VILLA BADESSA – Villa Badessa, una piccola frazione di 218 abitanti e una comunità di “arbereshe”, ovvero di italo-albanesi, un tesoro storico culturale poco conosciuto.

Infatti, in questo paesino nel comune di Rosciano (Pescara) esiste una comunità storica risalente all’epoca borbonica, che è cresciuta fino al 1743.

In Italia non è l’unica, basti pensare a quelle in Calabria, Basilicata, Puglia e Molise, molto più popolose di quella abruzzese, ma quella di Villa Badessa è situata più a Nord di tutte.

L’emigrazione albanese avvenne in varie ondate, le prime due spedizioni furono di carattere militare, perché gli albanesi, famosi per le loro doti militari, furono chiamati dagli Aragonesi, spagnoli del regno d’Aragona, per rafforzare il proprio esercito in lotta contro gli Angioini, francesi e nemici giurati degli spagnoli.

Ma la più consistente emigrazione avvenne dopo l’invasione dell’Albania da parte dei Turchi ottomani e dopo la morte dell’eroe nazionale Giorgio Kastriota Skanderberg, il 17 gennaio 1468, simbolo della libertà civile e religiosa del popolo albanese a seguito dei lunghi anni di guerre combattute nei Balcani per difendere la l’Albania e l’Occidente.

“La comunità di Villa Badessa ha una grandissima importanza storica. Oggi è composta da 300 unità, tutti Italiani, nati in Italia, che in comune con l’Albania hanno solo l’eredità storica e culturale”, afferma ad AbruzzoWeb l’assessore comunale Costantino De Micheli.

“Il comune di Rosciano è gemellato con un piccolo paesino, Piqeràs, nel Comune di Lukove, che si trova nel Sud dell’Albania nel distretto di Saranda, con il quale abbiamo rapporti frequenti. Recentemente siamo partiti e in questo incontro molti hanno trovato lontani vincoli di parentela con le famiglie in Albania”, aggiunge.

Tante sono state le occasioni che hanno permesso di far conoscere la storia e la cultura di questa comunità al di fuori del piccolo panorama locale.

In collaborazione con l’associazione culturale, l’amministrazione ha organizzato diversi convegni a tema, mostre che riproponevano i costumi tipici e le usanze culturali e religiose e una stretta collaborazione con il professore Giovanni Agresti dell’Università di Teramo per delle ricerche in campo linguistico.

“Purtroppo, l’eredità linguistica si è persa, perché solo qualche anziano ottantenne conosce ancora l’arbereshe che non è stato possibile inserire nei programmi didattici nelle scuole a causa delle piccole dimensioni della nostra comunità”, spiega ancora De Micheli.

La lingua arbereshe è un sottotipo della lingua albanese ed è una varietà antica del Tosco, dialetto del Sud dell’Albania, tutelata dallo Stato italiano in base alla legge-quadro n.482 del 15 dicembre del 1999.

“Attualmente questa lingua è praticamente estinta a Villa Badessa, le persone che ne conoscono dei vocaboli sono anziane e non sono più di cinque”, sottolinea Giancarlo Ranalli, presidente dell’associazione culturale Villa Badessa, che è la più longeva con i suoi 22 anni consecutivi nella rivalutazione e promozione del patrimonio storico-culturale della comunità.

Le tracce linguistiche hanno cominciato a perdersi dopo la seconda guerra mondiale “quando alcune famiglie originarie si sono smembrate e sono avvenuti numerosi matrimoni misti, che hanno impedito la continuità nella trasmissione della lingua” ricorda.

Anche se la lingua arberesca si è persa in Abruzzo, molto forte e radicato è, invece, il rito religioso greco- bizantino.

“Non siamo ortodossi come molti credono, siamo cristiani cattolici ma seguiamo il rito greco-bizantino. Il nostro vescovo è scelto dal Papa di Roma ma la nostra diocesi, l’eparchia, è quella di Lungro in Calabria – ribadisce l’assessore De Micheli – Le principali differenze con il rito romano stanno nei sacramenti. Per la comunione usiamo il pane e non l’ostia, per rimanere più fedeli a ciò che è scritto”.

Anche il battesimo e il matrimonio seguono rituali differenti. “Il primo avviene per immersione, mentre durante il matrimonio gli sposi si scambiano, oltre alle fedi, due coroncine – continua – Al momento della comunione, che si fa con una crosta di pane a forma di croce, il bicchiere in cui gli sposi hanno bevuto viene rotto in chiesa. Questo gesto serve a suggellare l’unione della coppia e la loro reciproca fedeltà davanti a tutta la comunità.” continua De Micheli.

Anche il rito funebre ha delle particolarità che si sono conservate; il culto dei morti nella tradizione arbereshe prevede che si mettano dei soldi nelle tasche del morto. Ancora oggi, a Villa Badessa questa tradizione permane .

Purtroppo però, nonostante l’impegno dell’amministrazione comunale e dell’associazione culturale Villa Badessa, questa comunità è poco conosciuta nella realtà regionale. Entrambi gli enti lamentano uno scarso impegno delle amministrazioni regionali nel pubblicizzare questo tesoro ancora poco conosciuto.