L’AQUILA – Un ufficio dedicato in Regione Abruzzo, nel dipartimento Territorio e Ambiente, con personale adeguato, per coordinare ad accelerare gli iter relativi ai contratti di Fiume. Questo il passaggio, annunciato dal direttore Pierpaolo Pescara in un recente convegno nel capoluogo adriatico, potrebbe rappresentare una svolta per dare l’abbrivio ad uno strumento utile per risanare decine di corsi d’acqua inquinati abruzzesi. Varato nel 2015 dal governo centrale, ma che in Abruzzo sconta pesanti ritardi.
A causa, forse, di un iter complesso, norme poco chiare, la difficoltà antica per gli enti locali a fare rete. Scarso interesse. Il contratto di fiume, una procedura negoziata su base volontaria che prevede un’aggregazione fra Comuni di uno stesso bacino, che deve culminare in nella redazione di un Piano che prevede interventi concreti di rinaturalizzazione, disinquinamento e riqualificazione dei fiumi, finanziabili con fondi statali ed europei, disponibili da anni.
Strategia prevista nel Testo unico ambientale del 2006, diventata effettiva con il collegato ambientale del 2015, e che sarebbe stata molto preziosa per l’Abruzzo, tenuto conto che il 70 per cento dei suoi fiumi, e il 52 per cento dei corpi idrici sotterranei, si allontanano dallo standard richiesto dalle direttive europee. Con conseguenze gravi anche per lo stato di salute delle acque costiere, dove i fiumi fanno a finire.
Dei 16 censiti almeno sulla carta, sono allo stato più avanzato solo sette Contratti di fiume, quelli dell’Imele, del Sagittario, del Sangro, del Tavo-Fino-Saline, del Giovenco, del Liri e del Trigno, quest’ultimo interregionale, condiviso con il Molise. Hanno infatti sottoscritto un protocollo d’intesa, approvato con delibere di giunta di tutti i Comuni coinvolti, poi ratificati dalla Giunta Regionale, nella precedente amministrazione di centrosinistra. Nei casi citati è stata avviata, e in alcuni casi conclusa, anche la fase due, ovvero la diagnostica partecipativa, con analisi delle aree a rischio dissesto ed esondazione, dello stato ecologico e ambientale e socio economica. In un constante confronto con gli stakeholders, come attività produttive, agricoltori, aree protette,cacciatori, pescatori. Ma nessuno ad oggi è arrivato alla terza fase, l’approvazione del Piano strategico, con la definizione degli interventi, e la quantificazione economica, finanziabile con a questo punto con i fondi europei 2021-2027, in particolare quelli del Psr (agricoltura), Pss (pesca) Por-Fesr,( sviluppo economico). Piano che andrà poi adottato da tutti comuni e gli enti coinvolti, e approvato dal Consiglio regionale.
Un ritardo innegabile, quello che si registra in Abruzzo, tenuto conto che dei quasi 300 contratti di fiume avviati in Italia, in non pochi casi sono in fase di attuazione, e si stanno già realizzando le opere previste. Chi in Abruzzo segue da vicino la partita è Patrizio Schiazza, presidente dell’associazione Ambiente e/è Vita, e componente della cabina di pilotaggio del tavolo nazionale dei Contratti di fiume.
“In Abruzzo, è un dato oggettivo, abbiamo perso cinque anni preziosi. ed è un grave vulnus, perché un Contratto di fiume è uno straordinario strumento per la gestione condivisa di un bene collettivo, l’unico davvero in grado di focalizzare gli obiettivi di rinaturalizzare i corpi idrici, che da problema possono diventare una grande opportunità. Quello che è mancato finora è un ruolo più incisivo di stimolo coordinamento del processo da parte della Regione”.
Il Movimento 5 stelle a fine novembre ha poi illustrato alla stampa un progetto di volto istituzionalizza e regola rendendo omogenei gli iter di definizione dei contratti di fiume. f.t.





