CHIETI – “La chiesa madre della città è stata intitolata prima di tutto a Maria Santissima Assunta e poi a San Tommaso apostolo, entrambi protettori della città, ma i teatini evidentemente non dovevano fidarsi molto di soli due protettori, tanto è vero che nel tempo ne nominarono addirittura 14. Tra di essi c’era San Giustino”.
È questa una delle tante curiosità esposte nel corso del seminario di ieri sera dal professor Antonio D’Urbano, già autore di un bellissimo libro sulla cattedrale teatina. L’incontro è stato organizzato a palazzo de Pasquale dall’associazione “Sacro e profano”.
“L’imponenza unita alla leggiadria”, è questa secondo il professor D’Urbano una delle principali caratteristiche della chiesa costruita a tre navate con un transetto coperto da una cupola e sopraelevato. Dal vestibolo al presbiterio l’edificio è lungo 58 metri, la navata maggiore è larga 28 metri, 11 le due navate laterali.
Il culto di San Giustino era legato soprattutto alla cripta, probabilmente la parte più antica dell’edificio. L’amore della gente teatina per questa figura le cui gesta si perdono nella leggenda ha fatto sì che fossero oscurate anche le figure cui la chiesa fu dall’inizio intitolata.
“Secondo la leggenda, perché non esiste alcun documento a riguardo – ha ricordato D’Urbano – San Giustino sarebbe vissuto nel quarto secolo dopo Cristo. Rampollo di una nobile famiglia chietina, fu disgustato dalle lotte teatine tra ariani e cattolici e dai cattivi costumi e per questo motivo si sarebbe rintanato sulla Majella per diventare eremita. I chietini sarebbero andati sui monti per richiamarlo in città e farlo diventare vescovo”.
“La Chiesa in seguito con Paolo VI lo declassò: ne ammise l’esistenza ma non il fatto che fosse diventato vescovo e ne vietò la rappresentazione in abiti vescovili”, ha concluso il prof. (ar.ia.)






