L’AQUILA – Scende nel 2015 il numero delle donne che si sono rivolte al Centro antiviolenza dell’Aquila. Sono infatti 26 le vittime di abusi che hanno chiesto aiuto al centro, a fronte delle 40 dell’anno scorso. 

Un dato che tuttavia non attesta necessariamente una diminuzione degli episodi di violenza, come precisa Simona Giannangeli, legale del centro. 

“Ci piacerebbe che fosse così, ma spesso un calo di ingressi non rispecchia un calo degli abusi – afferma – La violenza purtroppo è ancora molto radicata nella nostra cultura”.

Tra le vittime non c’è distinzione di ceto sociale, livello culturale o nazionalità e le donne che si rivolgono al centro possono contare sull’ assistenza psicologica e legale nel caso in cui intendano denunciare i propri carnefici. 

“Si tratta di una tipologia di donne trasversale. La violenza non ha colore, né livelli culturali o sociali – spiega Lina Faccia, presidente del centro – A dispetto del fatto che siamo una piccola realtà è un dato in linea con quello nazionale”.

“Nel corso degli ultimi anni il numero è in ogni caso aumentato – sottolinea – Questo anche perché ci siamo fatte conoscere molto di più”. 

Oggi il centro ha 18 procedimenti penali aperti tra denunce e separazioni.

Tra le motivazioni che potrebbero spingere le donne a non denunciare, secondo l’avvocato “i sempre più frequenti femminicidi ad opera di ex fidanzati e mariti, spesso già denunciati. Questo può influire sulla sensazione di esposizione al rischio in caso di denuncia, e sulla sicurezza che ha una donna”.

“Nel caso dell’ultimo femminicidio ad esempio – aggiunge – La donna che aveva denunciato il suo ex per stalking è stata uccisa proprio nel giorno dell’udienza preliminare”. 

Altro fattore che spinge le vittime a non denunciare è l’assenza nel capoluogo di una casa rifugio dove possano trovare un ricovero e sentirsi al sicuro.

“Le vittime non denunciano non perché siano deboli e quindi, come dicono in molti, diventano vittime due volte – precisa – Il non agire non è mai mancanza di forza o determinazione, anche perché le donne dimostrano di avere una forza fuori dal comune reggendo la violenza di un uomo. Non denunciano in molti casi perché non hanno garantite determinate condizioni di sicurezza una volta uscite dalla questura. Lo Stato fa una legge sul femminicidio, inasprisce le pene sullo stalking, ma non mette in condizione di poter continuare a vivere senza il terrore dopo una eventuale denuncia”.

“La legge 119/2013 che disciplina l’ambito normativo in materia di violenza stabilisce di pensare a un piano triennale di finanziamenti stanziati però solo in piccola parte – conclude – La questione è fumosa e restiamo così senza case rifugio per le quali servono finanziamenti che non arrivano da anni”.  (m.gal.)