L’AQUILA – “All’Aquila mancano case rifugio per donne vittime di violenza”.

A lanciare l’allarme è la dottoressa Alessia Salvemme, psicoterapeuta del Centro antiviolenza del capoluogo, che denuncia la carenza di strutture di accoglienza, ma soprattutto le lunghe liste di attesa alle quali sono costrette le vittime di abusi che non hanno figli: queste ultime, infatti, non hanno la precedenza sulle mamme di minori e, spesso, restano senza un posto dove andare per molto tempo.

Sono circa 30 le donne aquilane colpite che ogni anno si rivolgono al Centro antiviolenza per cercare un sostegno legale e psicologico, ma non sempre riescono a trovare un rifugio lontano dai propri carnefici per ricominciare una nuova vita.

“Il Comune provvede al sostentamento delle mamme con minori all’interno di case famiglia e case rifugio, ma non a quello di tutte le altre donne – insiste la Salvemme – In tutta la provincia c’è solo la casa rifugio di Sulmona che, ovviamente, non basta per tutte le donne. Auspichiamo che l’assessorato alle Politiche sociali possa realizzare presto strutture adeguate anche nel capoluogo, in grado di accogliere mamme e donne anche senza figli”.

“Ci auguriamo che il Centro possa essere parte attiva nella costituzione di questa nuova struttura da creare – ha precisato la dottoressa Salvemme – Sono i Centri antiviolenza a doversi occupare della violenza di genere, non si può affidare questo delicato compito ad altre associazioni”.

Riconoscere le donne abusate come “fascia svantaggiata”, è questa la richiesta della psicoterapeuta che precisa, “al Comune hanno soldi per da poter utilizzare per le politiche sociali. Questa è una problematica che richiede interventi immediati e per questo c’è bisogno della collaborazione di tutti”.

L’ANALISI DELLA PSICOLOGA: IL LEGAME TRA VITTIMA E CARNEFICE

“Non si può delineare un profilo schematico della donna abusata e nemmeno dell’uomo violento”, specifica la Salvemme.

Un problema trasversale, secondo la psicoterapeuta, legato al genere e al rapporto tra i generi e che ha a che fare con delle caratteristiche precise dei soggetti, definite “parti” in psicologia, che entrano in interazione: passività contro aggressività, dominazione contro sottomissione, passività contro aggressività e controllo contro discontrollo.

“Quando lavoriamo con le donne vittime di violenza entriamo in contatto con tutte queste caratteristiche – spiega la psicoterapeuta – La donna appare passiva, sottomessa e sottoposta al discontrollo dell’uomo”.

Il lavoro degli psicologi è proprio far entrare la vittima “in  contatto con le altre parti di sé, con la propria autonomia di pensiero, per farla arrivare a una gestione degli eventi, che non oscilli tra la passività sua e l’aggressività maschile, la sottomissione sua e la dominanza maschile” conclude la dottoressa.

IL CASO DEI FONDI CARFAGNA IMPANTANATI

La carenza di strutture si inserisce nell’ambito dell’impasse sui 3 milioni di euro stanziati con legge per L’Aquila e per il “cratere” (i cosiddetti ex fondi Carfagna) per la realizzazione un centro poliedrico e di una sede del Centro antiviolenza.

Pronto un milione e mezzo di euro, già nelle casse del Comune dell’Aquila, come dichiarato nei giorni scorsi dalla senatrice e assessore alle Politiche sociali Stefania Pezzopane, che ha precisato inoltre di avere in mente già due possibili soluzioni: la scuola materna di viale Duca degli Abruzzi, che potrebbe ospitare una parte delle attività, e l’ex Convento di Santa Teresa a via Roma, che, una volta tornato agibile, ospiterà il Centro antiviolenza.

C’è ancora da attendere, invece, per un altro milione e mezzo di euro, seconda parte dei 3 milioni complessivi (cosiddetti fondi “ex-Carfagna”) fermi al palo in Regione, come denunciato dalla stessa senatrice che ha accusato l’ente di “inerzia”.

Immediata la replica di Antonio Morgante, del segretariato generale della presidenza della Regione che ha seguito l’iter burocratico dei cosiddetti ‘fondi Carfagna’: “I fondi non corrono alcun pericolo e sono già sul territorio”, ha assicurato. La Pezzopane per niente convinta ha controreplicato: “I soldi sono fermi per i vostri inciuci”, e ora si attende il tavolo di concertazione voluto da Aldo Mancurti, funzionario pubblico che ha gestito i fondi del post-sisma dopo la fine del regime commissariale.