L’AQUILA – “Non vedo l’ora che arrivi il 28 gennaio, conterò i giorni. Sarò in aula e sarò presente fino all’ultimo minuto del processo”.
Lucia Catarinacci è più che mai determinata ad accertare la verità sulla morte di suo figlio, Luigi Cellini, 15 anni, una delle tre vittime del crollo del Convitto nazionale il 6 aprile 2009.
La signora Lucia non si è persa un attimo di tutte le udienze preliminari. Oggi è dovuta andarsene a metà dell’udienza-fiume per motivi personali, e ha saputo del rinvio a giudizio dal suo legale, Antonio Milo.
“Sono contenta per questa decisione – commenta – le cose si stanno mettendo bene grazie al pubblico ministero, che ha detto cose giuste e vere, al contrario di quello che dicono loro, che si devono difendere, ci mancherebbe”.
“Loro” sono i due imputati, il dirigente della Provincia Vincenzo Mazzotta e il preside del Convitto, Livio Bearzi.
“Questo rinvio a giudizio – ammette però amaramente la madre di Cellini – non risolve la mia situazione: mio figlio non me lo ridà nessuno, ma ho sempre detto che se ci sono responsabili per quello che è successo, è giusto che paghino”.
Secondo la donna le responsabilità sono principalmente del preside. “Il dirigente scolastico – afferma – è responsabile in prima persona. C’erano state la scossa delle undici e mezzo e quella dell’una e un quarto, prima di quella micidiale delle 3.32. C’era tutto il tempo per fare qualcosa, e non solo quella sera. Le scosse erano cominciate da sei mesi e lui era informato di tutto. Sapeva che il Convitto era inagibile e pericoloso”.
È mancata insomma la prevenzione, la cautela. “Se ci avesse telefonato, lasciando prendere a noi genitori le decisioni – spiega la Catarinacci – avrebbe fatto già tanto. Invece ha consentito ai maggiorenni di andarsene, lasciando i minori nelle camere, loro che invece andavano tutelati più di tutti”.
“Mio figlio – ricorda la signora Lucia – l’ho rivisto dentro la bara con le scarpe che aveva la domenica quand’era partito. Come fai tu rettore a metterti a letto, sapendo che i ragazzi hanno dormito con le scarpe?”.
Bearzi, conclude la donna, “si è dimostrato non all’altezza di quel ruolo, ma a un anno e mezzo dalla morte di mio figlio continuano a farglielo fare”.





