L’AQUILA – La produzione di Stephen King è così varia e sterminata che risulta impossibile darne conto in maniera soddisfacente.
King ha usurpato il racconto fantastico, reinventando un genere e lasciando una gigantesca eredità alle generazioni future, un immenso serbatoio cui attingere a lungo.
Desidero qui concentrarmi su una piccola ma significativa fetta della sua opera, riguardante la prima parte degli anni duemila; al volgere del secolo e del millennio, King dev’essersi interrogato a fondo, e in misura inquietante, sui risvolti della narrativa d’immaginazione e sui suoi limiti – o sulla mancanza di essi. Mi riferisco in particolare a due lavori, l’enigmatico libercolo Colorado Kid e il romanzo Buick 8.
Buick 8 non è propriamente un libro dell’orrore, eppure non ho letto nulla di più perturbante e strisciante, e strisciante laddove anziché agire siamo agiti dal pensiero; leggendolo si prova un cieco disagio che somiglia a quello indotto dalla Metamorfosi di Kafka – a mezzo fra ripugnanza, fobia e pura angoscia; ma nemmeno un tale paragone rende giustizia.
L’altro giorno ho scoperto nel giardino dietro casa un sacco pieno di fertilizzante scaduto; nel sacco c’erano enormi lumaconi bavosi, larve e insetti grotteschi; guardare lì dentro trasmetteva un senso d’estraneità – io sono un uomo, ma voi cosa siete? Ecco, leggere Buick 8 determina pressappoco lo stesso effetto.
È la storia d’una Buick che un tizio bizzarro parcheggia presso una stazione di servizio per poi sparire; ed è la storia di come i poliziotti che prendono in consegna la macchina conducano assieme ad essa – tenendola custodita nel capannone B, al riparo da sguardi indiscreti – i venticinque anni successivi. La Buick non è una Buick: il modello è ignoto, il cruscotto finto, il volante troppo grosso, gli otto cilindri del motore decorativi, i copertoni non si bagnano, il battistrada respinge ogni sassolino e la carrozzeria non invecchia (forse…); la Buick è una sorta di valvola fra il nostro e un altro mondo, il punto più stretto della clessidra cosmica; alcune volte vomita “cose” (morte o ancora vive), altre volte ingoia (oggetti, animali o esseri umani).
Almeno tre sono i motivi della forza dell’opera:
1) le descrizioni delle “cose” emesse dall’auto e dell’auto stessa. King riesce a esprimere l’ineffabile ricorrendo a sorprendenti analogie e ad acrobatiche metafore (il “verde emicrania” o il “bianco come la schiuma della creazione appena oltre l’orlo dell’universo” o “Parlarne è ridicolo, tanto varrebbe cercare di descrivere un triangolo con quattro lati” o “La vedevamo come una Buick perché dovevamo vederla come qualcosa” eccetera);
2) il fatto che le creature aliene siano terrorizzate dagli umani quanto gli umani sono terrorizzati dalle creature – una speculazione che suggerisce un’idea inedita di Bene e Male, amore e malvagità (“Vidi tutti noi schierati in circolo, intenti a guardare quell’essere, come assassini che osservavano la tomba della loro vittima, e vidi quanto eravamo strani e alieni. In quel momento avvertii la sua terribile confusione. Non la sua paura, perché non aveva paura. Non la sua innocenza, perché non era innocente. Né colpevole, se è per questo. Quello che provava era confusione. Sapeva dove si trovava? Non penso. Sapeva perché lo stavamo uccidendo? Sì, questo lo sapeva. Lo stavamo facendo perché eravamo così diversi, così diversi che i suoi innumerevoli occhi riuscivano a malapena a vederci, a reggere le nostre immagini mentre lo circondavamo gridando e mozzando e tagliando e colpendo”);
3) la neutralità della Buick. Come notò Beppe Sebaste, King non descrive buoni e cattivi ma l’Altro, il cui elemento più atroce è l’indifferenza di sfinge, un’indifferenza marmorea, leopardiana. Siamo piccoli, e viaggiamo dentro uno spazio infinito, anzi dentro una serie infinita di spazi infiniti. Ma qui torna a brillare il nocciolo dell’umano, l’indomita capacità del sentimento e l’inesausta brama della conoscenza; è qui che si risolve la dialettica fra il niente e la vita. “Quando i suoi occhi si rasserenarono, vi scorsi la stessa espressione affascinata che avevo visto sul volto di suo padre. E non l’avevo forse avvertita sul mio stesso volto? E’ così, credo, che spesso appariamo quando siamo al cospetto di qualcosa di profondamente e autenticamente ignoto; quando intravediamo quel luogo in cui il nostro universo conosciuto finisce e comincia la vera oscurità.”
Il libro possiede anche una sua toccante poesia. La Buick è infatti il pretesto per accorate riflessioni sul tempo, sulle responsabilità, sulle coincidenze, sul caso e sul destino, soprattutto sul destino – l’autore non crede alle coincidenze o perlomeno non ci crede Sandy Dearborn, colui che narra la storia e inizia il giovane Ned Wilcox ai misteri della Buick e dell’esistenza. “Appoggiai la schiena alla parete e alzai gli occhi alla luna. Se avessi potuto, avrei voluto restituirgli la sua vita. O una manciata di stelle in un bicchiere di carta. Tutta quella poesia.”



