenti furti non dichiarati ufficialmente di questi dispositivi personali di sicurezza, mascherine fpp2-3 e gel disinfettante per le mani scarseggiano – denuncia ancora un gruppo che naturalmente vuole mantenere l’anonimato -. Ci viene detto di non entrare nelle stanze dove sono i pazienti positivi al Covid-19, ma pur non entrando rischiamo comunque di essere contagiati – spiega uno specializzando -. Anche io devo essere protetto come un medico, la mia vita vale di meno?”.
I giovani operatori in prima linea in questa emergenza, lanciano un appello a tutte le istituzioni e ai vertici delle Asl abruzzesi: “Specializzandi in malattie infettive, anestesisti, infermieri tutti gli operatori sanitari hanno diritto a lavorare in condizioni di sicurezza, metteci nelle condizioni di farlo”.






