L’AQUILA – “Il rinnovo dell’incarico deliberato a fine dicembre 2014 dalla Giunta D’Alfonso, che mi era dovuto per legge e non per affinità politica, era condizionato alla mia dichiarazione di compatibilità, avvenuta soltanto dopo le dimissioni dall’incarico di assessore: dunque, nessuna inconferibilità o incompatibilità”.
Così Alfredo Moroni replica al consigliere regionale di Forza Italia Mauro Febbo, secondo il quale non avrebbe potuto ricoprire contemporaneamente l’incarico di assessore al Comune dell’Aquila e di dirigente alla Regione Abruzzo, come avvenuto tra dicembre 2014 e febbraio 2015.
“Sono lusingato – dice – per la pressante attenzione nei miei confronti da parte del presidente della Commissione di Vigilanza della Regione che, però, fa torto alla sua delicata funzione per le errate affermazioni causate probabilmente dal proprio livore politico”.
“Ho lasciato da circa un anno ogni ruolo politico e, dal 5 febbraio 2015, l’incarico di assessore al Comune dell’Aquila, conferitomi ben prima dell’entrata in vigore della legge Severino sulle incompatibilità. Sono dirigente della Regione Abruzzo dal 1994, per concorso pubblico e nessuno mi ha mai agevolato a causa della mia esposizione politica nel centrosinistra”.
“La mia correttezza professionale – continua Moroni – è stata sempre riconosciuta da tutte le amministrazioni succedutesi dal 1982, anno di prima assunzione in Regione, sempre per concorso pubblico, ad eccezione dell’ex assessore regionale Febbo”.
“Si tranquillizzi anche perché nel periodo da lui indicato (23 dicembre/4 febbraio e dunque non tre mesi, né due, ma 43 giorni) non ho sottoscritto alcun contratto individuale di lavoro, né dichiarato falsamente alcunché, né firmato provvedimenti della Regione, né determinato danni conseguenti a nullità di atti”.
“In quel periodo – aggiunge Moroni – ho invece esercitato appieno la mia legittima funzione di assessore comunale, senza compiere alcun abuso. Sia la Regione che l’Autorità Nazionale Anticorruzione hanno confermato l’assenza di conflitti con la norma invocata”.
“Ho dato comunque mandato al mio legale di produrre richiesta di accesso agli atti per una completa conoscenza documentale, prima di procedere con le querele, a tutela della mia immagine e della mia professionalità, nei confronti di chi mi ha etichettato come ‘abusivo’ o, peggio, di chi mi ha attribuito dichiarazioni mendaci o mi ha apostrofato reiteratamente come ‘funzionario infedele'”.
“Non è la prima volta che Febbo dimostra una conoscenza limitata delle norme: già nel 2013 addebitò al sottoscritto la causa della mancata attuazione della legge regionale 59, una variazione di bilancio che spostava oltre 7 milioni da alcuni capitoli di spesa obbligatoria del personale ad altre finalità”.
“È stato comodo per l’allora assessore regionale individuare in me un facile bersaglio (perché politicamente molto esposto), in un periodo preelettorale, per attribuire alla burocrazia responsabilità politiche. Ma il bersaglio era doppiamente sbagliato in quanto il ‘funzionario infedele’ aveva immediatamente, nei termini prescritti, disimpegnato quelle risorse in esecuzione della legge approvata dal Consiglio regionale e ciò non era neppure necessario per l’automatismo previsto dalla legge di contabilità per le spese obbligatorie”.
“Altri non registrarono i nuovi impegni entro la fine dell’anno, non consentendo in tal modo la riassegnazione delle risorse secondo la volontà dell’Assemblea regionale”.
“Ma l’assessore Febbo, individuando un finto avversario, ha tentato – senza peraltro riuscirvi – di togliersi da una situazione elettoralmente e politicamente difficile. Ad ogni modo, questa sua continua attenzione a volte mi sollecita a rientrare nell’agone politico, ma stiano sereni i miei veri avversari perché non ne ho la benché minima intenzione”.





